Spagna: crisi del PSOE e possibile svolta

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Spagna: crisi del PSOE e possibile svolta
@La Moncloa

Da quasi 10 mesi la Spagna vive una paralisi politica senza precedenti nell’era post-franchista. Se fino alle elezioni del 2011 erano due i partiti a contendersi la vittoria, con una perfetta alternanza che andava avanti dal 1996, l’ingresso di due nuovi contendenti nella tornata elettorale del dicembre 2015 ha scombussolato il sistema.

Le elezioni del 20 dicembre 2015

La destra conservatrice del Partido Popular (PP), pur uscendo dalle elezioni del 20 dicembre 2015 come primo partito ha ceduto milioni di voti a Ciudadanos, formazione politica nata nel 2005 in Catalogna e divenuta nazionale negli ultimi anni come risposta di destra a Podemos. A sinistra infatti, proprio la nascita di Podemos ha scoperchiato il vaso di pandora del Partito Socialista (PSOE). Il nuovo partito guidato da Pablo Iglesias, formatosi all’inizio del 2014 sulla scia del movimento degli indignados, che dal 2011 chiedeva maggiore pluralità politica e la relativa rottura del bipartitismo PP-PSOE, diventa il terzo partito spagnolo. Da due a quattro partiti, malgrado una legge elettorale proporzionale con soglia di sbarramento al 3% (con il metodo D’Hondt) che favorisce i partiti maggiori: la frammentazione è stata inevitabile e ha generato mesi di stallo e negoziati falliti che hanno indotto il re a indire nuove elezioni.

Le elezioni del 26 giugno 2016

Il 26 giugno scorso dalle urne è uscito più o meno lo stesso risultato di dicembre e ancora oggi la Spagna è di fatto bloccata e senza un nuovo governo. Malgrado i tanti scandali che hanno colpito il Partido Popular, i conservatori guidati da Mariano Rajoy sono riusciti ad avere più voti rispetto alle elezioni di dicembre, rafforzandosi come primo partito. Deluse invece le aspettative di Podemos che pensava di superare il PSOE la cui alleanza con Izquierda Unida non ha dato alcun risultato. Anzi, pur mantenendo la seconda piazza il PSOE ha perso 5 seggi, facendo registrare il peggior risultato dell’era post-franchista. Deludente, dopo l’ascesa del 20 dicembre, il risultato di Ciudadanos che non ha convinto gli elettori conservatori spagnoli, che gli hanno preferito il contestatissimo Partido Popular. Dal 26 giugno ad oggi, ancora mesi di negoziati falliti.

La crisi del PSOE e la possibile svolta

La svolta potrebbe essere arrivata il 1 ottobre con le dimissioni di Pedro Sanchez, primo segretario generale del PSOE eletto con primarie dai militanti due anni fa. Va detto che le colpe dei fallimenti del partito non sono tutte le sue ma di certo la durezza sia verso sinistra con campagne elettorali al veleno contro Iglesias, sia a destra con il muro creato contro qualsiasi possibilità di negoziato col PP, lo hanno isolato. Quello che è mancato a Sanchez è una visione globale del partito e della politica. Ha personalizzato le campagne forte del voto ricevuto alle primarie, perdendo di vista però doti negoziali e carisma che un leader politico deve avere per dialogare con compagni e avversari e per mantenere salda la base elettorale. Continuando a votare contro Rajoy (sbagliato o giusto che lo si ritenga) l’unico obiettivo raggiunto Sanchez sarebbe stato quello di riportare gli spagnoli alle urne per la terza volta in un anno. E se si andasse ad elezioni ora, il PSOE rischierebbe una debacle devastante alla luce dei risultati elettorali del 25 settembre alle regionali in Galizia e nei Paesi Baschi. In tutto questo caos un po’ di effimera allegria l’ha portata il giornalista e scrittore britannico Owen Jones: su twitter il 28 settembre ha chiesto se qualcuno gli avesse potuto spiegare cosa stesse succedendo al PSOE e le risposte sono state esilaranti con citazioni da Giulio Cesare a Charlie Chaplin fino a Games of Thrones (per guardare le risposte al tweet cliccateci sopra).

Governo o elezioni

Entro la fine di questo mese o si riuscirà a formare un governo oppure la Spagna dovrà tornare per la terza volta in un anno alle urne. Dopo la crisi del PSOE sembra ci si avvii verso un governo di minoranza guidato da Mariano Rajoy. Un governo debole, che dovrà negoziare qualsiasi decisione con gli altri partiti e che quindi avrà vita dura (e breve, probabilmente). Un altro scenario auspicato dal PP è un cambio della riforma elettorale che garantisca un premio di maggioranza alla lista più votata e elezioni il 18 dicembre. Allo stato attuale il PP vincerebbe se proseguisse la reconquista dei voti ceduti a Ciudadanos iniziata a giugno mentre Podemos avrebbe serie possibilità di diventare il secondo partito, con un ulteriore crollo del PSOE e con Ciudadanos che rischia di raccogliere molti meno voti. Per cambiare la legge elettorale ci vuole però un patto fra partiti perché la legge deve passare a maggioranza e in questo momento per ovvie ragioni nessun partito è incline a favorire il PP. Il movimento degli indignados, che chiedeva più pluralità ha probabilmente smosso più di quanto sembri: se tornerà a governare il PP, infatti lo farà da una posizione molto più debole. E gli elettori spagnoli? Sono decisamente stanchi di questo stallo e la tendenza mostrata a giugno con un rafforzamento dei conservatori potrebbe crescere con nuove elezioni, riconsegnando il paese in mano a chi l’ha governato finora. Cambiare è difficile, ci vuole coraggio, la Spagna ci sta provando: chissà se nei prossimi anni ci sarà davvero un ricambio rispetto a quella classe politica che ha portato il paese iberico sull’orlo del baratro.

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Nato a Terni, ho vissuto fino a 20 anni a TorreOrsina piccolo borgo medioevale in Valnerina. Dal 2001 girovago per varie città europee in cerca di un approdo. Cucino per diletto, degusto vino per piacere, viaggio per conoscere e rilassarmi. Tifo la Ternana e per fortuna non sono daltonico. La politica dovrebbe recuperare il significato di amministrazione della Polis per il bene comune.

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