Il sistema di accoglienza dei migranti in Italia, spiegato per bene

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Era l’estate 2017. La retorica sul sistema di accoglienza dei migranti in Italia lo dipingeva come un girone infernale privo di logiche comprensibili. Alcuni si limitavano a denigrarlo, dando origine alla fortunata epica del business dell’immigrazione. Altri si interrogavano, volevano capirci di più. Tra questi Giuli, che in un commento a corredo di un precedente articolo chiedeva con disarmante secchezza:

Qual è la differenza tra i vari centri di accoglienza in Italia CPSA, CDA, CARA, CID, CIE, CPR, SPRAR?

Ora molte di quelle sigle non esistono più. O forse sì. Il sistema di accoglienza dei migranti in Italia è cambiato molto, ha provato prima a diventare più diffuso e trasparente – almeno, nelle intenzioni – sotto la regia dell’ex ministro dell’interno Minniti e ha poi subito una svolta radicale con il decreto in materia di immigrazione e sicurezza introdotto dal suo successore Matteo Salvini a dicembre 2018.

Il risultato è un meccanismo in transizione, che proviamo a descrivere in modo chiaro e aggiornato, per quanto le informazioni siano frammentate e saranno più precise solo nei prossimi mesi.

Il processo di accoglienza dei migranti in Italia

Il sistema di accoglienza opera su due livelli: prima accoglienza, che comprende gli hotspot e i centri di prima accoglienza, e seconda accoglienza, che comprende il Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e per minori stranieri non accompagnati – che con il decreto Salvini ha sostituito lo SPRAR, Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati – e i CAS, Centri di Accoglienza Straordinaria, ibrido tra prima e seconda accoglienza.

Nella logica precedente all’era Salvini, la prima accoglienza doveva servire a garantire ai migranti primo soccorso, procedere con la loro identificazione e avviare le procedure per la domanda di protezione internazionale. Si trattava in teoria di procedure veloci, per poi assegnare i richiedenti asilo ai progetti SPRAR, ossia alla seconda accoglienza.

Il sistema però era pieno di intoppi. Il programma SPRAR aveva bisogno dell’adesione dei comuni, che i comuni dessero cioè la loro disponibilità a gestire un progetto di accoglienza sul proprio territorio. Moltissimi comuni non hanno mai dato la loro adesione, nonostante i progetti fossero pagati con soldi dello Stato, per ragioni politiche: o perché di un altro colore politico rispetto all’allora governo PD, un po’ per non assumersi la responsabilità di avviare un progetto che porta “i profughi” a contatto con i propri elettori.

Così, il sistema non poteva funzionare. Troppe domande, troppi pochi posti. Per questa ragione nel 2015 sono stati introdotti i CAS, un ibrido che formalmente rientra nella prima accoglienza, ma praticamente dà ormai un’accoglienza di lungo periodo come accade nella seconda accoglienza, a maggior ragione come vedremo dopo le riforme introdotte da Salvini.

Vediamo ora meglio come funzionano nello specifico le diverse componenti del sistema di accoglienza: la prima accoglienza e l’ex SPRAR, ora appunto Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e per minori stranieri non accompagnati. Trattiamo alla fine i CAS, concependoli come un’anomalia del sistema.

Prima accoglienza: Hotspot e Centri di prima accoglienza

La prima accoglienza è svolta in centri collettivi dove i migranti appena arrivati in Italia vengono identificati e possono avviare, o meno, la procedura di domanda di asilo. In particolare gli hotspot sono centri dove vengono raccolti i migranti al momento del loro arrivo in Italia. Qui ricevono le prime cure mediche, vengono sottoposti a screening sanitario, vengono identificati e fotosegnalati e possono richiedere la protezione internazionale (di fatto la grande maggioranza dei migranti che arrivano via mare lo fa).

Dopo una prima valutazione, i migranti che fanno domanda di asilo vengono trasferiti (in teoria entro 48 ore) nei centri di prima accoglienza, dove vengono trattenuti il tempo necessario per individuare una soluzione nella seconda accoglienza.

Il sistema basato su hotspot e centri di prima accoglienza ha in teoria sostituito il precedente sistema basato su sigle che dovremmo ormai considerare superate: i vari CPSA (Centri di Primo Soccorso e Accoglienza), CDA (Centri di Accoglienza) e CARA (Centri di Accoglienza per Richiedenti Asilo).

Il condizionale è d’obbligo perché trovare informazioni chiare e ufficiali è molto complicato e la transizione di cui sopra da CPSA, CDA, CARA ai centri regionali non si è mai capito quanto sia stata effettivamente realizzata. Il Ministero dell’Interno non aggiorna la pagina dedicata ai centri di accoglienza dal 28 luglio 2015, non si sa se per una precisa volontà disinformativa o perché nemmeno lì c’è chiarezza su come andrebbe aggiornata.

Dalle poche informazioni che circolano sembra comunque che gli hotspot siano quattro: Lampedusa, Pozzallo, Trapani e Taranto. Molto più complicato invece capire quanti e dove siano i centri di prima accoglienza regionali. L’ultima informazione ufficiale – contenuta in un report della Commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema di accoglienza della Camera dei Deputati del 23 gennaio 2017 (pdf) – ne elencava 15 distribuiti in 7 regioni: Sicilia (4), Puglia (3), Veneto (3), Friuli Venezia Giulia (2), Calabria, Emilia Romagna e Lazio.

Secondo gli ultimi dati disponibili aggiornati ad aprile 2018, nel sistema di prima accoglienza sono presenti circa 9.500 migranti di cui 500 negli hotspot e 9 mila nei centri di prima accoglienza. Il dato sulle presenze nella prima accoglienza ha raggiunto il suo apice nel 2016 (più di 15 mila presenze) per poi diminuire costantemente.

E coloro che non fanno domanda di asilo? Posto che sono molto pochi, vengono condotti nei CPR (Centri di Permanenza e Rimpatrio), ex CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione). I CPR sono centri dove vengono rinchiusi coloro che hanno ricevuto procedimenti di espulsione e devono essere rimpatriati. Nel decreto Minniti-Orlando, che ha istituito i CPR, i migranti potevano essere trattenuti per un massimo di 90 giorni, estesi a 180 dal decreto Salvini.

Manco a dirlo, non c’è una informazione chiara su quanti sono e dove sono i Centri di Permanenza e Rimpatrio. Si partiva dai quattro CIE operativi quando ad agosto 2017 sono stati trasformati in CPR: Torino, Roma, Brindisi e Caltanissetta. Secondo il decreto Minniti-Orlando avrebbero dovuto diventare 20, uno per regione, ed essere più piccoli. Cosa è successo da allora? Sono stati aperti i 20 piccoli CPR? Nessuno lo sa.

Seconda accoglienza: l’ex SPRAR

Prima della riforma Salvini, una volta transitati dagli hotspot e dai centri di prima accoglienza i richiedenti asilo venivano assegnati alla seconda accoglienza, entrando a far parte del programma SPRAR (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati). Ora non è più così. I richiedenti asilo rimangono in un’eterna prima accoglienza, finendo forse nei CAS, forse nei centri di prima accoglienza di cui sopra (che a questo punto potrebbero tornare a chiamarsi CARA – Centri di Accoglienza per Richiedenti Asilo), forse in entrambi.

Di certo però non nello SPRAR, ora ribattezzato Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e per minori stranieri non accompagnati. Come si intuisce dal nuovo nome, i richiedenti asilo sono appunto esclusi dal nuovo sistema di protezione, che si rivolge solo a coloro che hanno già ottenuto una risposta positiva alla domanda di asilo (status di rifugiato o protezione sussidiaria) e ai minori stranieri non accompagnati.

Va detto che già dal 2014, quando cioè i numeri dei migranti in arrivo sulle coste italiane cominciarono a salire, molti richiedenti asilo venivano di fatto dirottati sui CAS, visto che il programma SPRAR era di piccole dimensioni, e doveva ospitare anche rifugiati e titolari di protezione sussidiaria e umanitaria.

Secondo l’ultimo Rapporto sullo SPRAR, su un totale di 36.995 persone accolte nel sistema nel 2017 i richiedenti asilo sono il 36% dei beneficiari dei progetti, percentuale che era del 58% nel 2015 e del 47% nel 2016. Il 62% dei beneficiari sono invece titolari di una forma di protezione: 12% rifugiati, 14% con protezione sussidiaria e 36% con protezione umanitaria.

Questi ultimi si trovano attualmente in un limbo: il decreto Salvini ha infatti abolito la protezione umanitaria, e il destino di queste 13 mila persone è quello di uscire dai programmi SPRAR senza avere soluzioni alternative, come già successo in alcuni casi. Se a questi aggiungiamo anche i richiedenti asilo, non più inclusi nel programma, lo SPRAR – stanti i numeri attuali – subirebbe una forte limitazione, passando da 37 mila a poco più di 10 mila persone accolte.

sistema di accoglienza dei migranti in italia
@lettera27

Ma facciamo un passo indietro. Lo SPRAR è stato istituito con la legge 189 del 2002, anche se in realtà una rete di accoglienza decentrata che coinvolgeva comuni e organizzazioni del terzo settore nella sperimentazione di esperienze di accoglienza era già attiva dal 1999. Si tratta quindi di una pratica dal basso, che è poi stata istituzionalizzata diventando un sistema nazionale.

Il sistema è coordinato dal Ministero dell’Interno in collaborazione con ANCI, l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani. Gli enti locali che scelgono di aderire allo SPRAR possono fare domanda per accedere ai fondi ministeriali in qualsiasi momento, rispondendo ad un avviso pubblico sempre aperto.

Una volta che la domanda viene approvata dal Ministero, l’ente locale riceve un finanziamento triennale per l’attivazione di un progetto SPRAR sul proprio territorio. A quel punto l’ente pubblica a sua volta una gara d’appalto per assegnare le risorse ottenute ad un ente gestore, che deve essere un ente non profit (le famose “cooperative”, ma ci sono anche associazioni). La proposta ritenuta migliore ottiene l’appalto per la gestione del progetto SPRAR, con il comune che rimane comunque come ente di riferimento. Non è chiaro al momento se queste procedure subiranno qualche cambiamento.

I progetti devono implementare il principio base del sistema SPRAR: l’accoglienza integrata, che implica la costituzione di una rete locale (con enti del terzo settore, volontariato, ma anche altri attori) per curare un’integrazione a 360 gradi nella comunità locale, da realizzarsi attraverso attività di inclusione sociale, scolastica, lavorativa, culturale.

Gli enti devono individuare gli alloggi in cui inserire i beneficiari, che possono essere appartamenti o centri collettivi di piccole (15 persone circa), medie (fino a 30 persone) o grandi (più di 30 persone) dimensioni. Di fatto vengono utilizzati soprattutto gli appartamenti, che rappresentano il 90% delle strutture disponibili.

Negli alloggi i rifugiati e titolari di protezione sussidiaria possono restare per sei mesi, prorogabili di altri sei mesi, durante i quali sono accompagnati a trovare una sistemazione autonoma. Oltre agli alloggi, gli enti gestori sono chiamati a fornire una serie di beni e servizi: pulizia e igiene ambientale (che sono comunque anche svolti dagli ospiti in autogestione); vitto (colazione e due pasti principali, meglio se gestiti in autonomia dagli ospiti); attrezzature per la cucina; abbigliamento, biancheria e prodotti per l’igiene personale di base; una scheda telefonica e/o ricarica; l’abbonamento al trasporto pubblico urbano o extraurbano sulla base delle caratteristiche del territorio.

Ci sono poi una serie di altri servizi per l’inserimento sociale che fanno la differenza per l’obiettivo di una reale accoglienza e integrazione: iscrizione alla residenza anagrafica del comune; ottenimento del codice fiscale; iscrizione al servizio sanitario nazionale; inserimento a scuola di tutti i minori; supporto legale; realizzazione di corsi di lingua italiana, o iscrizione e accompagnamento a corsi del territorio; orientamento e accompagnamento all’inserimento lavorativo; orientamento e accompagnamento all’inserimento abitativo; attività socio-culturali e sportive.

Per fare tutto questo ci vuole personale. Gli enti gestori quindi assumono operatori che lavorino nei progetti a supporto dei beneficiari. Si tratta solitamente di: personale di coordinamento e amministrazione, operatori sociali, psicologi, assistenti sociali, operatori legali, interpreti e mediatori culturali, insegnanti di lingua italiana, addetti alle pulizie, autisti, manutentori. Nel 2017 il totale di persone impiegate nei progetti SPRAR è stato di 11.734 persone (8,5 mila dipendenti e tremila collaboratori esterni, il 60% donne) il cui destino, visto il ridimensionamento del sistema, è molto incerto.

Il personale rappresenta la spesa più importante nei progetti. La restante quota va all’attivazione di servizi per l’integrazione (borse lavoro, iscrizione a corsi o ad attività sportive o culturali), eventuali interventi di manutenzione alle strutture, il pocket money che va direttamente in mano ai beneficiari, e che possono spendere come desiderano. Si tratta di un contributo che va dagli 1,5 ai 3 euro al giorno, che incide per meno del 10% sul costo dei progetti.

Secondo gli ultimi dati aggiornati a luglio 2018, sono presenti nel sistema SPRAR 35.881 persone, di cui circa 3,5 mila minori non accompagnati. Sono attivi in tutta Italia 877 progetti che coinvolgono 754 enti locali, soprattutto Comuni. Questa la mappa dei comuni dove sono presenti strutture di accoglienza SPRAR a fine 2017.

sistema di accoglienza dei migranti in italia
Fonte: Atlante Sprar 2017

Come si nota, i comuni coinvolti sono pochi, soprattutto al centro-nord: circa 650 su ottomila. Eppure il sistema SPRAR è riconosciuto come una buona pratica sotto diversi punti di vista: garantisce un coordinamento proficuo tra Stato centrale e enti locali, pone attenzione alla distribuzione territoriale dei migranti, garantisce un supporto all’inserimento sociale molto importante per prevenire conflitti con la popolazione locale, si prende cura anche di categorie vulnerabili con servizi dedicati, come i minori non accompagnati e i disabili.

Nonostante questo il sistema, seppur in crescita costante negli ultimi anni, non era mai riuscito a decollare dal punto di vista quantitativo, ed è per questa ragione che è stata introdotta l’accoglienza straordinaria (i CAS, di cui diremo fra poco). Un sistema, lo SPRAR, che dopo il decreto Salvini diviene ancora più irrilevante, dando probabilmente il colpo di grazia a una delle esperienze più virtuose del sistema di welfare italiano recente, seppur tra mille ostacoli e difficoltà.

L’accoglienza straordinaria: i CAS

Lo abbiamo detto, pochi comuni aderiscono allo SPRAR, e questo ha reso il sistema insufficiente a rispondere al bisogno di accoglienza delle centinaia di migliaia di richiedenti asilo in arrivo in Italia, almeno tra metà 2014 e metà 2017. Per questo sono stati introdotti i CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria), concepiti come strutture temporanee da aprire nel caso in cui si verifichino “arrivi consistenti e ravvicinati di richiedenti” (Decreto Legislativo 142/2015, art. 11) che non sia possibile accogliere tramite il sistema ordinario.

I CAS tuttavia sono nel tempo diventati la regola, e il loro nome è quanto mai improprio. Si tratta infatti non necessariamente di centri (si possono usare anche appartamenti, come nello SPRAR) e l’accoglienza è tutt’altro che straordinaria: si tratta infatti ormai della modalità ordinaria in cui vengono inseriti i migranti (l’80% delle presenze).

A differenza dei progetti SPRAR, gestiti da enti non profit su affidamento dei comuni, i CAS possono essere gestiti sia da enti profit che non profit su affidamento diretto delle prefetture. Ogni prefettura territoriale pubblica quindi delle gare d’appalto periodiche per l’assegnazione della gestione dei posti in modalità CAS.

I CAS possono essere gestiti in modalità accoglienza collettiva o accoglienza diffusa. L’accoglienza collettiva comprende strutture anche di centinaia di persone, che sono poi quelle che danno più spesso dei problemi sia per i migranti che per i territori dove sono situate: hotel, bed & breakfast, agriturismi, case coloniche. L’accoglienza diffusa avviene invece in appartamento e, seppur con meno garanzie di qualità rispetto agli appartamenti inseriti nello SPRAR, risulta comunque in un impatto più sostenibile sul territorio in cui viene attuata.

centri di accoglienza straordinaria
@Lettera27

Come lo SPRAR, anche i CAS vengono finanziati con il Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell’asilo e vengono, come detto, assegnati tramite gare d’appalto basate su una retta giornaliera per ciascun utente. La retta media è di 35 euro a persona accolta al giorno, ma ogni prefettura può modificare la base d’asta di partenza, alzando o abbassando la retta.

Pur avendo quindi nella pratica una funzione praticamente identica allo SPRAR, i CAS sono concepiti e gestiti in modo molto diverso, come se fossero strutture temporanee dove parcheggiare i beneficiari in attesa che facciano il loro ingresso nel bel mondo dello SPRAR. Nei fatti però non lo sono, perché i beneficiari restano spesso nei CAS per tutta la durata della loro pratica di asilo, e avverrà in modo strutturale con il decreto Salvini.

Diversamente da quanto accade nello SPRAR, mancano linee guida certe e concordate, quindi la qualità dell’accoglienza è molto più disomogenea e lasciata, in ultima analisi, alla responsabilità degli enti gestori.

Ci sono enti gestori che svolgono molto seriamente il loro lavoro, garantendo tutti i servizi come se fossero in regime di SPRAR anche a costo di investire risorse proprie, e ce ne sono altri che ne approfittano per allentare la morsa, fornire meno servizi, assumere meno operatori, insomma abbattere i costi per avere margini di guadagno sui 35 euro giornalieri. Ci sono, infine, enti gestori che operano palesemente in malafede, sistemando i migranti in sistemazioni indegne senza assistenza alcuna e lucrando svergognatamente sui servizi che non offrono né ai migranti né al territorio. Va detto tuttavia che la situazione è certamente migliorata nel 2017, quando sono stati introdotti controlli più rigorosi anche sui progetti CAS.

Numeri e costi del sistema di accoglienza dei migranti in Italia

Alla fine di questo complesso percorso di accoglienza per i richiedenti asilo, rifugiati e titolari di protezione, tiriamo le somme numeriche ed economiche del sistema. L’ultimo dato complessivo e certificato disponibile fa riferimento alla data del 3 aprile 2018, e il grafico seguente, estratto dal rapporto Centri d’Italia curato da Openpolis e ActionAid, lo mette in relazione anche con i dati degli anni precedenti.

sistema di accoglienza dei migranti in italia
Fonte: OpenPolis e ActionAid, Rapporto Centri d’Italia

Alla data del 3 aprile 2018 sono presenti nel sistema di accoglienza italiano 174 mila persone, di cui 9,5 mila nella prima accoglienza, 138 mila (80%) nei CAS, e 25,6 mila nello SPRAR. È quindi evidente come l’accoglienza straordinaria dei CAS sia diventata la modalità primaria per inserire i richiedenti asilo nel sistema di accoglienza italiano, mentre l’accoglienza ordinaria riesce ad assorbire solo il 20% della domanda, tra prima e seconda accoglienza. I numeri sono aumentati fino al 2017, e hanno poi iniziato a calare, poiché da luglio 2017 sono in netto calo gli arrivi via mare di richiedenti asilo in Italia.

Per quanto riguarda i costi del sistema, si aggirano intorno ai 3-3,8 miliardi di euro per il 2017, secondo il rapporto Openpolis – ActionAid. La differenza è tra i 3 miliardi
messi a bilancio dallo Stato italiano e i 3,8 miliardi calcolati dall’Anac (Autorità Nazionale Anti Corruzione), che somma gli importi messi a bando dagli enti pubblici per la gestione dei centri di accoglienza, importi che poi a volte possono risultare inferiori nella spesa finale rispetto a quanto previsto. Sempre secondo i dati Anac, nel 2016 erano stati messi a bando 1,8 miliardi, questa volta in linea con quanto riportato dal bilancio dello Stato.

Per quanto riguarda la ripartizione di questi costi, un rapporto sui costi dell’accoglienza straordinaria realizzato dalla cooperativa In Migrazione riporta che la spesa impegnata per i CAS nel 2017 è stata di 2,2 miliardi per un totale di 178 mila posti messi a bando. Tuttavia va detto che non sono stati attivati tutti i 178 mila posti per cui la spesa finale risulta essere minore, anche se non ci sono dati certi.

Gli ultimi dati relativi al sistema SPRAR fanno riferimento al 2016, quando furono destinati circa 270 milioni di euro.

Il report di In Migrazione entra in dettaglio sull’utilizzo dei fondi per quanto riguarda i CAS: su un totale di 35 euro al giorno a ospite riconosciuti agli enti gestori, 15 vanno al personale impiegato, 11 per i pasti, 1,5 per la fornitura di altri beni di prima necessità, 2,5 per il pocket money, 5 per altre spese.

Nelle prossime gare di assegnazione dei posti però il compenso giornaliero per ospite scenderà da 35 a una cifra compresa tra 19 e 26 euro, come previsto dal decreto Salvini. Secondo il dossier della cooperativa In Migrazione, questo significherà un inevitabile taglio di risorse umane e di servizi dedicati all’integrazione, favorendo di fatto gli enti gestori che lavorano sulla quantità e sulla gestione di grandi centri a scapito di chi punta su appartamenti, pochi numeri e alta qualità del servizio.

Il sistema di accoglienza che verrà?

Sembra proprio che il nuovo sistema di accoglienza dei migranti in Italia disegnato da Salvini vada nella direzione di una riduzione molto significativa dell’ex SPRAR, che si ridurrà a poche migliaia di posti, a favore dell’accoglienza (o forse detenzione?) dei richiedenti asilo in grandi centri che ancora non è chiaro come si chiameranno, se CAS, CARA, Centri di Accoglienza o altro.

Al di là del nome, si tratta di una situazione diametralmente opposta a quella del 2017, quando lo slogan era “più SPRAR, meno CAS”. L’obiettivo del ministero allora guidato da Minniti era far aderire sempre più comuni alla rete SPRAR per continuare ad aumentare, possibilmente a ritmi sempre maggiori, i posti disponibili nelle strutture del programma. E in effetti l’intenzione aveva sortito qualche effetto, se guardiamo alla crescita continua, seppur lenta, dei posti disponibili nel programma SPRAR negli ultimi anni.

sistema di accoglienza dei migranti in Italia
Fonte: Atlante Sprar 2017

Questa crescita è destinata però a subire una brusca frenata, visto che nel sistema gradualmente resteranno solo i titolari di protezione internazionale e i minori stranieri non accompagnati, poche migliaia di persone. Il numero di persone presenti nei centri di accoglienza dipenderà invece dal numero di sbarchi sulle coste italiane. Se dovesse continuare a essere molto basso, come da metà 2017 in poi, sarà basso anche il numero di richiedenti asilo in queste strutture.

La conseguenza principale delle nuove norme è però che i richiedenti asilo, tanti o pochi che siano, non avranno accesso ai servizi per l’integrazione garantiti dai progetti SPRAR: insegnamento della lingua italiana, formazione professionale, supporto all’inclusione sociale attraverso attività sportive, culturali, di volontariato. Un passo indietro, e neanche piccolo.

Per ricordarci di come evolve il sistema di accoglienza dei migranti in Italia, teniamo nella pagina seguente la versione precedente di questo articolo.

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Sociologo freelance, lavora come progettista, ricercatore e formatore in ambito sociale. Per Le Nius è responsabile editoriale, autore e formatore. Crede nell'amore e ha una vera passione per i treni. fabio@lenius.it

31 Comments

  1. Ciao, sono stato a contatto con queste realtà nel mio territorio e confermo il problema politico, ma non nell’accezione descritta nell’articolo.
    Il problema è la gestione degli SPAR, affidata spesso a realtà totalmente incompetenti. Abbiamo esempi assurdi di situazioni in cui il personale a stento parla inglese, corsi di lingue affidati a volontari, programmazione ridicola delle attività ed estremi problemi nell’integrazione.
    Dall’esterno quindi vediamo giovani ragazzi che da più di un anno ormai dormono fino alle 10 e ogni tanto escono a giocare a calcio, pochi progressi e sicuramente un ambiente totalmente diseducativo.
    Capisco che non sarà sempre così, ci saranno realtà virtuose e funzionanti sicuramente ma allora perché non prenderle come modello?
    Perché non impostare una strategia e un programma di inserimento univoco e a cui tutte le cooperative/associazioni facciano riferimento e vengano giudicate in base ai risultati?

    Potrebbero forse farlo i comuni, ma nel mio caso dall’alto dei nostri 1300 abitanti abbiamo un solo assessore e un consigliere che si occupano di assistenza sociale (pro bono ovviamente) e sono già al limite delle loro possibilità, come si può pretendere di affidare a principianti o incompetenti nel settore anche ulteriori situazioni così complesse.

    Tralasciando volutamente nel discorso il risanamento economico di molte cooperative locali che probabilmente non hanno come obiettivo il benessere ed il futuro delle persone a loro affidate.
    Ripeto, non voglio fare di tutta l’erba un fascio, ma il sistema attuale fa acqua da tutte le parti e permette ai più furbi di muoversi tranquillamente.

    • Buongiorno Nicolò, grazie del commento. Quello che descrivi mi risulta soprattutto nella gestione dei CAS, più che degli SPRAR.

      In teoria, ad ogni modo, sia per gli SPRAR che per i CAS c’è un modello come dici tu, in cui le Prefetture dovrebbero fare controlli e ispezioni e sanzionare i soggetti che si dimostrano poco affidabili quando non peggio, fino all’interruzione degli appalti.
      Il problema è che in questo momento le Prefetture sono in grossa difficoltà, non tanto ad effettuare i controlli (mi risulta che li fanno, anche se a macchia di leopardo) quanto a privarsi degli enti gestori, perché si troverebbero con centinaia di migranti da ricollocare nel giro di poche ore e non saprebbero dove e a chi collocarli. In questo momento quindi gli enti gestori (dei CAS, soprattutto) hanno molto potere.

      Come se ne esce? Beh, o con una diminuzione degli arrivi (cosa che sta avvenendo) per cui le Prefetture possano lavorare meno col fiato sul collo, oppure (meglio) come dici tu con una programmazione di medio periodo che consenta di uscire dalla logica dell’emergenza. Come si dice nell’articolo, nel 2017, almeno fino a giugno, sono arrivati molti migranti, ma è anche vero che questi numeri erano previsti. Si poteva allora pianificare meglio certamente.

      Mi sembra esagerato però dire che il sistema fa acqua da tutte le parti. Certamente ci sono falle, anche gravi, ma considerata la difficoltà della gestione di un sistema così complesso su un tema così delicato, la baracca tutto sommato regge, si potrebbe dire.

      • Sarà per il fatto che io sono nei pressi di Ventimiglia e la situazione è particolarmente complessa e satura.
        Sarebbe interessante a livello statistico avere un quadro della situazione con sondaggi e risultati ottenuti nei vari centri.

        • Sì certo nell’articolo si dà un quadro di insieme ma ci sono poi situazioni molto differenziate sui diversi territori.

          Sull’Atlante Sprar, disponibile sul sito dello Sprar, si trovano alcuni dati, parziali, su risultati in termini di inclusione sociale, abitativa, lavorativa… Sempre riferiti all’insieme dei progetti su tutto il territorio nazionale.

      • Sarà la mia visione locale allora che qui, nei pressi di Ventimiglia, mi fa apparire la situazione ben diversa e appunto… lacunosa a causa di perdite d’acqua notevoli.
        Ma il flusso di chi non rientra in nessuno dei canali programmati è alto.

  2. Grazie per l’articolo, mi chiedo solo se non fosse possibile renderlo un po’ più sintetico in modo da farlo arrivare ad un pubblico più ampio (spesso distratto, svogliato e poco concentrato). Se si riuscisse ad estendere una buona informazione alle masse saremmo in grado di cambiare il mondo!

    • Grazie Abaco, è quello che cerchiamo di fare. In molti altri articoli su temi affini siamo stati anche più brevi, ma in questo caso il sistema è di una tale complessità da rendere complicato fare un’ulteriore sintesi. Comunque ce lo siamo chiesti anche noi e il tuo commento ci spingerà nei prossimi articoli a lavorare in questa direzione. Grazie.

  3. Ciao! Articolo molto interessante!
    Sto scrivendo una tesi magistrale sul sistema di accoglienza e sto cercando ricerche italiane che si sono occupate dell’argomento. Qualcuno può aiutarmi?
    Grazie 🙂
    Diletta

  4. Ciao Diletta, anche io sto srivendo una tesi magistrale sul sistema di accoglienza a Roma, possiamo parlare?

  5. Caro Fabio
    Grazie mille per aver scritto questo articolo, ho letto molte notizie, articoli, leggi, ecc con uno scopo accademico e sei riuscito a riassumere perfettamente la situazione complessa e molto chiaramente. Mi congratulo con te!

  6. Ciao Ornella, sono interessato all’outcome della tua tesi. Ti dispiacerebbe metterti in contatto con me? Puoi farlo attraverso il form email del mio sito web oppure credo via FB.

  7. Ciao Diletta, stessa richiesta a te come già chiesto a Ornella. Sono interessato anche io all’argomento. Se puoi metterti in contatto, sarebbe d’aiuto.
    M.

  8. Grazie mille Fabio, un articolo chiaro e informativo!
    Solo non capisco un’apparente incongruenza tra i dati di due statistiche che hai usato, quella di Openpolis/Actionaid e il successivo grafico di atlante Sprar. I numeri di persone presenti ogni anno nelle strutture Sprar sembra differente dall’uno all’altro: per esempio nell’anno 2017 secondo il primo erano 24.741 mentre il secondo riporta la cifra di 36.955.
    A cosa è dovuta la differenza? Grazie mille

    • Grazie mille del tuo commento Martino e della domanda molto pertinente. La differenza è dovuta al fatto che il rapporto SPRAR fa riferimento alle 36.955 persone accolte in totale nel 2017, mentre il rapporto di Openpolis/Actionaid riporta le 24.741 persone presenti al 31 dicembre 2017. Circa 12 mila delle 36.955 persone accolte durante l’anno sono uscite dal sistema prima del 31 dicembre per diversi motivi (alcune hanno terminato il loro percorso ad esempio perché hanno trovato altre sistemazioni, alcune sono andate via di loro iniziativa, alcune – molto poche – sono state espulse).

  9. Articolo perfettamente chiaro! Sto facendo una tesi di Master a Londra sul sistema di accoglienza adottato a Riace e ho dovuto brevemente spiegare come è strutturato il sistema di accoglienza italiano. Questo articolo è stato una preziosissima fonte 😀

  10. Mi sono permesso di citare questo vostro articolo, insieme alla fotografia del’agosto 2017, in una discussione scritta avvenuta questa mattina, in calce alle numerose prese di posizione di questi giorni sulla Legge Salvini da parte delle AGeSCI regionali.
    Mi stupisce sempre di più la scarsa informazione di molti sedicenti capi scout (o ex capi) che commentano le dichiarazioni associative senza aver mai letto nulla del e sul decreto Salvini con la seguente Legge e sulle precedenti leggi in materia di immigrazione. I vostri due articoli mi sono sembrati così chiari e completi che non ho potuto esimermi dal linkarli.

  11. Buongiorno,

    La ringrazio tantissimo per aver scritto un articolo cosi interessante e preciso.
    Sono francese e ho lavorato durante 3 mesi preso 1SPRAR e 2 CAS (dormivo anch’io li).
    Ho lavorato come mediatore e interprete.

    Sono d’accordo con lei a 200% …
    I responsabili/direttori non sono competenti.
    Molto spesso, non c’è nessuno che sia in grado di parlare inglese.
    Ho visto cose molto triste li. Anzi, la situazione è molto triste ; i migranti hanno già molto da fare/pensare ma gli operatori dei centri non parlano inglese/francese/arabo/mandinka (a volte non parlano nemmeno bene italiano).

    La settimana prossima, tenero una conferenza all’università di Brest ; racconterò le mie esperienze in Sicilia.
    Il suo articolo mi ha aiutato ad organizzare la mia presentazione.

    Grazie!

    • Grazie davvero del tuo commento Mael e buona fortuna per la tua presentazione! 🙂

  12. Complimenti, articolo dettagliato su tutti i fronti e ha contribuito a schiarirmi le idee…
    considerando che i mass m.
    non aiutano certo.

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