Siria 2015: amici e nemici di Bashar al-Assad

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La Siria continua ad essere divisa fra i lealisti di Bashar al-Assad, i ribelli appoggiati dalla Coalizione internazionale ed i gruppi jihadisti, tra cui l’ISIS. Grazie all’esercito del regime e agli alleati Hezbollah libanesi, il Presidente siriano controlla ancora Damasco, i territori ai confini con il Libano e l’intera fascia costiera che sia apre sul Mediterraneo. L’ISIS avanza dall’Iraq mentre l’esercito dei ribelli rimane asserragliato nelle proprie roccaforti, apparentemente impotente di fronte alle altre forze in gioco.

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Siria 2015: I sostenitori di Assad

Russia

Nell’ultimo periodo la Russia si è mossa militarmente in favore dell’esercito lealista, fornendo armi, supporto tattico e addirittura (secondo fonti di intelligence americana) paventando un possibile intervento diretto nel conflitto. Putin non ha mai nascosto il suo appoggio ad Assad e l’avanzata dell’ISIS ha spinto il Presidente russo a muovere le proprie pedine militari. La preoccupazione maggiore della Russia è quella di perdere un forte interlocutore amico nel Medio-Oriente, ma l’interesse per le sorti della Siria potrebbe nascondere una strategia diplomatica.

Un eventuale intervento militare diretto in favore di Assad potrebbe mettere in difficoltà gli USA e tutto il fronte occidentale: se questi optassero a loro volta per un sostegno diretto ai ribelli, lo scontro fra forze Occidentali e russe sarebbe inevitabile. Per evitare questa pericolosa situazione Washington è costretta a riaprire un dialogo con Mosca, congelatosi dopo le vicende di Crimea e Ucraina. Una proposta per l’avvio di colloqui militari è già giunta dalla Russia ad Obama e le parole del Segretario di Stato Americano John Kerry aprono ad uno scenario favorevole:

Il Presidente crede che una conversazione a livello militare sia un prossimo passo importante. Spero che possa aver luogo in tempi molto brevi.

Dalla Russia risponde il Ministro degli Esteri Maria Zakharova assicurando:

Non abbiamo mai rifiutato il dialogo con gli Stati Uniti. Siamo aperti al momento su tutte le questioni di mutuo interesse, compresa la Siria.

I nuovi “amici” di Assad: Israele ed Iran

Dopo l’intervento della Russia, anche il governo israeliano ha scelto di dare il proprio sostegno formale alla formazione di Assad. Israele è sempre stato uno spettatore attento del conflitto siriano e, dopo il ridimensionamento dell’esercito ribelle, ha scelto di schierarsi dalla parte del male minore: Bashar al-Assad è sempre stato un nemico dello Stato ebraico, ma dopo anni di convivenza forzata i rapporti col Presidente siriano si erano stabilizzati; la disfatta dell’esercito lealista e la vittoria definitiva dell’ISIS rappresenterebbe sicuramente un pericolo maggiore per Israele di una eventuale restaurazione del vecchio regime. Malgrado questa apertura, rimangono ostilità e inimicizia soprattutto per gli alleati Hezbollah di Assad. Da anni Israele sta portando avanti una guerra solitaria contro il “Partito di Dio” e si teme che le risorse messe a disposizione dalla Russia all’esercito lealista finiscano anche nelle mani dei libanesi. Per questo motivo, il primo ministro israeliano Netanyahu è volato a Mosca all’inizio di questa settimana proprio per chiedere rassicurazioni a Putin in persona. L’incontro ha avuto esito positivo e l’asse Israele-Russia rimane al momento il più saldo sostenitore del leader siriano.

Capitolo Iran: per molti la presa di posizione a favore di Assad non rappresenta una sorpresa così inaspettata. Il governo di Teheran sta conducendo una guerra senza quartiere contro il Califfato, offrendo ovunque ce ne sia bisogno il proprio appoggio militare contro gli jihadisti. Il sostegno Occidentale alle formazioni ribelli non è stato visto di buon occhio dall’Iran e, con la presa di posizione dell’amica Russia nei confronti dei lealisti, l’avvicinamento ad Assad è rimasta l’unica alternativa percorribile. È proprio dai territori iraniani che sono partiti gli aerei russi carichi di armi e risorse per l’esercito dei lealisti.

Siria 2015: amici e nemici di assad
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I ribelli: il fallimento dell’Occidente

Il fronte dei ribelli ha cambiato il proprio volto rispetto all’inizio del conflitto: i ribelli “democratici”, che nel 2011 furono i promotori della primavera siriana, controllano solo alcune zone intorno ad Aleppo e sono ridotti ad appena un terzo degli oppositori ribelli; la parte settentrionale al confine turco è in mano ai curdi, ormai impegnati in una guerra su due fronti; il resto delle formazioni anti-Assad rimaste è costituito dagli jihadisti dell’ISIS, da Al-Nusra e Al Qaida. Nel tempo c’è stato anche un notevole passaggio di combattenti nelle file degli estremisti. In questo contesto, l’appoggio degli USA è stato spesso controproducente: gli interventi dei droni americani volti colpire gli obiettivi strategici dell’ISIS hanno spesso provocato vittime civili, spostando così in molte regioni il sostegno della popolazione verso le file estremiste. Anche le campagne di addestramento rivolte agli alleati ribelli si sono dimostrate infruttuose. Il fallimento delle iniziative della Coalizione internazionale e il ridimensionamento dell’esercito ribelle ha portato una nuova inaspettata apertura nei confronti di Assad. Sia Angela Merkel (Germania) che Erdogan (Turchia) non hanno chiuso ad un eventuale coinvolgimento del Presidente siriano nel processo di transizione che sarà necessario affrontare una volta respinta la minaccia dell’ISIS. Erdogan ha comunque voluto specificare che:

Sia un processo di transizione senza Assad che uno con Assad sono possibili. Ma serve l’opposizione. Nessuno può immaginare il futuro della Siria con Assad. Non è possibile accettare una persona responsabile dell’uccisione di 300 o 350mila persone, un dittatore

Gli USA e l’Europa non hanno più un interlocutore protagonista nel conflitto e lo spettro del Califfato ha costretto l’Occidente a riconsiderare le proprie posizioni sul leader che si erano impegnati a rovesciare. Fintanto che lo spettro dello Stato Islamico rimarrà vivo e in Siria, sembra che i nemici del Califfato dovranno convergere verso l’unica fazione che al momento appare in grado di fermarlo: quella del dittatore Bashar al-Assad. A cui non sembra dispiacere la crescita di ISIS: proprio grazie allo Stato Islamico potrebbe evitare un processo per crimini di guerra.

I ribelli curdi: una guerra su due fronti

Un discorso a parte meritano i combattenti curdi che stanno resistendo nei territori a nord della Siria. I curdi sono un popolo diviso in diverse nazioni dell’area medio-orientale e la caduta del regime di Assad era stata vista come un’occasione per ottenere l’indipendenza di almeno una parte del Kurdistan diviso. Questo ha spinto curdi anche dalle nazioni limitrofe ad unirsi alla causa dei curdi siriani. La Turchia però non ha mai visto di buon occhio la nascita di uno Stato indipendente curdo, per paura di dover poi cedere anche i territori sotto il proprio controllo, rivendicati dai curdi. Il governo di Erdogan ha quindi iniziato una battaglia personale contro i curdi dentro e fuori la Turchia. Se dal sud i ribelli curdi impediscono all’ISIS di avanzare, al Nord si stanno difendendo come possono dalle intimidazioni e dai sabotaggi turchi.

ISIS in Siria

Il Califfato avanza verso il Libano, trovando l’opposizione dell’esercito dei lealisti, mentre nelle zone limitrofe alla città di Aleppo continuano le schermaglie contro le formazioni ribelli rimaste. A Nord, come abbiamo detto, ci sono i curdi a sbarrare loro la strada. Tuttavia, l’intervento della Turchia sta progressivamente indebolendo la linea di difesa curda: con la scusa di puntare alle postazioni dell’ISIS, i bombardieri turchi hanno colpito degli avamposti curdi facilitando la penetrazione degli jihadisti nel confine siriano. È ormai dimostrato inoltre che un gran numero di combattenti passano proprio dal confine turco per potersi unire alla causa dello Stato Islamico. La Turchia si comporta quindi come l’unico alleato del Califfato nel conflitto siriano, anche se ufficialmente le sue iniziative dovrebbero invece essere finalizzate nel contrastarlo. Gli USA hanno già condannato più volte l’atteggiamento ambiguo di Erdogan e anche l’UE ha più volte alzato la voce contro il primo ministro turco, ma fin’ora non sono state prese iniziative contro la Turchia.

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Fiorentino di nascita, nativo digitale e content creator di professione, anche se ancora devo capire in cosa consiste questo mestiere. Da nerd di prima categoria ho scelto di seguire la più emozionante delle mie passioni: la politica.

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