Silver cohousing: abitare assieme contro la solitudine

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silver cohousing

Forse qualcuno ha visto, circa un anno fa, E se vivessimo tutti insieme?, un film franco-tedesco in cui cinque vecchi (in ogni senso) amici decidevano di risolvere il problema della solitudine vivendo insieme nella villa di una di loro. A parte l’alone da upper class che colora tutta la pellicola, l’idea non era affatto male e, nella sua semplicità, è alla base del cosiddetto silver cohousing.

Il cohousing è una pratica abitativa nata in Danimarca a metà anni sessanta, e poi diffusasi in altre parti del nord Europa nel decennio successivo, che consiste nella realizzazione di comunità residenziali nelle quali i singoli soggetti condividono spese ed oneri, ma anche spazi comuni e mutua solidarietà. Silver è l’aggettivo aggiunto dai ricercatori del Cresme per i residenti anziani (e quindi, con i capelli “d’argento”).

Pensiamoci. La popolazione over 65 nel 2011 era più del 20% del totale, e in futuro può solo aumentare. Più di un quarto (3,5 milioni) di questi anziani abitano da soli. Secondo l’Agenzia delle Entrate il 78% delle famiglie è proprietario delle case in cui abita. Ogni unità immobiliare ha in media 2,87 vani, ma per quanto riguarda quelle abitate dai “capelli d’argento” supera i 4 vani nel 60% dei casi.

Intrecciando questi dati deduciamo che buona parte degli anziani in Italia abita da sola in case che, per la maggior parte, sono troppo grandi per loro. Nulla di male, se non fosse che – ed è il terzo rilievo cruciale, dopo quello demografico e quello abitativo – quasi la metà (46%) di essi percepiscono una pensione inferiore ai 1000 euro al mese. Praticamente, dei semi-indigenti che abitano case da benestanti.

Se consideriamo la questione da un punto di vista macro, si tratta dell’ennesima riprova della sciagurata e miope politica dell’abitazione (non) condotta in Italia negli ultimi due decenni, specialmente nell’ultimo, con la costruzione selvaggia di immobili nuovi e la creazione di un’offerta sproporzionata rispetto alla reale domanda. Aggiungiamo poi il calo del potere d’acquisto dei potenziali acquirenti, l’improvviso (ma più che altro improvvisato) adeguamento a normative ecologiche, benemerite quanto dispendiose, e, per finire in bruttezza, l’osceno, e tuttora irrisolto, balletto delle imposte immobiliari.

La casa, da bene-rifugio relativamente tranquillo, è diventata per gli italiani un incubo. Senza considerare poi che il 55% del patrimonio abitativo italiano ha più di 40 anni, va quindi adeguato alle norme di risparmio energetico ed ha perso appeal per una domanda di case che, sull’onda ubriacante degli anni pre-crisi, ricerca (ma ancora per quanto?) per lo più case moderne e accessoriate.

Una bomba ad orologeria che sarebbe bene cercare di prevenire. Organizzare le abitazioni preesistenti riunendo più anziani soli in esperienze di silver cohousing, con un minimo di spazi in comune, porterebbe parecchi vantaggi. Anzitutto, le spese di utenze, casa e alimentari sarebbero divise. Poi, gli alloggi rimasti liberi rientrerebbero sul mercato, a prezzi più accessibili di quelli nuovi, e con il denaro risparmiato si provvederebbe alla loro manutenzione, dando quindi anche un po’ di ossigeno alle imprese edili ed artigiane. Riunire gli anziani in alloggi comuni concentrerebbe gli interventi medici, di assistenza e di pulizia.

Rimane però un problema, e non da poco. È vero che le persone anziane che condividono spazi, tempi e abitudini possono guadagnarne, oltre che sotto il profilo economico-materiale, anche a livello di relazioni e reciproca solidarietà. Ma essi patiscono il cambiamento di usi per loro consolidati, di ambienti familiari, di tempistiche cui non rinuncerebbero mai. Chiunque abbia un parente in età “silver” lo sa bene.

Per facilitare il silver cohousing, una pratica che nella sua semplicità è veramente rivoluzionaria, occorre agire a monte: non basta dire che l’assistenza degli anziani è uno dei (pochi) lavori certi del futuro, ed incrementare il numero di badanti e infermieri, che pure restano preziosissimi.

C’è molto lavoro da fare nel mondo emotivo degli anziani, occorrono più figure formate in psicologia dell’invecchiamento, in grado di fornire un quadro ampio e concreto del loro comportamento, del loro sentire, delle loro difficoltà e risorse. Più capiamo nel profondo l’età del tramonto, meglio possiamo gestirla, e risolvere problemi semplici, ma oggi apparentemente insolubili, come quello dell’abitare.

Dove non diversamente indicato i dati presenti nell’articolo sono tratti da questa ricerca condotta da Sandro Polci per il Cresme.

Immagine | Mart Wegman

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Aspirante antropologo, vive da sempre in habitat lagunar-fluviale veneto, per la precisione svolazza tra Laguna di Venezia, Sile e Piave. Decisamente glocal, ama lo stivale tutto (calzini fetidi inclusi), e prova a starci dietro, spesso in bici. Così dopo frivole escursioni nella giurisprudenza e nel non profit, ha deciso che è giunta seriamente l'ora di mettere la testa a posto e scrivere su tutto quello che gli piace.

3 Comments

  1. Più facile a dirsi che a farsi sicuramente.
    Sono totalmente d’accordo.
    La difficoltà in Italia si annida nella cronica mancanza di “regia” politica (ma se si intravvedono i soldi ne spunterebbe senz’altro una malefica) da un lato e nella forte ed esagerata tendenza all’individualismo che in Italia è causa di numerose guerre fra poveri. E gli anziani non fanno eccezione a questa regola per cui non mi stupisce che preferiscano morire soli piuttosto che spostare una sedia. E non sanno quanto male si fanno…
    Speriamo, come per tante cose, in un New Deal ma la vedo durissima.

  2. Già, morire soli invece è tristissimo, dovrebbe essere una conquista di civiltà non sperimentarlo. Ma sono spesso gli stessi anziani che hanno speso la vita a fare sacrifici per ottenere una casa, una pensione, un pò di ”roba”. Difficile rinuncino a tutto questo, proprio al loro crepuscolo. Sono i cascami di un Paese povero, poi arricchito ora di nuovo impoverito

  3. vanno pensati con un numero di 6-8 persone, anche 10 in modo che se qualcuno muore subentra uno più giovane e se due stanno male ne rimangono altri 6-8 ad aiutare e tutti insieme si può pagare del personale di supporto. In due è possibile e le coppie di anziani marito e moglie ne sono una prova, ma in genere hanno bisogno di figli. E quindi se uno non ha figli ma ha una pensione in teoria potrebbe mettere la propria pensione a disposizione di una coppia di giovani o anche di uno solo con cui convivere. Se no se uno ha dei soldi in abbondanza il sogno di tutti è vivere per conto proprio ed avere una colf a propria disposizione. Ed allora siccome non tutti hanno i soldi socialmente andrebbero messe delle persone a disposizione di anziani e quindi che tutti i giorni girano da una decina di loro o per lo meno li sentano per telefono per vedere se hanno bisogno di qualcosa. Però se uno non ha soldi deve vivere in due o tre nella stessa casa o dove l’assistente sociale lo mette

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