Sicurezza nelle città: escludere non è la soluzione

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sicurezza nelle città

La sicurezza nelle città è indubbiamente uno dei temi del nostro tempo. Come una merce, ha la sua domanda e la sua offerta, e una moneta che regola gli scambi: la paura.

La paura è uno degli strumenti prediletti del potere. Se nel corso della storia è stata utilizzata dai governi per assoggettare il popolo, nelle democrazie contemporanee il suo utilizzo si è fatto molto più sottile; la minaccia, infatti, non appare più esercitata direttamente dall’autoritarismo statale o da qualcosa di esterno alla società, ma sembra costituirsi in qualcosa d’altro, lontano e quanto mai vicino ad ognuno di noi.

L’utilizzo strumentale degli attentati alle torri gemelle del 2001, così come le ripercussioni politiche che avranno i recenti fatti di Parigi, sono esempi delle modalità con le quali il bisogno di sicurezza nelle città venga usato sia come merce di baratto delle proprie libertà individuali che come macchina di generazione di consensi.

Come la moneta, anche la paura produce delle modifiche sostanziali nei sistemi di organizzazione della vita quotidiana e nelle relazioni che intercorrono tra le diverse componenti della società globale, in particolare nelle città.

La paura degli abitanti si tramuta in insicurezza, da cui la domanda di sicurezza nelle città. Dall’altra parte, questo sentimento piuttosto generalizzato viene raccolto dalle amministrazioni cittadine che, chiamate a produrre sicurezza nelle citta, lo tramutano in politiche urbane specifiche, che influiscono sulla costruzione spaziale e sulla composizione sociale della città.

Il cittadino che si sente minacciato dall’uscire di casa, dallo straniero nel quartiere, dalla microcriminalità o da comportamenti ritenuti devianti, richiede al governo urbano di intervenire, per incrementare la sua percezione positiva di ciò che lo circonda ed entrando, al tempo stesso, in un sistema di pensiero che tende a riprodursi.

Ma a cosa è dovuta la crescente richiesta di sicurezza nelle città?

Esiste effettivamente un aumento della criminalità rispetto al passato? Secondo il Rapporto Istat 2013 sull’andamento dei reati in Italia negli ultimi vent’anni i reati sono tendenzialmente diminuiti, assestandosi nel periodo più recente.

Non sembra, quindi, esistere una relazione diretta tra reati commessi e insicurezza, in grado di svelare il motivo per il quale alcuni timori, come quello di subire violenza da parte delle giovani donne, sia cresciuto del 12% dal 2002 ad oggi.

In realtà, il discorso attorno alla sicurezza nelle città non può essere compreso nella sua complessità se non all’interno dei mutamenti che sono avvenuti negli ultimi decenni. Queste trasformazioni hanno riguardato diversi aspetti della vita umana e, a livello più generale, dei sistemi che regolano il suo dispiegarsi.

Si sono modificate le caratteristiche sociali ed economiche delle città e, al tempo stesso, i sistemi di percezione dell’insicurezza e di identificazione degli individui. Moltissimi quartieri, infatti, oggi si presentano come mosaici di classi sociali, etnie e posizioni reddituali piuttosto differenti, che non sempre sembrano comunicare tra di loro.

Di conseguenza i meccanismi di identificazione tra gli abitanti e il loro spazio di vita quotidiano sono sottoposti ad importanti tensioni: si indeboliscono quelle reti di comunità locale incentrate su luoghi di aggregazione sociale come gli oratori o le case del popolo, e si fa fatica a riconoscersi in una realtà di vicinato mutata e multietnica, in cui aumentano gli estranei.

Inoltre, con la modernizzazione del commercio e il dilagare della grande distribuzione, si perdono quelle reti di relazioni fiduciarie tra il commerciante al dettaglio ed i propri clienti che per molto tempo hanno caratterizzato la creazione di legami nei quartieri.

Al tempo stesso, le nuove tecnologie trasformano le modalità di comunicazione e di identificazione comunitaria, spesso lacerando le relazioni sociali di vicinato in favore della creazione di comunità in rete.

Esiste, quindi, un certo sfasamento nella relazione tra il singolo e ciò che lo circonda: si conosce sempre meno del proprio quartiere e di chi lo abita. Non conoscendo chi vive nel proprio palazzo o attorno ad esso si tende ad essere diffidenti verso gli altri o, sempre più spesso, ad avere paura della diversità.

Ed è proprio su questa diffidenza che la costruzione mediatico-politica dell’insicurezza esercita un ruolo centrale nella predisposizione di ampie fasce della popolazione alla paura dell’altro.

Le città sono i luoghi in cui le insicurezze concepite e incubate nella società si manifestano in forma estremamente condensata e tangibile.

La relazione tra paura e città ha radici profonde; infatti la protezione dal pericolo è stata un incentivo primario alla costruzione delle prime città apparse al mondo. Le mura e i fossati avevano lo scopo di segnare il confine tra il “noi” e il “loro”, tra ordine e natura selvaggia.

Tuttavia, la città negli ultimi cento anni è stata associata più al pericolo che all’incolumità. Questo cambiamento nella percezione della città trova le sue motivazioni all’interno dell’accresciuta eterogeneità sociale e, specie in un’epoca di grande insicurezza esistenziale come la nostra, si condensa in timori per la propria incolumità, che a loro volta producono spinte segregazioniste o esclusiviste.

Ne consegue una disputa piuttosto accesa per lo spazio urbano da parte di differenti gruppi sociali, che si manifesta in prodotti architettonici ed urbanistici volti a sbarrare a malfattori effettivi, potenziali o ipotetici, l’accesso agli spazi rivendicati.

Questi nuovi prodotti urbanistici sono gli spazi di interdizione, progettati per filtrare, respingere o intercettare gli aspiranti utenti. Il centro commerciale, le gated communities o, più semplicemente, le panchine antibarbone e le sporgenze a scivolo per impedire di sedersi, rappresentano oggi gli equivalenti tecnicamente aggiornati delle mura e dei fossati delle città premoderne; ma anziché difendere la città e tutti i suoi abitanti dal nemico esterno, vengono eretti per separare le diverse categorie di residenti della città. Gli spazi di interdizione costituiscono, quindi, la manifestazione materiale della disintegrazione della vita collettiva condivisa e del trionfo della strumentalità del mercato nelle relazioni tra le persone.

Qualsiasi cosa stia accadendo alle città rimane sempre attuale ciò che osserva Simmel nel suo saggio The metropolis and mental life: le città sono gli spazi in cui estranei vivono e si muovono a stretto contatto gli uni con gli altri. L’eterogeneità è quindi una costante della vita cittadina, un elemento dato e non negoziabile, che spesso è fonte di ansia e di aggressività.

A questo elevato livello di differenziazione sociale fa da contraltare una reazione nel senso opposto, che Bauman descrive come “mixofobia”: a mano a mano che la polifonia e la policromia dell’ambiente urbano globalizzato si affermano le tensioni derivanti dalla sua stranezza favoriscono spinte segregazioniste.

Alcuni gruppi sociali si ritagliano isole di similitudine e identicità in mezzo al mare delle varietà. Questa tendenza appare caratterizzare sia i residenti storici della città, che si sentono minacciati dal mutare del proprio ambiente urbano, sia i migranti, molti dei quali si insediano in enclave omogeneamente compatte.

Tuttavia, il gioco della segregazione/esclusività avviene il più delle volte sulle spalle delle componenti più deboli della società, che tendono ad essere marginalizzate.

Da una parte l’attuale sistema di mercato immobiliare tende a spingere le residenze della parte più fragile della popolazione verso l’esterno, dall’altra parte molti strumenti politici ed urbanistici lavorano per normalizzare o espellere “quell’eccesso di umanità” che continua a concentrarsi nel centro della città.

Di conseguenza le nostre città appaiono sempre più ostili a certe categorie di persone, limitando la loro fruizione dello spazio. Si tende a respingere tutti quei comportamenti ritenuti devianti o a quei modi di vivere la strada come una casa da parte degli homeless, tipici di ogni spazio urbano.

In nome della sicurezza nelle città, si moltiplicano ordinanze che sanzionano determinati comportamenti sociali come il bere, il mangiare o il suonare per strada, tipiche di certe componenti della popolazione; cresce la sorveglianza di alcuni luoghi al fine di scoraggiarne la frequentazione; si producono dei veri e propri spazi (semi)pubblici che hanno il preciso scopo di regolare i modi di frequentazione delle persone.

Gli homeless, le prostitute, gli stranieri e, alcune volte, anche gli studenti, costituiscono parti della società urbana che esprimono stili di vita e valori spesso in contrasto con quelli che detengono il potere elettorale e politico della città.

La marginalizzazione di queste categorie appare come un tratto costante degli spazi urbani contemporanei, all’interno dei quali il conflitto tra pratiche e modi di intendere la città, tende a risolversi in favore dei gruppi sociali più avvantaggiati e delle loro visioni.

Questa disputa crea inevitabilmente delle conseguenze sostanziali nella produzione dello spazio urbano e nelle sue funzioni. Le piazze del centro storico, ad esempio, che fino a qualche tempo fa rappresentavano i luoghi in cui i modi di vivere la città si integravano tra di loro, attraverso usi che si susseguivano ed intrecciavano nell’arco della giornata (acquisti, socializzazione, svago, incontro, stanziamento, ecc.), oggi appaiono come ambiti destinati ad usi specifici e normalizzati nel corso delle ore diurne e notturne.

La devianza viene allontanata da questi luoghi, per favorire una loro valorizzazione turistica o residenziale e, inevitabilmente, la città si trasforma, non solo nelle sue componenti socio-spaziali, ma anche nel suo carattere ideale: sempre meno luogo di integrazione e interconnessione dell’eterogeneità sociale, sempre più spazio funzionale alle logiche dei gruppi dominanti.

Immagine | Jonathan Kos-Read

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Classe 1986 si laurea a Bologna in geografia, proprio mentre questo sapere rischia di scomparire dai programmi di insegnamento. Si avvicina quasi per caso alla sociologia ed attualmente frequenta un dottorato presso l'Università di Urbino. Si occupa di trasformazioni urbane e del loro impatto sociale, prediligendo un'idea di osservazione che parta "dal basso" e dalle classi meno abbienti. Vive in una cittadina in corso di deindustrializzazione nelle Marche e ne studia i mutamenti sociali. Appassionato di politica, cucina ed agricoltura, dedica il suo tempo ad un centro sociale in cui tiene un corso di orticoltura, organizza pranzi ed ogni tanto distribuisce volantini. Ama gli animali a tal punto da decidere di non mangiarli, tuttavia non prova lo stesso sentimento per molte espressioni dell'agire umano. Ha dei problemi incredibili nella scelta del vestiario, ma prova comunque a coniugare il suo background punk con delle camicie vagamente eleganti. Tenta di fuggire il più possibile dai meccanismi di mercato prediligendo, ove possibile, il mondo delle autoproduzioni.

1 Comment

  1. purtroppo non riesco a recuperare il link, ma poco tempo fa la polizia di New York, nella nota polemica con il sindaco De Blasio, aveva fatto uno sciopero light: per alcuni giorni i poliziotti non sanzionavano i reati minori, quelli che di solito sono associati al degrado. Ebbene, una ricerca svolta in quei giorni sui cittadini newyorkesi ha dato come risultato che si sentivano più sicuri.

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