Servizio Civile all’estero: una testimonianza dal Senegal

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Fatima, Emanuela, Silvia, Fabrizia

Emanuela, Fatima, Fabrizia e Silvia sono partite per il Senegal quattro mesi fa. Le loro paure, aspettative, speranze e delusioni sono un bagaglio prezioso per chi, come loro, pensa di fare un’esperienza di servizio civile all’estero.

Il servizio civile nazionale permette ai giovani dai 18 ai 28 anni di nazionalità italiana di dedicare un anno della propria vita a un progetto di un ente che opera nel settore dell’educazione, tutela dell’ambiente, migrazioni, rafforzamento dei diritti umani, sviluppo storico-artistico e culturale, cooperazione e protezione civile, in Italia o all’estero.

Istituito come alternativa al servizio militare, il servizio civile è oggi una scelta volontaria di ragazzi e ragazze che vogliono fare un’esperienza di crescita personale e professionale al servizio degli altri. Il suo funzionamento è gestito dal Dipartimento della Gioventù e del Servizio Civile Nazionale, che emana i bandi, approva i progetti e supervisiona gli enti.

Ma questa non è la storia del Servizio Civile Nazionale, ma la testimonianza di Emanuela, Fatima, Fabrizia e Silvia che si trovano a Kaffrine, città rurale del Senegal a 240 chilometri da Dakar, per prestare servizio presso l’ONG COMI – Cooperazione per il mondo in via di sviluppo.

Le quattro ragazze sono impegnate in un progetto di rafforzamento scolastico e tutela dell’infanzia. Fanno corsi di educazione artistica in due scuole elementari; organizzano attività ludiche e ricreative per i bambini che vivono nell’internato della parrocchia; partecipano a eventi ludici di sensibilizzazione sulle norme igieniche con i bambini Talibé, gli allievi delle scuole coraniche per i quali la mendicità è parte dell’educazione ma, purtroppo, spesso sfocia nello sfruttamento.

servizio civile senegal
Bambini Talibé

Prima di arrivare in Senegal, Emanuela Carlucci stava lavorando come insegnante di italiano per migranti e richiedenti asilo. Silvia Laterza era reduce da una precedente esperienza in Senegal, dove ha condotto le ricerche per la sua tesi sul land grabbing per la sua Laurea Magistrale in Cooperazione e Sviluppo. Fabrizia Gandolfi, anche lei con una Laurea in Cooperazione Internazionale, aveva fatto un periodo di volontariato in Costa d’Avorio lavorando su un progetto agricolo e aveva partecipato al Servizio Civile Regionale prestando servizio al COSPE. Fatima Camara, la più piccola del gruppo, si è appena diplomata e anche lei ha lavorato come insegnante di italiano con gli stranieri.

Ciao ragazze, quali sono le ragioni che vi hanno spinto a fare domanda per partecipare al servizio civile all’estero?

Fabrizia voleva mettersi alla prova in un progetto di cooperazione internazionale, dopo anni di studio e qualche esperienza in ONG in Italia. “Credo che il servizio civile all’estero sia un ottimo trampolino di lancio per chi vuole lavorare nel mondo della cooperazione”.

Per Silvia partire è perdersi e darsi la chance di ritrovarsi. “Questo mi hanno insegnato le mie esperienze passate all’estero: nulla va come ti eri immaginato e ogni volta puoi capire un pezzettino in più di te stesso, le tue capacità ed i tuoi limiti. Ed è conoscendoci meglio che impariamo a prefissarci degli obiettivi e a trovare i modi per raggiungerli”.

Emanuela più che di ragioni parla di desiderio: la sua scelta di partecipare al servizio civle all’estero ha fatto parte per diversi anni di quell’insieme d’esperienze da realizzare prima che sia troppo tardi. “Viviamo tempi cupi, in cui la diversità inquina e non arricchisce. Per capire gli altri è necessario mettersi nelle loro scarpe e camminarci parecchio. Ho sempre visto il SCN come un modo per lavorare con l’Altro, con una cultura sconosciuta, in contesti in cui è necessario essere sempre pronti a modellare quelle competenze e capacità elencate nel curriculum, per scoprirne di nuove e rivoluzionare le precedenti, per tornare poi, forse, a casa solo con tutto ciò che nel Cv non si potrà scrivere”.

Per Fatima, cresciuta con genitori molto impegnati nel sociale e fondatori di un’associazione di volontariato dei senegalesi nel Lazio, fare volontariato era la norma. Dopo aver iniziato a fare lezione di italiano per gli stranieri presso COMI, ha iniziato a sentire parlare del Servizio Civile. “Ho scelto il SCN perché cercavo un’esperienza strutturata e di lunga durata, che mi formasse e che esaudisse la mia crescente curiosità sul mondo della cooperazione allo sviluppo.”

Quando si fa domanda per partecipare al servizio civile si consulta la lista delle ONG accreditate, dove ci sono le informazioni sui paesi di intervento e i progetti in corso. Come siete arrivate in Senegal, è stato per il paese o per il progetto della ONG?

“La mia partenza per il Senegal è speciale e ha sorpreso anche me”, racconta Emanuela. “Ricordo ancora le notti insonni passate a studiare tutti i progetti di servizio civile. Allora lavoravo con i richiedenti asilo, e questo ha giocato un ruolo nella scelta del progetto. Quell’esperienza mi ha insegnato una cosa che a volte si dà per scontato: l’istruzione è fondamentale per l’indipendenza e la realizzazione di ognuno di noi. I molti amici che ho conosciuto lì mi hanno incoraggiata a partire, convinti che potessi fare qualcosa per la loro terra e, ora che sono qui, capisco tutto ciò che prima provavano a spiegarmi e che non capivo”.

Per Fatima invece la scelta del paese è stata dirimente. “Essendo io senegalese ho visto questo progetto come un’opportunità per tornare a casa e, soprattutto, l’idea di rendermi utile nel mio paese di origine ha avuto un ruolo fondamentale. Anche il progetto mi ha colpito, perché affronta questioni che mi stanno a cuore, come quella dei talibé” .

“Prima di far domanda ho valutato attentamente tutti i progetti di servizio civile nell’area geografica che mi interessava, ovvero l’Africa sub-sahariana” dice Fabrizia. “Ho scelto poi più in base al progetto che al paese, anche se già per la tesi di laurea sulla sicurezza alimentare avevo fatto domanda per un progetto agricolo in Senegal. Il destino ha voluto che non fossi presa per quel progetto ma per un altro progetto sempre in Senegal, ma sulla tutela dell’infanzia”.

Anche Silvia, come Fabrizia, è stata “ripescata”. La ONG per la quale aveva presentato la candidatura aveva selezionato altri due volontari. Le persone che sono idonee ma non selezionate hanno l’opportunità di essere ripescati, sia dalla stessa ONG se i volontari selezionati si ritirano, sia da altre ONG che hanno ancora posti vacanti. “Ho scelto di fare domanda principalmente per tornare in Senegal. E oggi una cosa la posso dire: sì, sono una ripescata e ne sono contenta. Ho, infatti, avuto la possibilità di scoprire una nuova realtà – più rurale che urbana – che non avrei mai vissuto se fossi stata selezionata per il progetto iniziale.”

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Silvia al lavoro a scuola

Quale è stata la prima impressione una volta arrivate a Kaffrine?

Silvia: “Uuuuuh madoy! Tipica espressione piemontese che, tradotta ed adattata al contesto in questione, assume il seguente significato: Brava scema che te ne sei andata in un paesino sperduto nel niente a 250 chilometri dalla tua amata Dakar! Questa è stata la mia prima impressione, poi i giorni passano, inizi a capire qualche parola in wolof, impari la geografia della città, non ti fai più fregare al mercato con tutti quei prezzi astrusi e i 37 gradi diventano la normalità. Nonostante i bambini per strada continuino a chiamarti toubab (ovvero: bianco), ti senti un po’ più parte del posto ed inizi a vivere la tua nuova vita, ad avere le tue abitudini, ad apprezzare ciò che hai”.

“La prima impressione di Kaffrine non è stata tanto lontana dall’idea che mi ero fatta prima di partire”, dice Fabrizia. “Ho subito percepito il caldo torrido e ho subito notato la presenza di molti bambini nelle strade sterrate della cittadina. Kaffrine somiglia ad una sorta di villaggio allargato, negli ultimi anni infatti si è registrata un’importante crescita demografica ed una conseguente urbanizzazione che ha allargato i confini della ville. Tuttavia in città prevalgono strade sterrate, piccole abitazioni e numerosissimi charrette”.

Emanuela: “Suonerà sicuramente banale, ma ciò che mi ha preso alla sprovvista è l’essere bianca e rappresentare l’occidente piuttosto che essere Emanuela partita per il Servizio Civile. La prima impressione è stata l’essere per una volta io la straniera in una terra che, paradossalmente, mi ha ricordato casa mia, alcuni paesaggi della murgia pugliese: la terra rossa e secca, le strade piene di buche in certi sentieri di campagna, case solitarie in chilometri di natura arida e selvaggia. Ho avuto anche l’impressione di essere importante per la gente del posto. Qui non solo è buona educazione salutare ogni passante che si incrocia, ma è anche doveroso informarsi sul suo stato di salute e su come sia andata la sua giornata. Straniera si dunque, ma non nell’eccezione negativa del termine che invece è propria dell’Europa”.

“Non saprei dire quale sia stata la mia prima impressione di Kaffrine, ma posso affermare che è una faccia del Senegal che non conoscevo.” dice Fatima “molto diversa dai luoghi a me famigliari. Certo è che fa un caldo torrido, che ci sono tanti giovani e che la teranga senegalese (accoglienza) si fa sentire anche qui al sud”.

Prima della partenza avete partecipato a un periodo di formazione durante il quale, tra le tante cose, vi siete preparate e informate sulla realtà del paese di destinazione. Ora che siete arrivate, cosa vi ha sorpreso positivamente del Senegal e cosa negativamente?

Fabrizia ci dice: “Un aspetto della società senegalese che mi ha sorpreso positivamente è la convivenza pacifica tra le diverse religioni. Nonostante il Senegal sia un Paese a maggioranza mussulmana vi è un grande rispetto verso le altre religioni, quella cristiana e animista, e sono molto frequenti le forme di sincretismo religioso. Anche il modo che ogni persona ha di vivere la religione è molto libero e personale. Questa immagine del paese si distanzia molto dalla rappresentazione prevalente che i mass media occidentali vogliono dare dell’islam. Ad esempio la maggior parte delle bambine e delle donne non portano il velo”.

Emanuela concorda con Fabrizia ma aggiunge altro: “Mi ha sorpreso il tripudio di colori e suoni che avvolge ogni cosa, anche l’amarezza delle avverse condizioni di vita. Mi ha colpito la profondità del silenzio in certi momenti, in un paese dove l’aria si veste sempre di qualche ritmo, di preghiere che si fanno canzoni anche nelle ore della notte. Qui la fede è fortissima e proprio per questo nessun Dio discrimina l’altro e c’è una pacifica convivenza di religioni. Mi ha stupito l’assenza dell’individualismo in una società dove tutti si aiutano a vicenda, dove tutti sono fratelli anche se i gradi di parentela che li separano sono abissali. Mi ha meravigliato la forza delle donne, i loro corpi fieri che non sembrano mai stanchi nonostante il duro lavoro che ogni donna senegalese affronta dalle prime ore dell’alba”.

Fatima ci dice di essere rimasta positivamente sorpresa “da quanto il Senegal sia cresciuto dal punto di vista urbano; ad esempio Dakar è piena di nuove infrastrutture e di nuovi lavoratori”.

Infine Silvia si sofferma sull’ospitalità: “Il Senegal è il paese della teranga, che generalmente si traduce con ospitalità ma, in realtà, esprime un concetto più ampio e cioè accoglienza, attenzione, rispetto e solidarietà. Ad esempio, durante il nostro primo viaggio in macchina Dakar – Kaffrine siamo rimaste in panne. In neanche dieci minuti siamo state soccorse dal capo cantiere che dirigeva i lavori in quel tratto di strada, e alcuni baldi giovani ci hanno: smontato la ruota, portato quella di scorta nel paese vicino per farla gonfiare (perché ovviamente la ruota di scorta era sgonfia) e rimontata perfettamente. Qui la gente è sempre pronta ad aiutarti, ad offrirti il suo tempo senza avere nulla in cambio”.

Di aspetti negativi Fabrizia ne elenca due: “Innanzitutto l’inquinamento ambientale, soprattutto di alcune città come ad esempio Kaolack dove si possono notare le discariche a cielo aperto e l’aria che in alcuni punti è irrespirabile. Manca anche la sensibilità delle persone, che spesso buttano rifiuti a terra o anche nei campi. Un altro aspetto negativo è legato all’infanzia e all’istruzione dei bambini. Nelle scuole coraniche spesso i bambini vivono in condizioni igienico-sanitarie molto precarie, nelle scuole pubbliche la numerosità delle classi (soprattutto le elementari) e un numero limitato di insegnanti non permette un ottimale apprendimento da parte degli alunni, favorendo troppo spesso fenomeni di abbandono scolastico soprattutto da parte delle bambine”.

Aggiunge Emanuela: “Mi fa male vedere un popolo laborioso – dove il commercio padroneggia per le strade e ognuno vende ciò che può dall’alba al termine della notte – pregare i tubab, gli occidentali, di regalargli dei soldi. Non si tratta di una mendicanza tout court, ma quello che mi colpisce è la mancanza di fiducia nei propri mezzi e un’inconscia sottomissione all’occidente. Ogni giorno poi non smetto di stupirmi per il degrado ambientale. Le innumerevoli discariche a cielo aperto nel bel mezzo di paesaggi sublimi sono terribili, anche se mai al pari dei bambini mendicanti ai bordi delle strade, con i loro piccoli volti solcati da quelle preoccupazioni e tristezze proprie degli adulti”.

Anche Fatima è dello stesso parere: “Mi ha sorpreso il fatto che qui il toubab è ancora visto come una sorta di bancomat. I giovani ancora sognano l’Europa e la vedono come traguardo ultimo, io invece speravo che, con il passare degli anni, questo mito fosse decaduto. Mi ha sorpreso negativamente anche la condizione di vita dei talibé che sapevo essere grave, ma una volta qui mi è apparsa ancora più difficile”.

Infine Silvia aggiunge: “Trovo difficile inserirmi nel contesto, o meglio: non riesco a farlo come vorrei. Non riesco ancora a capire se sia la lingua, o l’essere una donna bianca, o perché io sia qui in veste di volontaria. In una piccola città come Kaffrine la donna bianca è vista come una possibilità per scappare dalla realtà locale. È difficile creare rapporti di pura amicizia che permetterebbero di sentire più tuo il luogo in cui vivi.”

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Fabrizia al lavoro a scuola

Giunte quasi a metà del vostro anno, avete dei consigli per i vostri coetanei che vorrebbe fare la stessa esperienza?

Il consiglio di Fabrizia è “prendersi il giusto tempo per studiare e vivere le realtà in cui si è catapultati, rimanendo anche semplicemente ad osservare ed abbandonando i tipici preconcetti occidentali che a volte ci portiamo dietro. Altrettanto importante è avere un forte spirito di adattamento”.

Silvia aggiunge “suggerisco di essere sempre pronti a imparare e curiosi nell’osservare ciò che ci accade intorno, perché è proprio da queste circostanze che si tira fuori il meglio di noi stessi”.

Per Emanuela bisogna partire senza certezze riguardo a sé stessi o a ciò che si farà all’interno del progetto. “Fino a quando non si arriva nel paese di destinazione non si può mai capire cosa veramente comporti questa scelta. Si può avere spesso l’impressione di non poter contribuire a nessun cambiamento tanto sono difficili i settori d’intervento, ma ciò che fa la differenza è proprio la capacità di essere flessibili, offrire il meglio di sé anche laddove sembra che sia inutile. A chi vorrebbe fare quest’esperienza consiglio solo di lasciare a casa due parole: certezza e fallimento”.

Fatima consiglia di rimboccarsi le maniche e partire, con forza di volontà, pazienza, determinazione, apertura e, soprattutto, curiosità. “Un’esperienza del genere ci insegna il vero senso della vita e l’importanza del contributo che ogni individuo può apportare alla società per migliorarla. Partite il prima possibile, anche molto giovani, prendendo d’esempio il mio caso; la cittadinanza attiva non deve aspettare”.

Si dice che il servizio civile sia il trampolino di lancio per intraprendere la carriera del cooperante. Voi sapete già cosa vorrete fare una volta conclusa l’esperienza?

Fatima: “Sì, mi iscriverò all’università per concludere gli studi e sicuramente, dopo questa esperienza, avrò le idee chiare. Spero di rimanere attiva sul campo sociale e, perché no, di fare altre esperienza simili anche durante il percorso universitario. Non so ancora cosa vorrei diventare, ma so che cercherò e troverò sempre un posto dove rendermi utile”.

Fabrizia: “Dopo il servizio civile vorrei continuare a lavorare nel mondo della cooperazione, ancora non so se in Italia o all’estero. Sicuramente lavorare all’estero può essere più difficile ma è anche molto più stimolante. Per adesso quindi mi godo questa esperienza e poi si vedrà”.

“Sono partita con l’obiettivo di capire se vorrò veramente tuffarmi nel mondo della cooperazione o se dovrò scendere dal trampolino e sperimentare altre discipline”, dice Silvia “Ho quindi deciso di pormi i tre quarti del servizio come data limite a partire dalla quale inizierò a pensare al futuro. Fino ad allora… vivo il presente, assaporo gli odori, mi nutro di paesaggi straordinari e sclero per l’immensa quantità di polvere che mi circonda”.

Emanuela conclude: “Partire come filologa e rinascere cooperante sarebbe improbabile, ma non impossibile. Questa esperienza mi sta sicuramente offrendo degli strumenti per conoscere il mondo della cooperazione, a cui prima ero estranea, ma al momento non so ancora se deciderò di impegnarmi nel settore. L’unica certezza è che qualsiasi cosa deciderò di fare in futuro, avrò sempre come ispirazione la resilienza che il Senegal fino ad ora mi ha mostrato e mi sta insegnando”.

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Ha un Master in Economia dello Sviluppo e Cooperazione Internazionale ed è co-fondatrice di Mekané - ideas for development (www.mekane.org). Si occupa di progettazione, gestione, valutazione di progetti di sviluppo. La sua zona di specializzazione è l’Africa francofona.

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