Serie tv: storia e dipendenza dai teleamici6 min read

26 Marzo 2015 Cultura TV -

Serie tv: storia e dipendenza dai teleamici6 min read

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Serie TV storia e dipendenza
@Arthur Cruz

La presenza delle serie tv nella vita di ognuno di noi oggi si è ingrandita notevolmente, portandoci via una grossa fetta di quel tempo che in passato dedicavamo a noi o ai nostri amici. Ad essere protagonista qui è il passaggio dalla nascita del genere telefilm alla genesi di una nuova e maniacale “voglia di fiction”, sviluppata nel corso del tempo. Un sentimento, questa voglia di serie tv, che almeno una volta nella vita affligge tutti e che, spesso, ci fa mancare il naturale bisogno di rapporti umani rimpiazzato dal desiderio sfrenato di dire Ciao a tutti e abbandonarsi alle coccole in Dolby Surround del televisore.

Capita che gli amici propongano di uscire e che le amiche stiano già pensando a quale scarpa indossare per la serata. O che persino vostra nonna sia già pronta a saltar fuori dalle pantofole per scatenarsi a colpi di charleston in balera. E voi?

A volte l’unica cosa che desiderate è avere ai piedi una calda copertina di flanella, tra le mani una tazza di tisana “pancia piatta” (così, oltre al ventre, si sgonfia anche il senso di colpa per non essere andati a correre) e davanti a voi una nuova puntata della vostra serie tv preferita. Una telefonata e via: il tête-à-tête col televisore non ve lo toglie nessuno.

Vi ritrovate in questo quadretto? Bene, allora siete i lettori giusti per avventurarvi in questo breve excursus per ricordare come sono cambiate le serie tv che guardiamo e come, inevitabilmente, siamo cambiati noi.

Serie tv storia e dipendenza dai teleamici

Prima di tutto, per far chiarezza, dove nasce l’idea di serie tv? è negli anni ’50, dentro gli scatoloni statunitensi, che viene trasmesso il primo telefilm d’autore della storia: sto parlando di Alfred Hitchcock Presenta, una serie di puntate che non seguono una trama lineare, ma che presentano un tema comune a tutte, il crimine. Ancora oggi il genere giallo o poliziesco è rimasto pressoché invariato: conosciamo man mano le vite dei personaggi che spesso non sono rilevanti alla comprensione della puntata singola, aspetto questo positivo per quanto riguarda il mantenimento del genere per come è nato. Certo, anche il poliziesco si è adattato ai tempi moderni, non fraintendiamoci, ma a differenza di altri generi l’elemento chiave dell’episodio rimane sempre il caso da risolvere, mentre in secondo piano passano le storie dei singoli personaggi.

Serie TV la storia e dipendenza
@Paul Townsend

Ma torniamo al nostro flashback storico. Mentre negli anni ’60 la passione per la fantascienza si allarga, oltre che nei cinema, anche dentro ai tondeggianti, e da ora colorati televisori, negli anni ’70 si sgretola un po’ la censura, e le donne diventano spesso protagoniste e eroine dei telefilm.

Le vite di uomini e donne si infittiscono. Il lavoro spesso prende il sopravvento sulla vita privata e la televisione tira fuori un paradossale asso dalla manica: con gli anni ’80 e ’90 nascono le serie tv a tema familiare, con l’intento di riunire la famiglia davanti al cubo luminoso (i Simpson sono l’immagine in versione cartoon che descrive forse meglio la situazione). Perché paradossale? L’intento è quello di riunire le famiglie, ma il mezzo è quello sbagliato: la realtà è che si va aggiungendo un altro appuntamento alla giornata, quello con la tv. Per quanto si possa stare tutti insieme sullo stesso divano, la concentrazione di ogni membro della famiglia è rivolta ad un oggetto, e il buon vecchio tempo delle chiacchiere intorno al fuoco, col nonno che si addormenta a metà storia, sembra sempre più lontano.

Serie tv: oggi

Lo schermo è dimagrito, la poltrona è più comoda e noi, nel frattempo, abbiamo fatto velocemente amicizia con un nuovo alleato: internet, l’arma a doppio taglio del nuovo millennio. Il web ci ha permesso di avere accesso come, dove e quando vogliamo a tutte le stagioni dei nostri telefilm preferiti, volendo anche in lingua originale; ecco perché nasce il bisogno di rendere maggiormente intriganti gli episodi, in modo che spingano lo spettatore a procacciarsi la nuova puntata. E se in passato la fiction per come è nata, in inglese appunto “finzione”, rappresentava la messa in scena di qualcosa di inventato, immaginario o comunque lontano dalla realtà di tutti, oggi si avvicina sempre di più al reale, alla vita quotidiana, permettendo a noi di immedesimarci nelle esperienze dei personaggi, ricordare o rivivere qualcosa che ci è capitato. Tranquilli, siamo umani ed è naturale che ci piaccia rivedere noi stessi nelle azioni di qualcun altro. Ecco perché se la serie tocca anche il nostro io più intimo piace, e se piace si diffonde in fretta. Comincia il suo viaggio da paese a paese, viene trasmessa e convince i followers, che presto si ritrovano a cercare forsennatamente un’immagine copertina per la propria pagina Facebook, che renda giustizia alla serie e che comunichi agli amici: si io la seguo. Vi è mai capitato?

Da spettatori passivi diventiamo attivi, poiché avvertendo quella connessione speciale con i personaggi o con la loro storia, contribuiamo (spesso involontariamente) a farne pubblicità.

Ma cosa davvero, oltre alla trama gustosa che ci viene proposta, ci spinge a voler dedicare il nostro tempo a divorare stagione dopo stagione? Ne siamo forse dipendenti? E se sì, da cosa esattamente?

Ciò che ci fa affezionare tanto è la continua ricerca di emozioni, un classico: più ne abbiamo e più ne vogliamo. Facciamo diventare i personaggi degli amici da conoscere e a cui legarsi, quindi quando se ne vanno avvertiamo un senso di tristezza.

Questo rapporto di amicizia instaurata con un personaggio fittizio è la cosiddetta “teleamicizia”, così definita dal sociologo statunitense Joshua Meyrowitz, docente di comunicazione presso l’Università del New Hampshire e autore del libro The Life and Death of Media Friends: New Genres of Intimacy and Mourning. Inoltre, uno studio condotto da un gruppo di studiosi dell’Ohio State University, guidati da Emily-Moyer Gusé, dimostra come la fine della propria serie tv preferita possa scatenare sintomi depressivi e un senso di angoscia e smarrimento, simile a quello generato dalla fine di una storia d’amore. Prima che un tossicodipendente vi mostri solidarietà e comprensione, battendovi la manina sulla spalla, valutate bene se, invece di rinchiudervi in casa, non sia meglio andare a farsi una bella passeggiata all’aria aperta.

Per non perdere del tutto il contatto con la realtà ed evitare che gli amici, al bar, vi guardino male se ordinate un Cosmopolitan alla Carrie Bradshaw in Sex and the City, è sempre meglio separare realtà da intrattenimento televisivo che, se rimane fine a se stesso, è un passatempo sano e ricco di divertimento.

Meyrowitz Joshua: The Life and Death of Media Friends: New Genres of Intimacy and Mourning in American Heroes in a Media Age, Ed. Susan Drucker and Robert Cathcart, 1994

 

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Noemi Mengo

Ho 21 anni, troppi capelli ed una biografia piuttosto filiforme. Ho passato la mia infanzia in un desolato paese sul Lago Maggiore, sono curiosa, adoro ballare e vorrei fare talmente tante cose nella vita che le inizio tutte ma non ne finisco una. Ora vivo a Verona, dove studio Lingue e Culture per l’Editoria, facoltà che ho scelto perché ancora devo capire bene per cosa sia più portata, se parlare oppure scrivere.
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