Perché l’Italia arriva (quasi) sempre ultima al Sei Nazioni?

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Il Sei Nazioni 2017, il primo con Conor O’Shea commissario tecnico della nazionale di rugby, è stato fallimentare per l’Italia. Probabilmente il peggior Sei Nazioni di sempre per gli azzurri. Non solo per le cinque sconfitte e gli zero punti, ma per aver tradito le aspettative accumulatesi in seguito all’arrivo del nuovo allenatore e alla sorprendente vittoria contro il Sudafrica nei test match. Invece il campo ha dato esiti radicalmente opposti: cinque partite senza storia, salvo pochi frangenti, che hanno ribadito la notevole distanza tra l’Italia e le altre cinque potenze europee della palla ovale (Inghilterra, Irlanda, Scozia, Francia e Galles).

Quest’anno anche il tifoso più realista era propenso a credere almeno in una vittoria, o in una squadra che lottasse il più possibile alla pari con le avversarie. Invece, fatta eccezione per il primo tempo con il Galles e per parte del match con l’Inghilterra (tenuta a lungo in scacco con uno stratagemma tattico che ha fatto notizia), tutte le gare sono terminate con scarti pesanti: 30,2 punti la differenza media inflitta all’Italia, la peggiore in diciotto anni di torneo, con l’abisso del 10-63 in casa con l’Irlanda e l’onta del 29-0 in Scozia. Il percorso di O’Shea è iniziato da poco, ma finora non ci sono risultati incoraggianti. L’esito del Sei Nazioni 2017 non ha fatto altro che aumentare lo scetticismo intorno al rugby italiano.

Fanalino di coda

In diciotto partecipazioni al Sei Nazioni, l’Italia ha vinto appena 13 partite su 90 disputate (il 14,4%), con 1 pareggio (in Galles nel 2006) e 76 sconfitte (84,4%). Il miglior piazzamento è stato il quarto posto del 2013, a pari punti con la Scozia, terza solo per differenza punti. Quell’anno l’Italia, allora guidata dal francese Brunel, vinse due partite, con Francia e Irlanda, e sfiorò una clamorosa impresa sul campo dell’Inghilterra. Negli anni successivi ha invece toccato il fondo.

Dodici volte gli azzurri hanno concluso il torneo all’ultimo posto, sette delle quali con zero vittorie. E con l’aggravante di un 2017 in cui non si è saputo sfruttare neppure l’introduzione del nuovo sistema di punteggio, che assegnava un punto bonus alla squadra marcatrice di almeno 4 mete nel corso di una partita o sconfitta con uno scarto inferiore ai 7 punti. Invece, zero punti in classifica. Un gioco quasi mai brillante e una tenuta fisica da rivedere, dal momento che l’Italia subisce gran parte delle mete nei finali di gara.

Ma perché l’Italia arriva (quasi) sempre ultima al Sei Nazioni? Ci sono alcuni motivi precisi. Analizziamoli.

5 motivi per cui l’Italia arriva quasi sempre ultima al Sei Nazioni

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1 – Il peso della tradizione

Premessa fondamentale: nel rugby non si inventa nulla e nessuno fa regali. L’unico modo per mettere su una squadra vincente e duratura è la programmazione. È uno sport che, forse come nessun altro, mette a nudo i limiti. Nella grande maggioranza dei casi, a rugby vince sempre il XV più forte. I successi si costruiscono con il tempo, prestando estrema attenzione allo sviluppo dei giocatori e all’implementazione del sistema di gioco.

Per questo, la tradizione rugbistica di una nazione ha un peso eccezionale: il rugby è sport di élite, le nazionali top sono una quindicina e si affrontano sempre tra loro, tutte le altre sono molto scarse e fuori dal grande giro. L’Italia è aggrappata al treno delle migliori, ma sempre in ultima classe. In confronto alle potenze del rugby, la tradizione italiana ad alto livello è giovanissima e ciò si avverte terribilmente in ogni occasione di confronto con le squadre più blasonate.

La storia, tuttavia, è ancora dalla nostra parte: quando la Francia nel 1910 fu ammessa al torneo, vinse la prima partita dopo sei edizioni e il primo titolo soltanto nel 1959. Noi siamo entrati nel 2000, relativamente pochi anni fa. Aspetta e spera?

2 – Un sistema poco competitivo

Al di là dell’attenuante della tradizione, osservando la situazione odierna del rugby italiano, la mancanza di competitività del sistema è il problema più preoccupante. L’Italia non riesce a reggere il confronto con le nazioni rugbistiche con cui annualmente è chiamata a confrontarsi, sia a livello di nazionali sia a livello di franchigie e club. Se nel rugby è fondamentale costruire i propri giocatori di alto livello per consentire allo staff tecnico lo sviluppo di un gioco efficace, l’Italia è messa male.

Una nazionale, per essere competitiva al top, deve poter contare su un nucleo di almeno 30-35 giocatori intercambiabili. In ciascuno dei 15 ruoli del rugby è basilare avere un minimo di due elementi di livello. Il sistema italiano non riesce a produrre questo mix di qualità e quantità: basta qualche infortunio e il tasso tecnico-atletico degli azzurri cala vertiginosamente.

In Italia il numero di praticanti e tesserati è aumentato negli ultimi anni, fino a superare quello di Irlanda e Scozia, che però riescono a formare giocatori più forti grazie a un sistema più organizzato. Risultato: giovanili, scuole, franchigie e club floridi dove nascono i futuri nazionali. Invece, le due franchigie italiane in Pro12 – Benetton e Zebre – perdono quasi sempre e il campionato di casa fa sempre meno testo.

Il sistema delle accademie federali ha ricevuto spesso critiche, con una Federazione accusata di non investire adeguatamente il suo buon budget su un programma a lungo termine per lo sviluppo dei giovani. Al capezzale dei quali, però, è stato ora chiamato Stephen Aboud, esperto irlandese arrivato in coppia con O’Shea nel ruolo di responsabile federale per la formazione. Riuscirà a cambiare le cose?

3 – Impazienza e indisciplina

Si dice che il rugby non è uno sport fatto per gli italiani. Richiede pazienza e disciplina, mentre gli italiani sono tradizionalmente impazienti e indisciplinati. Una tendenza spesso avvertita nel Sei Nazioni, in campo e fuori. Basta guardare una partita dell’Italia e notare facilmente la difficoltà da parte degli azzurri a schierarsi con precisione per costruire un’azione di gioco alla mano, aspetto molto importante nel rugby, di fronte a squadre che invece nel disporsi sfoggiano una precisione sartoriale. Quindi, l’indisciplina in campo è spesso causa di troppi calci di punizione concessi agli avversari e la nomea di squadra indisciplinata non è certo un buon biglietto da visita nei confronti degli arbitri, il cui operato nel rugby è “sacro” e incontestabile.

Fuori dal campo, l’impazienza si riflette nella già accennata difficoltà, da parte dell’organizzazione federale, a metter su un progetto unitario per lo sviluppo di tutto il sistema. In diciotto anni sicuramente si poteva fare di più.

Poca pazienza, infine, è quella del pubblico, con l’Olimpico che quest’anno ha registrato il record negativo di spettatori da quando ospita le gare del Sei Nazioni (2012): il popolo ovale, in parte composto da appassionati molto recenti, si sta disaffezionando. Il rugby è sempre una festa, ma nella mentalità italiana se non si vince, dopo un po’ ci si stufa.

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4 – Calci sbagliati e imprecisioni

In una partita di rugby, i calci piazzati possono essere decisivi, soprattutto nei match più incerti e in cui risulta difficile andare in meta. E poi servono per trasformare le mete stesse. La Scozia, che fino a due anni fa aveva seri problemi in fase offensiva, costruiva le sue poche vittorie proprio su questa caratteristica. L’Italia invece ha perso svariati match a causa dell’imprecisione nei calci: scherzando ma non troppo, quasi un paradosso in una nazione che ha nell’utilizzo dei piedi l’elemento fondamentale del suo sport nazionale…

Nel rugby, di solito, è il mediano d’apertura il giocatore che si occupa di battere i calci e l’Italia ne ha avuto uno fortissimo, seppur di origine argentina, fino al 2003: Diego Dominguez. Dopo il suo ritiro, non c’è stato verso di reperire un calciatore continuo e affidabile. Centrare i pali è diventata un’impresa per gli azzurri e un’incredibile serie di giocatori, mediani d’apertura e non, ha deluso di brutto.

L’attuale 10 titolare è il buon Carlo Canna, che ha tenuto una percentuale piuttosto alta sotto la gestione O’Shea, salvo sporcarla con un incredibile 0 su 3 in Scozia, con tre errori da posizioni facili senza i quali, probabilmente, l’Italia sarebbe rimasta in partita. Il rugby è anche sport di dettagli e le imprecisioni, sia ai calci piazzati sia durante il gioco, pesano molto, soprattutto se hai davanti alcune delle migliori squadre al mondo pronte a punire ogni tuo errore.

5 – Congiunture non ideali

Negli ultimi quattro Sei Nazioni, dopo aver toccato l’apice con l’exploit del 2013, l’Italia ha vinto una sola partita su 20, subendo uno scarto medio di 27,5 punti. C’è stato un ricambio generazionale e non sono mancati gli infortuni, entrambi fattori importanti nel rugby, ma è fin troppo chiaro che l’attuale gruppo azzurro, almeno quello visto al torneo 2017, non sembra all’altezza.

L’Italia ha avuto uno dei migliori pacchetti di mischia al mondo, quello dei vari Lo Cicero, Castrogiovanni, Perugini, Ongaro, in un periodo in cui era molto scarsa in mediana e nei tre-quarti. Oggi invece ha buoni tre-quarti (Campagnaro, Venditti, Benvenuti, McLean), una discreta mediana (Gori-Canna) ma la mischia non fa più la differenza come prima.

Questione di generazioni, o di congiunzioni astrali: se non sei competitivo, sono aspetti che purtroppo contano. Negli ultimi due anni, l’Italia si è trovata di fronte semplicemente squadre più forti e complete, soprattutto la Scozia, battuta in varie occasioni ma anch’essa finita ormai fuori portata. Non sono incoraggianti nemmeno i segnali che arrivano dall’Under 20, sempre nettamente sconfitta, e persino il ricorso ai giocatori naturalizzati si è via via ridotto. Sergio Parisse, l’unico vero fuoriclasse italiano (tra l’altro argentino di nascita e formazione), ha 34 anni ed è un elemento ancora indispensabile.

In poche parole, la coperta è corta e la storia è lontana dall’essere cambiata: non resta che sostenere il progetto di O’Shea e Aboud, sempre che sia di vera qualità e che siano loro le persone giuste per far crescere l’Italia nel rugby.

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Giornalista, da sempre sport e cultura. Dirigo Move Magazine, rivista di eventi e lifestyle di Viterbo e Terni. Neverendingseason.com è il mio blog sportivo. Sono anche su Rivistaundici.com e altrove. Amo il basket e leggo John Grisham. Per saperne di più, aggiungi .it al mio nome e cognome.

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