Gameplay memories: c’era una volta la sala giochi

di

sala giochi Se parlo a un nativo digitale di “sala giochi”, probabilmente lui penserà a quei tetri casinò senza finestre dove le vecchiette vanno a dilapidare la pensione a videopoker.

Per un membro della Generazione Consolle dev’essere inconcepibile che in un passato non troppo lontano esistessero posti dove la gente pagava soldi veri per giocare con videogame grandi come armadi.

Il nome corretto di quegli aggeggi antidiluviani era coin-op, in riferimento al gettone, coin, che andava inserito nell’apposita fessura to op-erate, per avere diritto a una partita. In Italia li chiamavamo giochi da bar, perché all’inizio li trovavi solo a lato di qualche bancone, come attrazione di complemento al caffè espresso. Poi ci si accorse che molta gente saltava il caffè ed entrava nei bar apposta per quegli strani flipper senza palline. E fu così che nacquero strutture dedicate.

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@Greg Dunlap

Negli anni Ottanta, l’epoca d’oro dei coin-op, ero troppo piccolo per frequentare le sale giochi cittadine. Ma quando i miei mi portavano al mare, dove godevo di maggiore libertà d’azione, la mia prima mossa era cercare la sala giochi, che nelle località di villeggiatura non mancava mai. Una partita a Scramble o Solomon’s Key poteva costare dalle duecento alle cinquecento lire. Oltre che nella potenza di calcolo, incomparabilmente superiore a quella di qualunque home computer coevo, il fascino dei coin-op stava nelle opportunità spettacolari che offrivano a livello di hardware. A Milano, negli anni Novanta, all’Astragames di piazza San Babila – della quale si diceva fosse la sala giochi più grande d’Europa – c’erano macchine meravigliose con tre megaschermi in parallelo e otto postazioni di gioco per partite di massa.

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@Philip Clifford

Io però preferivo la più modesta New Rocky di piazza Oberdan, una baracca di lamiera e vetroresina aperta ventiquattr’ore al giorno, Natale e Capodanno inclusi. Mi piacevano i cosiddetti beat’em up, i picchiaduro a scorrimento orizzontale come Teenage Mutant Ninja Turtles e Altered Beast, e avevo un debole inconfessabile per quei puzzle game infiorettati di donnine pruriginose come Gal’s Panic.

Quattro gettoni costavano cinquemila lire.

Nel 1998 la New Rocky fu dichiarata stabile abusivo, chiusa e rasa al suolo. Ma tutto il settore stava morendo: nel ’95 era uscita la prima PlayStation, che consentiva di vivere esperienze ludiche allo stato dell’arte senza uscire di casa. Le sale giochi, ormai obsolete, presero a sparire una a una; perfino l’Astragames, la campionessa della categoria, fu convertita in atelier. I coin-op vennero pian piano esiliati nei bowling e nei centri commerciali, dove ancor oggi vivacchiano ai margini dell’interesse generale.

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@Andrea Vail

Ma c’era una sala giochi che, a mia insaputa, continuava a tener duro anche nel Terzo Millennio. Nel 2008, per puro caso, scoprii che in realtà la New Rocky non aveva affatto chiuso: aveva solo cambiato sede, e per una curiosa coincidenza si trovava in via Farini, zona Garibaldi, proprio dietro l’ufficio dove lavoravo allora. Ora la bazzicavano quasi esclusivamente immigrati cinesi, ma i giochi erano ancora gli stessi di dieci anni prima. Tre gettoni costavano due euro. La nuova New Rocky chiuse pochi mesi dopo, e stavolta sul serio. Del resto, mettendo da parte il romanticismo, viene da chiedersi come avesse fatto a sopravvivere fino a quel momento.

Io, che un po’ di romanticismo ce lo metto sempre, amo credere che stesse aspettando me.

Immagine copertina| @Daniel Spils

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Classe 1975, è laureato in Lettere. Lavora come editor in campo letterario, televisivo e cinematografico. Vive con la sua famiglia a Segrate, in provincia di Milano.

3 Comments

  1. Mi pare sia durata quasi una decina d’anni . Fu aperta nei primissimi anni ’00 , probabilmente 2002-3 , o comunque prima del 2004 .

    • Io credo che l’abbiano aperta subito dopo la chiusura della “vecchia” New Rocky, nel ’98. Altrimenti non si spiega perché i giochi all’interno risalissero quasi tutti a quell’epoca.

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