Di trasferte a Torino e partite in casa a Roma, di viaggi in Frecciarossa e frecce greche

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roma-udinese sul frecciarossa
Occhio non vede Coso non se incazza.

O almeno ho cercato di giustificare così il fatto che gran parte di Roma-Udinese l’avrei passata sul Frecciarossa da Torino verso la Capitale. Per di più nel tratto appenninico dove non hai speranza di mandare un sms, figurati guardare una partita o banalmente ricevere informazioni live.

E allora non puoi far altro che prenderla con serenità e fare tutte le cose normali che fai durante un viaggio in treno di media lunghezza: odiare i tuoi vicini (soprattutto quella che parla di manoscritti, interviste e si leva le scarpe) e guardare con fare disgustato e incazzoso quelli che parlano a voce alta.

Poi a un tratto la luce.

Si accendono gli schermi per comunicare ai gentili viaggiatori che ci sono circa 30 minuti di ritardo e, probabilmente sapendo che a bordo ci sono pure io, cercano di indorarmi la pillola alternando quella schermata con la pubblicità della Roma partner ufficiale dei Frecciarossa.

Questo mix di informazioni distoglie il mio sguardo disgustato dai piedi della tizia e mi porta a notare che un sedile più avanti c’è un pioniere delle telecomunicazioni che cerca di guardare la partita sul tablet destreggiandosi tra refresh e connessioni dal segnale inesistente. Lotta strenuamente contro ipod mini, Sky go, e tratta Bologna-Firenze che in confronto una fatality de Mortal Kombat è una combo da dilettanti.

Lo ammiro e gli voglio pure un po’ bene. Vorrei quasi dirglielo ma per farlo dovrei alzarmi e scavalcare la tipa senza scarpe e l’idea mi fa abbastanza schifo. Ad una prima verifica mi accorgo che il suo live non è proprio live e viaggia con un ritardo di quasi 4 minuti, ma oh, tra niente e quattro minuti di speranza in più rispetto al resto del mondo di recuperare quella partita scelgo la seconda opzione.

Sì perché mi accorgo di quel tablet della speranza solo a svantaggio acquisito. In realtà ci vedo molto poco. Però un’idea di quello che accade ce l’ho. Pure se poi mi concentro più sul tipo e sulle sue reazione che sulla partita. E mi rendo conto, per la prima volta in vita mia, che sto vivendo una specie di esperienza extracorporea. Non è la partita a richiamare l’attenzione, ma il tifoso della Roma davanti a me. Guardo lui, che sono io. Mi guardo allo specchio ché io allo specchio durante una partita non mi ero mai visto. Ma mai. Che tipo forse vabbè io quei pantaloni che ha lui non me li metterei, ma insomma ‘sto concetto un po’ estremo de meta tifo lo avete capito.

Si dimena, si agita, tira pugni in aria cerca con lo sguardo approvazione e complicità nei suoi vicini ma trova solo un coglione che dice che abbiamo (abbiamo noi, si include, è romanista) l’attacco più scarso della Serie A. Ve lo giuro lo ha detto. Ci sono romanisti che sono convinti di questa cosa. Il mio io riflesso allo specchio sta per mandarlo affanculo ma si contiene. Bravo penso. Perché in quel momento sono convinto di essere davvero io e credo di poterlo telecomandare col pensiero.

Il pareggio del Ninja arriva su livescore perché lo streaming è saltato e lo guarderò a casa, penso. Poi finisce il primo tempo, il vagone ristorante diventa una specie di processo del lunedì e i dipendenti di Trenitalia scopro che c’hanno tutti un amico che non possono dì chi è che lavora a Trigoria e loro lo sanno quello che è successo alla squadra nel periodo dei pareggi. Beato io che non so un cazzo, penso.

Il secondo tempo ricomincia e intorno alla mia proiezione coi pantaloni improbabili si crea un capannello di gente. Il tipo che pontifica sull’attacco scarso inizia a spazientirsi; lo sanno tutti, pure la deficiente ancora senza scarpe, che la prossima settimana ce sta quello che ce sta e vorremmo arrivarci co ‘na vittoria.

Se soffre.
Ricomincia a funzionarmi il cellulare.
Mi compare ZioTweet.


Scorro ancora.
Torosidis.
Gol!
Si girano.
Chi?
Toro!
Daje!
La freccia greca!

Mi alzo! Ci abbracciamo a distanza col mio io proiettato. Sul tablet ancora non ha segnato.
Pesto il piede della mia vicina.
Chiedo scusa, ma è palese che sto mentendo.
Godo un po’.
Lo ammetto.

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Anche noto come Coso. Classe 1981, attualmente in vita. Nasce brutto e povero e non potendosi permettere di cambiare vita chirurgicamente è costretto a vendere il suo corpo al giornalismo, ma nessuno se lo compra. Casca, si rialza, non se rompe. È tipo il pongo. Scrive cose, fa lavatrici.

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