Se tu non me voi bene: Mezzogiorno e mezzo fuoriluogo*

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* Questo articolo non contiene le espressioni “miracolo di Pasqua” e “resurrezione” accostate ai termini Roma e Stadio Olimpico e sostiene la lotta ai titoli di giornale del cazzo. Unisciti donando 1 euro. Per maggiori informazioni scrivi su twitter ad @anonimoquadraro.

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@officialasroma

Roma Napoli: Mezzogiorno e mezzo fuoriluogo

Dopo un’attenta e lunga riflessione notturna basata su limoncello, tre caipirissime, una caipiroska, un amaro del capo e un panino salsiccia, salsa barbecue, pomodorini secchi e melanzane delle 3:30 AM sono arrivato alla conclusione che giocare Roma Napoli alle 12.30 è stato dolorosamente inadatto e fuori luogo.
Come la pubblicità su spotify o un piatto di pasta e vongole quando non sei ancora in grado di scegliere se sei pronto per il salato o vuoi ancora un po’ di dolce.
Tipo: Tramezzino o secondo cappuccino? Resto in pigiama o vado allo stadio?
Ecco, Roma Napoli è così e alle 12.30 non si dovrebbe giocare proprio mai.

Che io nelle macro aree che compongono la cultura pop/generalista ci sono un paio di cose che non ho mai imparato e che più di una volta mi hanno fatto cadere a Trivial a un passo dalla vittoria. Per esempio la filastrocca per conoscere quanti giorni porta un mese o la distinzione tra la Pasqua che cade alta e la Pasqua che cade bassa. Tipo alto e basso medioevo, immagino. Ma pure in quel caso non sarei certo di conoscere la risposta giusta. E sì, sarebbe facile consultare Wikipedia e fare il gajardo, ma la mia ignoranza non è dopata. È tutto nature. Come piace a voi.

Quindi sabato 4 aprile, alle 12.30, è il sabato di Pasqua ed è anche il giorno del ritorno alla vittoria della Roma all’Olimpico, che non so se cade alta o bassa ma sicuramente cade in ritardo. Di circa quattro mesi o se preferite 125 giorni dopo l’ultima volta. Perché qualcuno che conosce il calendario meglio di me l’ha contati. E pure in quel caso, era con l’Inter (vaa ricordate l’Inter quando ancora dicevano no, ma l’Inter che fai non la consideri per la lotta scudetto?), aveva segnato Miralem.

Miralem che dopo il gol s’incazza e con le mani fa il sempreverde gesto del blablabla; lui dice ai giornalisti, ma forse ce l’ha con tutti; per quanto mi riguarda Miralem – che è titolare inamovibile nella mia squadra del fantacalcio (Atletico Quadraro, fuori dalle coppe ma in piena lotta per la conquista del campionato ndr) – poteva pure scavalcare in tribuna, vestirsi da steward e invitare la gente a uscire ché tanto ‘e giarrettelle se so’ rrotte (come da accordi con Anna Trieste, infilato nell’articolo, pure con una certa nonchalance). E se un tifoso mi può rompere il cazzo mentre cammino per la strada, allora io se segno gli posso dire che deve starsi zitto.
Che mi pare un buon compromesso, perché lui pagherà il biglietto, ma io c’ho 25 anni e un cervello pensante che da queste parti non è proprio una cosa da tutti i giorni.

Io al fischio finale negli occhi dei giocatori della Roma sono convinto di aver visto un sereno e distaccato e mo che cazzo volete dicce? E ve la dico tutta, che tanto prima o poi dovevamo arrivare al punto in cui capivate che sono una persona brutta, cinica e antipatica, secondo me c’hanno pure ragione.
Chi paga un biglietto non acquista pure il diritto di togliere la dignità alla gente. Che forse se non riesci a gestire la tua passione che per forza di cose deve passare per i piedi di undici sconosciuti, allora il problema non è con la squadra, forse ci sono problemi esistenziali più seri. E sarebbe opportuno parlarne con qualcuno.

Io sono il primo a sostenere che non sarà mai “solo una partita di pallone” e non sarà mai “soltanto un gioco” e voglio pure rivendicare il mio diritto di essere romapatico, incoerente, incostante, stronzo, merda, culturalmente snob (questa non c’entra un cazzo ma volevo citare la mia ex), di vomitare prima del derby e di farmi divorare dall’ansia. Ma al tempo stesso voglio pure il diritto, per una volta, di scrivere una roba poco divertente per confessare una verità scomodissima: che certe volte i tifosi romanisti me stanno pesantemente sul cazzo.
Ecco. L’ho detto. E mo’?
(Musica thrilling, in sovraimpressione compare la scritta Continua…)
(Dissolvenza)

Chiudo con una nota seria. Ogni volta che penso che è giunto il momento di tornare ad abbonarmi qualche demente fa in modo che la mia scelta rientri prepotentemente nel mio cervello e si rimetta in coda dietro altre idee insane, tipo la bicicletta a scatto fisso.
Io non so cosa si prova a perdere un figlio, ma so per certo che se qualcuno mi dicesse che ci lucro sopra non risponderei delle mie azioni. Tutti gli altri discorsi stanno a zero. Ne parli qualcun altro ché io non credo di esserne in grado.

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Anche noto come Coso. Classe 1981, attualmente in vita. Nasce brutto e povero e non potendosi permettere di cambiare vita chirurgicamente è costretto a vendere il suo corpo al giornalismo, ma nessuno se lo compra. Casca, si rialza, non se rompe. È tipo il pongo. Scrive cose, fa lavatrici.

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