Al Robot, al Robot!23 min read

12 Maggio 2026 Società -

Al Robot, al Robot!23 min read

Reading Time: 17 minutes

“quella parola magica, come un’atmosfera che tutto avvolge e colora dei colori iridati della luce: il futuro” (Carlo Levi, Il futuro ha un cuore antico)

📸 Aideal Hwa

Edward Warchocki: cacciatore di cinghiali

Mentre mi appresto a scrivere queste righe, un video circola attraverso la rete. All’apparenza, è un video come tanti altri, capaci di “fare tendenza” per qualche giorno, prima di tornare a nascondersi nella polvere degli archivi virtuali. In realtà, rappresenta qualcosa su cui varrebbe la pena di soffermarsi maggiormente, dal momento che, su diversi piani, assistiamo con esso a un radicale salto di paradigma.

Nel video in questione, ci troviamo in Polonia a tarda notte e vediamo un individuo, Edward Warchocki, correre con coraggio dietro un branco di cinghiali, inseguendoli fino a metterli in fuga, allontanandoli dai pressi di una zona abitata. Fin qui, potremmo dire, oltre all’audacia di Edward Warchocki e al suo valore civile, niente di cui stupirsi. Se non fosse che, a rispondere a questo nome e cognome, non è affatto un uomo polacco, ma un robot umanoide di ultima generazione – più precisamente, un modello G1 dell’azienda cinese Unitree – dotato persino di un profilo Instagram personale, sul quale Edward condivide con i suoi followers la propria “vita”, collezionando reazioni incredule da parte delle persone che si trovano a interagire con lui.

Gran parte dei giornali e dei profili che hanno riportato e commentato il video hanno parlato di un evento, o una scena, surreale. Niente di più errato. L’episodio di Edward Warchowski che rincorre il branco di cinghiali non ha niente dell’incredibile o dell’assurdo, niente che sia fuori né oltre la realtà, bensì solleva e ci sottopone alcune tra le questioni più urgenti e reali dei nostri giorni.

In primo luogo, segnala l’arrivo dei robot umanoidi sul mercato. Anche se è da anni che le aziende leader a livello mondiale – come le cinesi Unitree, 1X Technologies e Agibot o  le statunitensi FigureAI, Tesla e Boston Dynamics – annunciano investimenti miliardari nel settore e si sfidano per il predominio sul mercato, è solo in questi ultimi anni che la robotica avanzata ha cominciato ad aprire l’acquisto dei propri robot al grande pubblico, alcune aziende puntando a una produzione di circa centomila unità prima del 2030 (a un costo che oscilla tra i 20k€ e i 4k€). Pur se ancora imperfetti e in fase di sperimentazione, considerati i progressi esponenziali degli ultimi cinque anni mai come oggi si può affermare che i robot umanoidi siano pronti ad entrare nelle nostre vite, svolgendo varie funzioni di supporto all’attività umana, sia nella sostituzione di lavori pesanti, faticosi o ripetitivi, che nell’esplorazione di luoghi pericolosi per gli esseri umani, fino al supporto di persone con disabilità e mobilità ridotta, di anziani o bambini – questo, almeno, ciò che le aziende pubblicizzano.

In questo primo senso, la lotta per un mercato è, come sempre, una lotta d’immagine. Così, il video di Edward Warchocki si situa in continuità con Melania Trump che viene presentata e accompagnata a un summit dall’ultimo modello di FigureAI, o la spettacolare esibizione dei robot Unitree all’ultimo Gala della Festa della Primavera in Cina, o ancora la corsa a 10 km/h del modello H1 di Unitree. Probabilmente, nei tempi a venire, assisteremo in misura sempre maggiore a queste dimostrazioni di forza spettacolarizzate, in particolare tra USA e Cina (basti pensare che delle 16 più importanti aziende di robotica al mondo, 8 sono cinesi e 6 statunitensi), in una rinnovata corsa al robot, simile alla corsa allo spazio della Guerra Fredda, in cui la competizione tecnologica e quella economica, politica e ideologica diventano pressocché indistinguibili. Una corsa, forse, ancora peggiore, dal momento che, se in quella allo spazio l’obiettivo era all’incirca chiaro – metaforicamente piantare per primi la propria bandierina sulla Luna – nella corsa al robot è difficile decretare quando tale corsa potrebbe dichiararsi vinta o conclusa, date le infinite possibilità a cui tali tecnologie paiono potersi prestare.

Ma, in secondo luogo, il video di Edward Warchocki ci dice anche altro. Oltre al robot come prodotto da acquistare, ci segnala, effettivamente, una svolta tecnologica significativa. Da circa mezzo secolo gli avanzamenti della robotica promettono la costruzione di robot autonomi, ma, a forza di gridare “al Robot, al Robot!”, di fronte al sistematico fallimento di numerosi esperimenti precedenti e complice anche la fantascienza – che ha ammantato l’immaginario comune relativo alla robotica di un’aura futuristica e distopica – l’opinione pubblica sembra aver decretato l’impossibilità, la surrealtà, dell’arrivo reale del “lupo”. A furia di esorcizzare il potenziale avvento di queste tecnologie e la carica perturbante che esse portano con sé, l’alternativa davanti alla quale sembriamo porci è quella tra “non arriveranno mai” e “se arrivano davvero, sarà davvero una distopia”. Una posizione che ci impedisce, in questa fase di passaggio storica e decisiva, di prendere sul serio, nel dibattito pubblico e politico, le possibili conseguenze di queste nuove tecnologie. Ora, grazie ai progressi sia nella robotica, che nelle cosiddette Intelligenze Artificiali (propriamente LLM, Large Language Model), l’alleanza tra questi due, e molti altri, progressi paralleli nella scienza e nella tecnica, Edward Warchocki e i suoi simili non rappresentano più qualcosa di surreale, bensì qualcosa alle cui implicazioni reali non stiamo prestando la sufficiente attenzione. Certamente, potranno essere una semplice bolla nel mercato, destinata a sparire come tante altre, ma la possibilità della loro realizzazione tecnica sembra essere raggiunta. I robot umanoidi sono ormai arrivati, esistono, e, soprattutto, sono producibili in serie, ad un costo accessibile a una grossa fetta della popolazione mondiale, anche nel caso in cui non riuscissero a riprodursi o a trovare un utilizzo efficace nella vita quotidiana (difficile da credere, date le migliaia di miliardi di dollari investiti nel settore).

In terzo luogo, la robotica non avanza solamente sul fronte dei robot umanoidi dalle sembianze umane. Negli stessi giorni del video di Warchocki, un’altra notizia parallela scorre nel feed della storia contemporanea. Nella guerra tra Russia e Ucraina – da molti specialisti interpretata da tempo come un vero e proprio laboratorio nel campo delle nuove tecnologie militari – l’esercito di Kiev ha per la prima volta conquistato una posizione senza l’utilizzo di un solo essere umano, grazie a robot e droni sia teleguidati che autonomi. Il robot umanoide che rincorre cinghiali, pertanto, è una manifestazione di colore all’interno dello spettro di luce più ampio della robotica e dei LLM in senso ampio, il cui utilizzo si estende al campo militare, esplorativo, spaziale e solo alla fine civile. Bisognerebbe, al riguardo, aprire forse un dibattito sullo statuto dei robot come tecnologia dual-use (militare e civile), il cui impiego e sviluppo dovrebbe essere al più presto regolamentato, come per il nucleare, in modo da sottrarre il suo destino dalle mani del mercato, per rimetterlo alla decisione democratica. Come per numerosi altri casi nella storia, ciò che appare o viene raccontato come evoluzione naturale, progresso o destino ineluttabile, è spesso l’esito di un interesse particolare che è riuscito a imporsi su tutti gli altri, al punto da rimuovere persino il dubbio sulla propria legittimità.

In quarto luogo, in continuità con questo discorso, il video di Warchocki solleva numerosi problemi etici rispetto allo statuto del singolo robot come individuo agente nel mondo. Alcuni, già sollevati da tempo da altre innovazioni – come la comparsa e la diffusione degli smartphone o nel caso delle vetture a guida autonoma, ad esempio – altri, invece, del tutto nuovi. A chi è imputabile la responsabilità della sua azione, nel caso in cui dovesse causare danno a persone o cose? Dovrebbe avere doveri, o diritti? Cosa succederebbe se questi robot venissero utilizzati come dispositivi di controllo, soprattutto una volta entrati nelle nostre case? E se si trasformassero in apparati parastatali di polizia, di repressione e così via, in mano a privati o ad aziende private? Chi ha la responsabilità della loro programmazione? Se sono aziende private a definirne il codice, che potere democratico può esercitare la moltitudine di cittadini, per decidere come questi robot debbano essere progettati e a quali limiti sottostare? Infine, chi ha detto a Warchocki di rincorrere i cinghiali? E perché?

Arriviamo, così, all’ultima questione, che ci tocca, probabilmente, più nell’intimo. Ossia, chi è Edward Warchocki? Pensa? Sogna? È una macchina? Ha una coscienza? Cos’è per Edward un cinghiale? Un mucchio di informazioni, o qualcos’altro? Potrebbe rincorrere anche noi, un giorno? In altre parole, quale sarà il nostro posto nel prossimo futuro? Saremo più simili a un cinghiale o a Edward Warchocki?

Riassumendo, i robot umanoidi rivestono, oggi, diversi significati simultaneamente. Un oggetto-dispositivo desiderabile, un prolungamento di sé (per i consumatori e le aziende), uno strumento di sorveglianza, che produce ansia e paura (per i cittadini), una minaccia e una deterrenza (tra gli stati) o, infine, una domanda (di senso). In altre parole, i robot possono essere allo stesso tempo un prodotto, uno strumento di controllo, un’arma militare, un evento. La domanda da farsi, pertanto, non è ci sostituiranno? Ma, piuttosto, chi vogliono o possono sostituire? La forza lavoro operaia? I lavori di cura? Gli eserciti? La polizia? Influencer? Artisti? Le lavoratrici e lavoratori del sesso? L’intero genere umano? Nessuno? In altre parole, quale funzione ricopriranno all’interno della nostra società? Chi li amministrerà? Chi li educherà, programmerà o limiterà nell’agire? Ma, soprattutto, perché abbiamo l’impressione di non avere alcun potere in merito? Perché attendiamo che il futuro ci accada addosso?

📸 Andy Kelly

Il futuro (dei robot) ha un cuore antico

Anche se la prima apparizione del termine robot è relativamente recente – derivato dal termine ceco robota («lavoro faticoso e gratuito, corvée») e utilizzato per la prima volta dallo scrittore Karel Čapek nella sua opera teatrale R.U.R. I Robot Universali di Rossum, del 1921 – il suo concetto è tanto antico quanto il pensiero e la scrittura umana e attraversa, in forme diverse, pressocché ogni cultura. Dal Golem di argilla delle leggende ebraiche al Frankenstein di Mary Shelley, dal Tupilaq delle mitologie inuit all’automa cavaliere di Leonardo Da Vinci, dal mito greco di Pigmalione all’androide alchemico di Alberto Magno, dall’esercito di terracotta dell’imperatore Qin Shi Huangdi fino alla galassia di opere letterarie, cinematografiche e teatrali esplose nel XX secolo: l’essere umano ha da sempre giocato con l’idea di sostituirsi alla divinità, o alla natura, nel dare la vita alla materia inerte. E, nel creare la vita, farlo nel modo più simile all’umano stesso. Ma, su questo, non ha mai smesso di interrogarsi.

È interessante notare come queste creazioni magico-tecnologiche generate dalla fantasia di tutti i tempi, siano andate a tendere verso due rappresentazioni complementari: da un lato, il robot come schiavo-strumento; dall’altro, il robot come guerriero-arma. In entrambi i casi, al servizio del suo padrone-creatore, contro il quale, nella maggior parte dei racconti, i robot alla fine vengono a ribellarsi, scatenando nuovamente una guerra, a volte vinta dagli umani, a volte dalle macchine.

In un primo caso, raffigurando il robot come operaio-manodopera, l’umano va a ricoprire necessariamente il ruolo di padrone-sfruttatore. In questo senso, i robot rappresentano il sogno dell’automazione, della liberazione dal lavoro e dalla fatica. Eppure, progressivamente, cominciamo a vedere nei robot la condizione più alienata di noi stessi. Nel vedere il modo in cui essi vengono trattati, scopriamo di essere più simili al robot che al padrone. In R.U.R., ad esempio, l’umanità non ha più bisogno di lavorare, non ha più bisogno di far nulla, il cibo e tutti i beni necessari le piovono le cadono tra le mani come frutti da un albero. Ma, immediatamente, all’idillio si contrappone il suo opposto: liberarsi dal lavoro non significava altro, in realtà, che liberarsi dai lavoratori, che hanno più bisogni, devono essere retribuiti e possiedono persino diritti. I robot, pertanto, non sono progettati da un’umanità eguale e democratica per liberarsi dalla fatica e dalla sofferenza, bensì da una piccolissima parte di questa umanità per liberarsi dalla inefficienza dei lavoratori umani.

Domin: Il miglior lavoratore è quello più economico: quello che ha il minor numero di bisogni. Il prodotto di un ingegnere è tecnicamente più rifinito della creazione della natura. / Helena: Infatti l’uomo è una creazione di Dio. / Domin: Sicuramente la peggiore: Dio non aveva alcuna nozione di tecnologia moderna (Čapek, R.U.R.)

Così, quando anche i robot si rendono conto di essere sfruttati e si ribellano contro il padrone, non possiamo fare altro che sentirci solidali con essi (se ci sentiamo in qualsiasi misura persone sfruttate) o sperare nella loro sconfitta (se non ci fa alcun problema vivere del lavoro e della sofferenza altrui). Anziché il mito della liberazione dal lavoro viene in mente Leopardi che, nel 1821, annotava sul suo Zibaldone, come «la perfetta civiltà non può sussistere senza la barbarie perfetta».

In un secondo caso, il robot, il mostro, è la creazione di uno scienziato, pazzo o visionario, di una strega o di un mago, magari al servizio di un re o di altri potenti, capace di evocarne il potere e sfruttarlo a proprio vantaggio per colpire un nemico o, in ogni caso, per dominare o incutere timore ad altri esseri umani. Qui, il robot non è metafora dell’umano sfruttato, ma dell’arma che sta in mezzo agli umani, verso alcuni dalla parte della lama, verso altri dalla parte del manico. In questo secondo genere di narrazioni, solitamente, la creatura diventa incontrollabile, ritorna alla sua originaria potenza informe e, rivendicando la propria autonomia, in alcuni casi arriva persino a uccidere il proprio creatore. Il robot è un’arma perfetta, tanto potente da non essere gestibile. In queste fabule, la morale è chiara: meglio non giocare a fare Dio, quando non si è certi di gestire ciò con cui si ha a che fare. Rientra in questa categoria L’amante del falso (Φιλοψευδής) di Luciano di Samostata, che ispirò L’apprendista stregone di Goethe, noto ai più grazie al celebre adattamento della Disney Fantasia. Una volta detta la parola magica, come anche nel caso del Golem e di Frankenstein, una volta, cioè, dato vita all’arma, difficilmente si può tornare indietro, almeno non prima di aver rischiato veramente di cadere nel baratro.

Che i progressi dei robot e delle IA suscitino in noi così tanti sentimenti contrastanti, pertanto, non dovrà sorprenderci. Paura, esaltazione, prudenza, terrore, impotenza, depressione, meraviglia, rabbia, speranza: niente di nuovo sotto al sole. Ma, se è vero che, come scriveva Carlo Levi, il futuro ha un cuore antico, proprio questa continuità con la storia del passato dovrebbe insegnarci che i migliori eventi della storia – o, almeno, quelli di cui non ci vergogniamo – sono stati quelli in cui la più grande fetta di umanità ha preso sulle sue spalle il peso politico del decidere il proprio futuro.

Gli androidi sognano pecore elettriche?

Gli androidi sognano pecore elettriche? Questo interrogativo, all’apparenza paradossale – che nel 1968 dava il titolo a uno dei romanzi più visionari dello scrittore di fantascienza Philip K. Dick, dal quale il regista Ridley Scott trasse il suo celebre Blade Runner, nel 1982 – potrebbe essere in realtà la domanda più adatta per descrivere la nostra contemporaneità. Che cosa sognano i robot? Nel romanzo di Dick, ambientato nel 1992 in uno scenario post-apocalittico in cui umani e androidi convivono e si danno la caccia, uno degli status sociali più ambiti è possedere animali autentici, pecore, capre, cavalli, rospi e così via – una vera rarità, dal momento che la quasi totalità dei viventi non-umani è ormai estinta. I più poveri devono, invece, rassegnarsi alle pecore elettriche.

“Rick fece colazione in fretta e furia, e poi, vestito di tutto punto per avventurarsi all’esterno, […] salì al pascolo coperto in cima al tetto dove “brucava” la sua pecora elettrica. Una sofisticata macchina computerizzata che masticava con vigore e simulata soddisfazione, riuscendo ad abbindolare tutti gli altri inquilini del palazzo. […] Non poteva esserci nulla di più scortese. Domandare “La tua pecora è autentica?” sarebbe stata una violazione delle buone maniere più di quanto fosse chiedere a un qualunque cittadino se a una verifica i suoi denti, capelli o organi interni sarebbero risultati genuini” (da Gli androidi sognano pecore elettriche?, di Philip Dick).

Una citazione che non può che farci pensare ancora una volta al nostro Warchocki e al suo rapporto con i cinghiali. La relazione tra androidi e animali è, forse, il nocciolo paradossalmente più esplosivo del romanzo di Dick, che, nella sua folle lucidità, utilizza il rapporto tra Rick Deckart e la sua pecora elettrica come un passaggio sotterraneo capace di condurci, se attraversato sino in fondo, al cuore segreto del problema dei robot.

Raddoppiando il robot (il robot-androide e l’androide che possiede un animale robotico), ossia creando una sotto-gerarchia all’interno della relazione tra umani e robot, Dick produce un cortocircuito decisivo: iniziamo a provare empatia per la pecora. O, nel caso di Warchocki, per il cinghiale. Perché Warchocki dà la caccia a quei poveri cinghiali? Perché gli androidi sognano di possedere pecore, anziché lasciarle in pace? Che bisogno ne hanno? Questo è il cortocircuito provocato da Dick, qui cominciamo a chiederci: e noi, che bisogno ne abbiamo? Non solo degli animali, con i quali intratteniamo ancora una relazione molto più schiavista che di cura, ma degli stessi robot. Perché abbiamo disperatamente bisogno di schiavi, umani e no, nella nostra società?  Una volta creato il robot a nostra immagine e somiglianza, è proprio nella relazione paradossale tra il robot e la pecora, o tra il robot e il cinghiale, che ci vediamo finalmente da fuori: noi siamo il robot che vuole perversamente, e inutilmente, possedere l’animale (e se non può averlo autentico ne costruisce uno elettrico); siamo noi l’umano che vuole, perversamente, possedere uno schiavo (e se non può averlo autentico se ne costruisce uno elettrico: il robot). Stiamo costruendo robot come schiavi e come soldati: non abbiamo mai smesso, cioè, di volerci padroni.

Ma, si obietterà, in un mondo flagellato da guerre, genocidi, deportazioni e nuove colonizzazioni, crisi economiche ed energetiche, in un pianeta al collasso in cui interi ecosistemi e forme di vita rischiano di sparire, fagocitati dalla bulimia estrattivista, mentre la miseria e le disuguaglianze continuano, in modo inquietante, a crescere – al punto che, nel 2026, 12 individui, insieme, possiedono più ricchezze dei 4 miliardi di persone più povere – mentre riaffiora, tra le notizie del giorno, persino la minaccia di una guerra nucleare… In un mondo simile, perché mai dovremmo preoccuparci della schiavitù di robot, androidi, cyborg e simili? Ossia, di questioni che sembrano più adatte a un romanzo di fantascienza che non a una seria analisi della nostra epoca?

Eppure, probabilmente, in questa complessità e apparente incomprensibilità delle trasformazioni a cui assistiamo, è forse proprio la fantascienza l’unico ausilio rimasto capace di reggere il confronto con la realtà. La fantascienza che, come scrive Donna Haraway, può essere un’importante pratica fabulatoria, ossia uno dei modi nei quali narriamo e costruiamo la nostra identità, le nostre relazioni, la nostra società e il nostro mondo. La fabula con la quale immaginiamo robot e cyborg, androidi e golem, in altre parole, dice molto di più su come una determinata società descrive, pensa e costruisce sé stessa, piuttosto che dei robot stessi.

Immaginare i robot come strumenti a nostra completa disposizione, come schiavi, come manodopera senza diritti, come soldati pronti a morire e così via, rivela come la posizione nella quale immaginiamo noi stessi è, ancora una volta, quella di proprietari, padroni, superiori eticamente e “razzialmente”. In altre parole, il sogno che i robot sembrano poter realizzare è l’incubo che miliardi di persone nella storia hanno già sofferto sui propri corpi (nel suo ultimo libro, il collettivo Ippolita sviluppa questa idea rispetto alla relazione che intratteniamo con le IA). Ciò non vuol dire che i robot “soffrano” come le soggettività umane razzializzate, schiavizzate, sessualizzate e oggettificate, ma che il pensiero che li progetta e li produce in un determinato modo e con una determinata funzione è lo stesso che ha prodotto quelle dominazioni. Ancora una volta, la scoperta di una polvere esplosiva finisce nelle mani di chi la usa come polvere da sparo o come bomba, anziché come fuochi d’artificio.

Non è un caso che molto prima degli odierni robot umanoidi, l’immaginazione umana fosse già costellata da simili soggettività “mostruose”, che da sempre hanno sollevato simili dilemmi, mettendoci in guardia e costringendoci a ripensare il rapporto con le nostre creazioni e la nostra tecnica.

📸 igovar igovar

La svastica sul sole

Se è sorprendente il modo in cui Philip K. Dick aveva predetto, in parte, il futuro, immaginando, in Gli androidi sognano pecore elettriche?, la comparsa dei robot umanoidi, è forse ancora più sbalorditivo il modo in cui lo scrittore statunitense aveva reinventato il passato. Nel suo romanzo La svastica sul sole, Dick ipotizzava, nel 1962, un mondo alternativo in cui le potenze dell’Asse avessero vinto la Seconda guerra mondiale contro gli Alleati e dove la Germania di Hitler, il Giappone e l’Italia fascista avessero conquistato non solo il mondo ma anche la Luna, Marte e altri pianeti.

Nel delineare la perversa alleanza tra nazifascismo e tecnologia, Dick anticipava quello a cui stiamo assistendo negli ultimi anni. Governi totalitari, suprematisti, imperialisti, coloniali, genocidiari e con simpatie malcelate verso i regimi del passato proliferano in ogni parte del mondo, dagli USA di Trump alla Cina di Xi Jinping, dall’Israele di Netanyahu alla Russia di Putin. Il progresso dell’apparato scientifico-tecnologico, compresa la robotica e l’IA, tutt’altro che neutrale, come qualcuno vorrebbe continuare a sostenere, si svela oggi una delle armi più potenti al servizio del controllo e della conquista. E ad affermarlo non sono solamente le voci più critiche e fuori dal coro, bensì gli stessi proprietari di aziende e capi di stato.

In questo senso, per concludere, può essere molto interessante leggere alcune pagine del libro-manifesto La repubblica tecnologica, scritto da uno dei volti più importanti di questa trasformazione: Alex Karp, ceo e co-fondatore, assieme a Peter Thiel, di Palantir Technologies, azienda statunitense leader nel campo dei big data e dell’IA, fondata nel 2003 e da tempo alleata esplicitamente con il Pentagono USA.

“Un’era di deterrenza, quella atomica, volge al termine e sta per iniziare una nuova era di deterrenza basata sull’intelligenza artificiale. […] Avremmo potuto tirare avanti per anni, se non addirittura per decenni, eludendo questi nodi cruciali, se l’ascesa dell’intelligenza artificiale avanzata, dai large language model agli sciami di robot autonomi incombenti, non avesse minacciato di sovvertire l’ordine globale. Il momento, però, di decidere chi siamo e cosa aspiriamo a essere, in quanto società e in quanto civiltà, è adesso” (da La repubblica tecnologica, di Alex Karp).

📸 Jezael Melgoza

Bisogna subito sottolineare che, per Karp, civiltà significa immediatamente civiltà occidentale, bianca, patriarcale, cristiana, ed è questa civiltà ad essere minacciata, oggi, nel suo ruolo egemonico e imperialista a livello globale. Per continuare a garantire questo controllo e questo dominio, pertanto, l’IA e la robotica rappresentano il terreno di scontro di una nuova deterrenza. Attaccando a più riprese quello che Karp definisce l’anarco-pacifismo della Silicon Valley, il ceo di Palantir sostiene che tutte le aziende coinvolte nello sviluppo tecnologico debbano mettersi al servizio degli Stati occidentali (forti e fascisti), per garantire quella libertà (di pochi) altrimenti a rischio.

“Possiamo fare di meglio. Dobbiamo fare di meglio. La tesi di fondo […] è che l’industria del software debba rinsaldare il proprio rapporto con i governi e riorientare i propri sforzi e la propria attenzione verso la realizzazione di strumenti tecnologici e di intelligenza artificiale capaci di rispondere alle sfide più pressanti che la nostra collettività è chiamata ad affrontare”.

Non è un caso che Palantir sia coinvolta in alcuni dei più gravi crimini degli ultimi decenni. Dal genocidio in Palestina al massacro nella scuola di Minab in Iran, dai sistemi di controllo delle persone migranti da parte dell’ICE negli USA allo scandalo Cambridge Analytica e molti altri ancora: ovunque la tecnologia di Palantir si è messa a disposizione del potere più violento della nostra epoca, proteggendo dietro una vaga idea di “difesa” l’attacco contro interi territori, popolazioni e culture.

“I rischi di procedere con lo sviluppo dell’intelligenza artificiale non sono mai stati così significativi. Tuttavia, non dobbiamo rinunciare a costruire dispositivi efficaci per timore che ci si rivoltino contro. Il software e le tecnologie di intelligenza artificiale che noi di Palantir e altre aziende stiamo realizzando possono permettere il dispiegamento di armi letali. La potenziale integrazione di software di intelligenza artificiale sempre più autonomi nei dispositivi bellici comporta necessariamente dei rischi, resi ancor più gravi dalla possibilità che tali programmi sviluppino una qualche forma di autocoscienza e intenzionalità. Ma la proposta di fermare lo sviluppo di tali tecnologie è sbagliata. È cruciale reindirizzare la nostra attenzione alla costruzione di armi IA d’avanguardia che determineranno l’equilibrio dei poteri in questo secolo, con la fine dell’era atomica, e nel prossimo”.

📸 Yuyang Liu

La paura, il timore di spingersi troppo in là – come avevamo visto nel caso delle innumerevoli fabule del passato – svanisce davanti alla paura che il “nemico” faccia lo stesso e lo faccia per primo. Ancora una volta, il motto adottato dal fascismo “chi si ferma è perduto” torna di moda. E non solo da parte di Palantir e del governo USA, naturalmente, poiché allo stesso gioco (o giogo) partecipano, con le stesse regole, anche la Cina, la Russia e le altre potenze. Le dichiarazioni di Karp, pertanto, rappresentano solamente la traduzione occidentale di un discorso mondiale, in cui la sfida per il dominio sul mondo, sui popoli, sui territori e sul futuro, passa attraverso la corsa ai robot e all’IA. E, a prescindere da chi vincerà questa guerra, chi continuerà a perderla sarà di certo, come sempre, la maggioranza più povera, se non si lotterà in tempo per una gestione democratica, né capitalista né fascista, di questi mezzi. Sfida ancor più urgente se si pensa che il “piano” di Karp &Co sembra richiamarsi alle pagine più tristi del XX secolo.

“Gli Stati Uniti e i loro alleati esteri dovrebbero adoperarsi senza indugio a lanciare un nuovo progetto Manhattan per mantenere il controllo esclusivo delle forme più sofisticate di IA a fini bellici: i sistemi di puntamento, gli sciami di droni e, a tendere, i robot, che si riveleranno le armi più potenti di questo secolo. Le portaerei e i caccia che hanno caratterizzato la guerra in passato diventeranno accessori del software, il mezzo con cui sistemi sempre più intelligenti eserciteranno il proprio potere sul mondo”.

Al raccapricciante discorso di Karp e soci non mancano certo reazioni. Sono innumerevoli, ormai, le pubblicazioni che affrontano in chiave critica questa nuova alleanza tra tecnica e totalitarismi (portando a coniare espressioni come Tecnofascismo, Tecnocapitalismo, Neurocapitalismo, Fascismo digitale e così via). Questo contributo, senza nulla aggiungere di nuovo a questi importanti studi, tenta solamente di aggiungere una voce a questo coro, per aumentarne il volume e, con esso, la speranza di porre l’attenzione sui rischi, sulle potenziali sfide a venire e sulla necessità di ridare un colore che sia diverso dal nero a «quella parola magica, che come un’atmosfera tutto avvolge e colora dei colori iridati della luce: il futuro».

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Matera l’ha generato, Bologna l’ha rapito, lo tiene ora Parigi, canta di sassi, di città e di fughe.
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