La storia di Chinh, profuga vietnamita da 35 anni in Italia, ha qualcosa da insegnarci

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Di Alessandro Pirovano, giornalista, che ha intervistato la signora Chinh, una delle prime persone straniere ad essersi trasferita in Italia per motivi umanitari.

rifugiati vietnam
La signora Chinh

Era il 1979 quando anche l’Italia lanciò la Missione Vietnam. Sono passati quarant’anni ma sembra un altro mondo: tre erano le navi della Marina italiana mandate nel Mar Cinese Meridionale per salvare i profughi in fuga dal Vietnam. La guerra era finita solo da quattro anni ma sempre più vietnamiti cercavano di abbandonare la penisola dopo la vittoria del nord comunista.

“Dopo una settimana su un’imbarcazione alla deriva di fronte alla Malesia, mio padre è stato caricato su una nave battente bandiera italiana” racconta la signora Chinh, arrivata in Italia, dopo il salvataggio di suo padre, Ho Dac Minh, e della sorella da parte delle navi della Missione Vietnam.

Suo padre era proprio uno delle migliaia di vietnamiti che, finita la guerra, lasciarono il paese per sfuggire alle persecuzioni del nuovo regime. Anche con delle imbarcazioni di fortuna, sovraccariche, pericolose che valsero a tutti loro il nome di boat people.

Per mia suocera, anche lei in balia delle onde, il giorno in cui vide il tricolore avvicinarsi è stato il più bello della sua vita.

“Me lo ha sempre detto: ‘non il matrimonio o la nascita di un figlio, no. La mia più grande gioia è stato vedere le navi italiane avvicinarsi per salvarci’”.

Il padre e la suocera erano stati funzionari del governo filostatunitense e alla fine della guerra anche loro, come tanti altri, erano finiti nei campi di rieducazione del nuovo Vietnam. “È stato ai lavori forzati per due anni, continuando ad architettare una fuga o una qualche via d’uscita da quanto stava vivendo. Quando, per buona condotta, gli hanno dato una licenza per tornare a casa, non ci ha pensato troppo ed è scappato” ricorda la signora Chinh, seduta al tavolo della sua casa in Italia mentre si fa passare tra le dita le foto del padre dopo e durante il suo trasferimento in Italia.

“Ero con mia madre quando, dopo settimane, mio padre è riuscito a farci sapere di essere finalmente in Italia. Non sapevamo neppure dove fosse quel paese ma quella notizia è stata una liberazione”.

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Il padre di Chinh da poco arrivato in Italia

Dopo un passaggio al campo di Chioggia, il padre di Chinh con la figlia di cinque anni fu trasferito a Bologna e poi altre due settimane all’ospedale di Erba, vicino a Como. “Doveva aspettare che la casa privata dove avrebbe alloggiato fosse pronta e ultimata con gli ultimi ritocchi. Alla fine, a Oggiono, paese della provincia di Lecco, sono arrivati lui, mia sorella di cinque anni, e altre due famiglie per un totale di tredici persone” ricorda la figlia Chinh che proprio a Oggiono vive oggi con il marito e i suoi figli.

Ai nuclei dei profughi spettava un alloggio messo a disposizione dalla Caritas e una famiglia ‘adottiva’ a cui appoggiarsi per chiedere informazioni e aiuto.

A Oggiono per le tre famiglie di profughi era stata messa a disposizione la vecchia casa del parroco. I volontari “hanno rifatto tetto, pavimenti, finestre, allacciamenti per l’acqua” si legge sul settimanale cattolico provinciale, Il Resegone, del 15 febbraio 1980, “hanno ristrutturato insomma, una casa per ospitare nel miglior modo possibile” i profughi dal Vietnam.

In Italia come profugo, il padre di Chinh era arrivato solo con la figlia più piccola: la moglie e le altre figlie le aveva lasciate nel suo paese d’origine in attesa di rincontrarle, una volta resa più stabile la sua situazione.

“Ha iniziato a lavorare come magazziniere in un’azienda della zona” conferma la figlia che, in Italia, infatti, è riuscita a trasferirsi solo nel 1984 grazie al ricongiungimento familiare.

Sono arrivata in aereo. Comodamente in aereo

dice con un sorriso, ripensando alle fatiche e ai rischi corsi dal padre per fuggire dal Vietnam. “Era inverno: per noi che arrivavamo dalla zona equatoriale, faceva un freddo terribile. Abbiamo passato qualche giorno a casa per recuperare il tempo trascorso lontani. Riascoltare la voce di mio padre e risentire il calore del suo abbraccio: erano cose banali ma molto importanti per una ragazzina come me”.

Arrivati nella nuova casa di Oggiono, le sfide per la famiglia vietnamita e per Chinh non erano finite: “mio padre mi aveva insegnato solo due parole: ‘buongiorno’ e ‘ciao’. Il resto della lingua italiana ci sono voluti anni di scuola e di vita sul territorio per impararlo”.

Chinh ricorda bene le difficoltà dei suoi primi anni a Oggiono: “penso fossimo i primi stranieri a essere insediati in paese. Sentivo, veramente, di essere diversa rispetto agli altri: percepivo le occhiate e i sussurri attorno, non mi sentivo pienamente a mio agio”.

Erano gli anni ottanta. Ho Dac Minh è stato uno dei primi profughi vietnamiti accolti in Italia. Le navi della Marina lo salvarono su una barca alla deriva nel Mar Cinese Meridionale e ad accoglierlo ha trovato la popolazione di un paese della provincia italiana: i volontari gli attrezzarono la casa e gli amministratori lo aiutarono nelle pratiche per il ricongiungimento familiare.

Con lui erano arrivati altri profughi vietnamiti, in totale tredici persone: a loro venne concessa “un’opportunità” di pace e speranza, come la chiama oggi la signora Chinh. La stessa che cercano oggi anche i migranti e che viene spesso negata nel ben più vicino Mar Mediterraneo.

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