Riforma Pubblica Amministrazione: a che punto siamo?

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riforma pubblica amministrazione

Che il Premier Matteo Renzi soffri di annuncite ci pare un dato di fatto.

Probabilmente ne ha preso consapevolezza anche lui stesso, e dai mirabolanti annunci di una riforma al mese si è passati al più placido programma dei mille giorni: un orizzonte temporale che soltanto qualche tempo fa lo stesso Renzi avrebbe considerato da Prima Repubblica (una sorta di tirare a campare di andreottiana memoria) più che da generazione Twitter, ma tant’è.

Il vero problema è che le annunciate riforme sono nel migliore dei casi confluite in decreti legge – poi convertiti, dallo scarso contenuto, rimandando quello che dovrebbe essere il cuore del provvedimento a futuri disegni di legge – nel peggiore dei casi sono rimaste… poco più che delle slides (per quanto ben fatte, va detto): il caso della buona scuola è evidente.

In questi giorni in cui l’attenzione è rivolta tutta al cosiddetto Jobs Act e alle permanenti polemiche sull’art. 18 – di cui ci occuperemo presto – vorremmo fare un passo indietro e presentare invece la cosiddetta Riforma della Pubblica Amministrazione.

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Riforma Pubblica Amministrazione: a che punto siamo?

Intanto, nelle intenzioni del Governo tale riforma sarebbe dovuta nascere sull’onda di una ampia consultazione pubblica, lanciata il 30 aprile 2014, nel quale si è chiesto il parere dei cittadini (e degli stessi lavoratori pubblici) in ordine ai 44 punti della bozza di riforma.

Sempre dal sito del Ministero della Funzione Pubblica veniamo a conoscenza della circostanza per cui sono giunte, nel mese di consultazione, 39.343 e-mail: sicuramente un (ennesimo) bel colpo dell’esecutivo da un punto di vista mediatico; su come la consultazione abbia invece fattivamente potuto incidere sul testo del provvedimento, presentato al Consiglio dei Ministri già il 13 giugno, resta più di un dubbio.

Diciamo subito per i non addetti ai lavori che la Pubblica Amministrazione più che di nuove buone leggi ha bisogno che le leggi vengano effettivamente applicate: è almeno un ventennio – dalla cosiddetta privatizzazione del 1993 – che si mette mano alle regole e ciò determina anche una situazione di incertezza.

Inoltre il mondo della pubblica amministrazione è estremamente variegato: dovremmo parlare di Pubbliche Amministrazioni al plurale, perché si passa dalle Amministrazioni statali (Ministeri), a enti quali Inps e Inail o ancora ai comuni e agli altri enti locali. Tale pluralità ha conseguenze anche da un punto di vista della complessità normativa.

Le norme più importanti del decreto convertito in legge n.124/2014

Intanto si dispone l’abrogazione dell’istituto del trattenimento in servizio che consente ai dipendenti di rimanere al lavoro anche una volta maturati i requisiti per la pensione. Come risaputo uno dei principali motivi di sofferenza all’interno del variegato mondo delle Pubbliche amministrazioni è il c.d. blocco del turn over: l’impossibilità di sostituire cioè i dipendenti in pensione con nuove assunzioni.

Il decreto dispone una possibilità di assunzione limitata: per l’anno 2014, si può spendere in assunzioni il 20 per cento della spesa relativa al personale di ruolo cessato nell’anno precedente per poi salire gradualmente (40 per cento per l’anno 2015, del 60 per cento per l’anno 2016, dell’80 per cento per l’anno 2017, del 100 per cento a decorrere dall’anno 2018). È prevista, sebbene con molti paletti sia la “mobilità obbligatoria e volontaria” sia la possibilità di demansionamento dei dipendenti pubblici. Infine una delle norme più “mediatiche” è stato il taglio del 50% dei distacchi sindacali.

Non si può dimenticare però una questione centrale, vale a dire il rinnovo dei contratti nella pubblica amministrazione, fermo da almeno 6 anni e che proseguirà ancora: su questo è stata a dir poco imbarazzante la retromarcia del Governo, con il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Graziano Del Rio che aveva affermato che le voci di blocco erano in sostanza destituite da ogni fondamento.

Seguiremo l’esito del disegno di legge, attualmente in discussione in Parlamento e al quale rimandiamo per un futuro approfondimento, ma le le norme fin qui effettivamente approvate appaiono di “piccolo cabotaggio”.

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Libero Labour è nato nei primi anni Ottanta – l’inizio della fine – nel profondo Sud. Prima di “salire” come migliaia di suoi simili a Milano della suddetta aveva ben in mente solo lo spot dell’Amaro Ramazzotti (ma preferisce quello del Capo). Si occupa di diritto del lavoro, in un'epoca senza diritti e senza lavoro. In pratica ha sbagliato tutto.

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