Resilienza urbana e diritto alla città resiliente

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Siamo ormai abituati a leggere delle migliorie strutturali della città resiliente: dall’incremento della capacità di stoccaggio delle acque piovane, al miglioramento della capacità di raffreddamento naturale, tetti solari e piazze ad inondazione controllata, ma non ci chiediamo se sia opportuno usare il termine resilienza per definire processi che dicono poco o niente rispetto alla sostanza degli stessi, o le esistenti relazioni di potere e la loro evoluzione all’interno della città neoliberista. Negli ultimi decenni, infatti, città e regioni hanno subito cambiamenti significativi sotto il dominio di agende politiche che hanno contribuito alla diminuzione della resilienza.

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Da un lato, i processi di deregolamentazione hanno eroso le capacità di auto regolazione delle città mentre l’inclusione in mercati globali ha comportato nuove vulnerabilità amplificate dai problemi strutturali delle città. Viviamo, infatti, in città dove tutti i servizi sono contrattati a organizzazione terze, siano esse volontarie, non-profit, fondazioni e agenzie private, organizzate in forma di quasi-attori pubblici o partenariati pubblico-privati; a questo però, spesso non risulta una maggiore equità in termini di potere decisionale. Questa osservata inequità nella redistribuzione dei benefici e welfare verso i cittadini è in parte dovuta ai confini sempre più offuscati tra settore pubblico e i mercati privati. Di particolare importanza per le nostre città è la deregolamentazione dei mercati immobiliari e dei terreni. Da questa prospettiva, “Il diritto alla città”, come lo definisce David Harvey, è finito in mano alla speculazione edilizia che è una delle cause fondamentali dell’attuale crisi economica e che mai più che ora permette a proprietari di tenere vuoti interi edifici e case, o di trasferire rendite fondiarie verso usi produttivi a scopo imprenditoriale (proprietà commerciali ed altre forme di sviluppo capitalistico).

Questo regime dei diritti di proprietà è controbilanciato da un regime più sociale che avalla lo sviluppo della proprietà in ottica socio-riproduttiva, a favore delle famiglie. Questi due regimi, imprenditoriale con scopo produttivo e sociale con scopo riproduttivo, sono governati da negoziazioni e strategie, scritte e non-scritte, più o meno ufficiali, tra i mercati immobiliari e attori urbani pubblici e private, che non sono semplici da decodificare. Un eccesso di logica imprenditoriale e l’etica neoliberista di intenso e possessive individualismo, però, hanno senza dubbio degradato la resilienza delle città, riducendo l’opportunità di tenere in conto il bene pubblico – si pensi al crescente numero di senzatetto in città come Londra, e vanificando strategie a più lungo termine che usino le risorse in modo più sostenibile.

Sfortunatamente le pratiche di pianificazione odierne hanno fatto poco per ridurre la crescente sensazione di vulnerabilità dei cittadini. L’approccio di pianificazione comunicativa (communicative planning approach) ha dominato il modo di fare pianificazione fin dagli anni Novanta con enfasi sulla partecipazione e la collaborazione, e quindi, sul ruolo del processo comunicativo tra progettisti e cittadini (attori-agenti) all’interno di complesse reti di relazioni e conoscenze che ci portano a costruire i luoghi in cui viviamo (place-making). Questo approccio, dicono i critici, si è fondato sulla pacificazione dei conflitti e la neutralizzazione delle relazioni di potere anziché abbracciare il terreno della mobilitazione sociale.

Il discorso sulla resilienza ha il potenziale di stravolgere queste pratiche di pianificazione e di interazione tra cittadini, legislatori, progettisti, e istituzioni, e di dare spazio al confronto sui valori fondamentali del fare città. Per fare ciò è importante andare aldilà della sola pianificazione fisica. In alcune aree di Rotterdam sono in atto processi di rinegoziazione dello spazio urbano tra architetti, urbanisti e imprenditori edili che hanno il potenziale di contribuire ad una migliore capacità di auto-organizzazione, d’innovazione e soprattutto di dialogo con le autorità.

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Città resiliente: Schieblock, la classe creativa resiste

Schieblock, un edificio strategicamente affacciato su una delle rotonde più trafficate di Rotterdam (Weena), a due passi dalla stazione centrale, era rimasto inoccupato e bloccato tra impossibili rinnovazioni ed esorbitanti prezzi di demolizione. Dal 2001 ad oggi l’edificio è stato inizialmente occupato dal gruppo di architetti ZUS e successivamente parte di un accordo anti-squat, che ai fini di evitare l’occupazione illegale di un immobile vuoto, ha dato in affitto a ZUS, al di sotto del prezzo di mercato (150€ al mese), uno spazio di 800m2. In seguito ad altre negoziazioni e con l’aiuto di un giovane studio di urbanisti (CODUM), che come spiega l’articolo di Nicola Bozzi su Domus, utilizzano fogli Excel più che modelli Autocad, l’accordo è andato ben oltre il semplice e precario anti-squaat (dove gli inquilini non hanno alcuna garanzia di poter rimanere e devono essere pronti a lasciare l’edificio in 2 settimane).

Mettendo insieme un business plan, delineando le attività per i seguenti 5 anni, e assumendosi tutti i rischi, ZUS, CODUM, il proprietario edile, la municipalità e gli appaltatori hanno rimesso in piazza l’edificio con un piccolo sistema interno di micro-credito.

Ad oggi nell’edificio, tutti i piani sono stati affittati da piccoli e medi studi tra i quali: studi di architettura ed urbanismo, designer grafici, organizzazioni no-profit, un servizio di cloud computing, consulenti freelance, una compagnia di city tours in bicicletta e il tetto convertito in un tetto verde produttivo. A Marzo 2014, il timore che il proprietario, sotto la pressione del debito non saldato con la municipalità, volesse riprendersi l’edificio, ha lasciato posto ad una nuova negoziazione che prevede altri 5 anni di sicurezza per gli inquilini. L’edificio rimane ad un punto morto da una prospettiva imprenditoriale-speculativo ma l’area continuerà a guadagnare ad un punto di vista sociale. A mio parere questa non é la classe creativa come intesa da Richard Florida, dove ragazzi e ragazze mobilitano il meglio del loro notevole talento culturale, economico, affettivo, intellettuale alla ricerca del profitto economico. Qui si fermenta la creatività che stimola la vita di tutti i giorni e rende la vita-in-comune con altri piacevole, arricchente, più equa e gratificante.

Zomerhofkwartier: sviluppo organico e micro-adattamento

Dinamiche simili stanno avvenendo in un quartiere con una storia ed un tessuto sociale diverso. Il distretto di Agniesebuurt è poco più a nord-est della stazione ed é caratterizzato da una piccola percentuale di residenti di fascia medio-alta ed una maggioranza di residenti con salari medio-bassi. Un terzo degli immobili sono uffici che fino agli anni Ottanta erano occupati da servizi del terzo settore ed ora sono vuoti, anch’essi bloccati nella spirale costosa della demolizione versus rinnovazione che spegne l’energia dei quartieri. Da due anni a questa parte uno studio di urbanisti (STIPO) è entrato in contrattazione con la società edile proprietaria allo scopo di affittare gli spazi di uno degli uffici rimasti vuoti in Zomerhofkwartier (un’area del distretto). Da piano regolatore, a differenza dello Schieblok, l’edificio è destinato ad uso sociale e questo implica affitti meno alti. La contrattazione, andata in porto, prevede che STIPO affitti a prezzi di mercato e si faccia carico di ammobiliare gli uffici e delle spese di manutenzione. Lo studio di urbanisti ha accettato a patto di poter scegliere in concertazione con la società edile gli altri inquilini dell’edificio.

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Ad oggi, a distanza di due anni, l’edificio, conosciuto con il nome het gele gebouw (l’edificio giallo, il colore dell’intonaco esterno) nel quartiere ribattezzato ZoHo, è per due terzi pieno e contiene studi di architettura e piccoli artigiani/designers dedicati allo spazio pubblico (Studio Bas Sala), spazi-scrivanie flessibili affittati da freelancers e università, ed al piano terreno, un ostello, uno spazio d’arte, cultura e performance(RoodKapje) ed un cinema pop-up (Kriterion). STIPO non parte da zero, nell’area ci sono tante associazioni di quartiere, piccoli e medi “makers” (artigiani), con le quali STIPO collabora su progetti per il quartiere. Questo esempio attesta, ancora una volta che è possibile agire politicamente in comune all’interno dei propri quartieri e delle proprie città. Ma c’é di piú.

Nell’ultimo anno, sotto la spinta del gruppo di architetti (De Urbanisten), che ha ideato e costruito la piazza ad inondazione controllata (conosciuta come water plaza), il dipartimento di pianificazione ha deciso d’investire in attività di micro-adattamento in ZoHo, utilizzando il budget che Rotterdam aveva già allocato all’interno della Climate Initiative per incrementare il verde pubblico (circa 500,000€) su scala cittadina.

Infatti, in base allo studio di vulnerabilità della città, il quartiere è per il 75 % costituito di superfici non-permeabili e il 50% dei parcheggi non è in uso. In più, a seguito di livelli di marea più intensi, alcuni dei plinti delle case si stanno deteriorando. A seguito di un processo partecipativo, guidato dagli architetti ed esponenti del distretto Noord (del quale Zoho è parte), cittadini, piccoli architetti freelance e gruppi di quartiere si stanno mobilitando per realizzare micro progetti che mirano ad incrementare le aree permeabili, socializzare i parcheggi non in uso e recuperare le acque piovane per mezzo di cisterne intelligenti disegnate dallo Studio Bas Sala. Questi micro-progetti di adattamento hanno il potenziale di creare comunione tra i giovani, il gruppo sociale più numeroso del quartiere, e i professionisti, sotto forma di micro-lavori post-scuola che possano dare l’opportunità di acquisire competenze ed esperienze. Una sfida più grande é quella di creare opportunità sia di guadagno che di risparmio, per quella fascia di persone che sta perdendo i sussidi a causa dei tagli sul bilancio del governo olandese. Sono la creatività associata a pratiche innovative e di mutuo sostegno che portano alla formulazione, affermazione ed esercizio del diritto alla città resiliente.

Immagini| ashleydawson.info| www.schieblock.com| zomerhofstraat76.files.wordpress.com|

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Veronica Olivotto (1983) è un’esperta di adattamento al cambiamento climatico presso l’Institute for Housing and Urban Development Studies (IHS) di Rotterdam. In particolare s’interessa di vulnerabilità, adattamento a livello di comunità locale, monitoraggio e valutazione di progetti di adattamento e analisi multi-criterio. In IHS Veronica è coinvolta in diverse attività d’insegnamento e training quali il corso per professionisti “Urban Management Tools for Climate Change” e il workshop di ricerca “Vulnerability, Climate change and Resilient Livelihoods”. Recentemente Veronica è stata invitata a contribuire al secondo report (atteso nel 2015) dell’ Urban Climate Change Research Network (UCCRN) e fa parte del progetto europeo TRANSIT (FP7) sull’innovazione sociale. Alcuni dei progetti più recenti di cui ha fatto parte in qualità di ricercatrice sono: “Monitoring & Evaluation Framework for Performance-based Grants for Local Resilience” (Cliente: UNCDF), “Integrating Climate Change concerns into City Development Strategies” (Cliente: UN-Habitat); “Linking Academic Education Networks on Climate Change in Africa, Asia and Europe” (Cliente: EACEA/Erasmus Mundus). In precedenza (2007-2009) Veronica ha lavorato come project assistant occupandosi di turismo sostenibile al Scottish Institute of Sustainable Technology (SISTech) presso la Heriot-Watt University di Edimburgo.

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