Resilienza e terrorismo, una provocazione?

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resilienza e terrorismo

Gli americani sono un popolo resiliente. Abbiamo sconfitto la paura della Grande Depressione, abbiamo risposto in modo efficace contro l’impero giapponese dopo Pearl Harbor, fermato la marcia dei nazisti in Europa, dell’Unione Sovietica ed il rischio atomico. Il terrorismo internazionale è una grave minaccia per la sicurezza nazionale, ma non si può paragonare alle altre sfide sia in termini di dimensioni che di portata. È importante rimanere vigili contro la minaccia terroristica, ma dobbiamo anche rimanere vigili contro coloro che cinicamente coltivano la paura tra gli americani per il loro profitto politico.

(Barack Obama)

Il rafforzamento dell’ISIS in Iraq e la possibilità di vedere gruppi simili in futuro, mette gli Stati Uniti e l’Europa di fronte alla necessità di cambiare radicalmente il proprio modello di sicurezza.

Negli ultimi decenni la nostra attenzione si è concentrata solo sulla prevenzione. Forte presidio territoriale della polizia, aumento della sicurezza privata e costruzione di vere e proprie barricate di fronte agli edifici chiave del territorio.

Sembra evidente però che queste misure non siano più sufficienti per la nostra protezione. Per quanto efficienti siano i nostri sistemi di difesa, dobbiamo cominciare ad accettare la possibilità che gli Stati Uniti e l’Europa possano essere attaccate. L’Isis ha dimostrato una forza e capacità superiori ad Al Qaeda, e c’è il rischio di nuovi episodi. Cosa possono fare gli stati occidentali? Primo cambiare modo di pensare e di comunicare al mondo, dal “noi siamo invulnerabili al noi siamo resilienti“, dal “non potete attaccarci” al “quando ci attaccherete sapremo benissimo come comportarci.”

Ma cosa vuol dire?

resilienza e terrorismo

Resilienza e terrorismo: non lasciarsi guidare dalla paura

Partiamo dal presupposto e dalla consapevolezza che saremo attaccati, con conseguenti perdite. Al tempo significa che dovremmo essere preparati a questa eventualità, al fine di non farsi prendere dal panico quando succede e riuscire ad essere capaci di reagire più rapidi dopo un evento come l’11 Settembre.

Sono convinto che il nostro difetto primario in questo momento non sia che possiamo essere attaccati o che siamo bersagli facili. I terroristi non mireranno ad un grattacielo, ad un edificio o ad un centro commerciale, bensì alla fragilità sistemica delle nostre nazioni. Colpire gli stati occidentali significa minarne economia, sicurezza e quindi democrazia.

Nel Settembre del 2001, il mondo occidentale venne colpito da giovani che avevano sostenuto lezioni di volo economiche con coltelli acquistati in ferramenta, provocando migliaia di miliardi di danni alle nostre economie. Trilioni.

Tutto questo potrebbe succedere nuovamente e per sopravvivere come nazioni, dobbiamo cambiare il nostro modello di sicurezza da uno di prevenzione a uno di resilienza. Più di ogni altra cosa, abbiamo bisogno della capacità di “saper assorbire un attacco il Lunedì e di funzionare come stato e nazione il Martedì”. Questo potrebbe essere il nostro più grande difetto e se non ne saremo capaci di reagire i nostri nemici ne approfitteranno.

Il terrorismo è una delle questioni politiche emotivamente più forti da gestire per i popoli occidentali. Il ricordo della terribile tragedia di 9/11 è stato risvegliato dai recenti avvenimenti violenti commessi dalle milizie dell’Isis. Anche se non possono sconfiggere eserciti all’avanguardia come quelli statunitensi, un piccolo gruppo di terroristi organizzati e determinati può eseguire un attacco di successo in tutto il mondo. Di certo quello che sanno fare bene è diffondere la paura tra i loro nemici, provocando così una reazione eccessiva che anziché portare benefici positivi indebolisce.

È dunque necessario evitare di cadere in questa trappola. Parte di questa strategia è quello di prepararsi per le conseguenze di un eventuale attacco di successo proiettando una risoluta determinazione e nel prendere decisioni non cedere alla paura e alla avventatezza.

Immagini| dailymail.co.uk

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Fondatore di Climalia, prima società italiana di servizi climatici per la resilienza territoriale. Collabora con il Kyoto Club come responsabile della cooperazione internazionale e come esperto di politiche di adattamento ai cambiamenti climatici. Consulente del Ministero dell’Ambiente, Acclimatise UK, AzzeroCO2 e Commissione Europea.

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