Resilienza: dove nasce e come si sviluppa – parte 1

di
resilienza
@Emily’s mind

Quello che non mi uccide, mi fortifica…

direbbe Friedrich Nietzsche. Nell’opera autobiografica Ecce Homo egli afferma che persino la malattia rappresenta un’energica stimolazione a oltrepassare i propri confini, superare i limiti e raggiungere una nuova consapevolezza. Sulla stessa scia, definiamo resilienza la nostra capacità di sopportare e resistere allo stress e ai “colpi” della vita, senza andare in frantumi. Menti resilienti anzi traggono da ogni situazione difficile la forza per ristabilire un rapporto equilibrato con se stessi e con l’ambiente circostante e l’insegnamento per affrontare efficacemente la prossima sfida che la vita proporrà.

Resilienza, psicologia e Seconda Guerra Mondiale

A partire dal concetto della sofferenza e della capacità di reagire, cerchiamo ora di capire come evolve nell’ambito della psicologia il principio della resilienza. A partire dalla Seconda Guerra mondiale, la psicologia è diventata per lo più una scienza legata alla sofferenza. Essa si è concentrata in prevalenza sul riparare i danni, riferendosi ad un modello di funzionamento degli esseri umani basato sulla malattia.
I suoi obiettivi principali erano:
1. curare le patologie mentali;
2. rendere la vita degli individui più produttive e soddisfacenti;
3. identificare e coltivare i talenti.

Se, da una parte, questo produsse notevoli progressi nella diagnosi e nella cura delle malattie mentali, dall’altra, però, si dimenticò quasi completamente il terzo obiettivo della psicologia: l’identificazione e la coltivazione dei talenti. La necessità di fondare la psicologia positiva si cominciò ad avvertire durante la Seconda Guerra mondiale, quando si cominciò a notare che molte persone, in precedenza fiduciose e di successo, diventarono sfiduciate e depresse, dopo che la Guerra aveva sottratto loro i sostegni sociali, il lavoro, il denaro e lo status.

Al contrario, invece, nonostante tutto ciò, alcune persone riuscirono a mantenere la loro integrità e la loro serenità. Da questa constatazione sorse spontaneo l’interrogativo: da quali forze erano guidati questi individui? Secondo un noto studioso, Seligman, le risposte di Freud e di Jung non erano soddisfacenti. Neppure gli psicologi umanisti come Maslow – conosciuto per la piramide dei bisogni – sembravano essere in grado di dare risposte scientifiche, basate empiricamente al quesito, nonostante il rinnovato accento sul sé che essi ponevano.

Lo scopo principale della psicologia positiva è quello di spostare il focus solo dal “riparare” ciò che non funziona al costruire anche le qualità positive. Essa si propone di studiare la forza e la virtù che ha a che fare con il lavoro, l’educazione, l’introspezione, l’amore, la crescita, il gioco. Per fare ciò, si propone di adattare ciò che di meglio offre il metodo scientifico all’unicità dei comportamenti umani.

La psicologia positiva, sul piano soggettivo, valorizza le esperienze soggettive: benessere, appagamento e soddisfazione in prospettiva passata, speranza e ottimismo in prospettiva futura, flusso e velocità in prospettiva presente.

1. A livello individuale si focalizza sui tratti positivi individuali: la capacità di amare e di lavorare, il coraggio, le abilità interpersonali, la sensibilità estetica, la perseveranza, la capacità di perdonare, l’originalità, l’orientamento al futuro, la spiritualità, il talento, la saggezza.
2. A livello di gruppo si focalizza sulle virtù civiche e le istituzioni che spingono l’individuo ad essere un buon cittadino: la responsabilità, l’educazione, l’altruismo, la civiltà, la moderazione, la tolleranza e il lavoro etico.

Ciò che è alla base di questo approccio è il concetto di prevenzione. Partendo dalla constatazione che il modello basato sulla malattia, che consisteva nel lavorare solo sui punti deboli, non era efficace in tal senso, si imponeva sempre più la necessità di una scienza basata sulla forza e sulla resilienza. Gli individui non dovevano più essere considerati passivi, ma esseri attivi, in grado di scegliere, di assumersi rischi e responsabilità. Questo avrebbe permesso agli individui di imparare a condurre stili di vita più sani a livello psicofisico e di riorientare la psicologia verso un maggiore perseguimento del terzo obiettivo: rendere più forti e produttive le persone sane e consentire la messa in atto delle potenzialità umane più elevate.

I paradigmi di riferimento della maggior parte degli studi e delle ricerche si possono ricondurre, da una parte, all’edonismo, in base al quale il benessere consiste nel piacere o nella felicità, dall’altra all’eudemonia, secondo il quale il benessere è qualcosa più della felicità. Rappresenta la realizzazione delle potenzialità umane e della propria natura.

Ma come si può arrivare alla piena esplicazione delle proprie potenzialità ? Esistendo diversi percorsi resilienti, tra le diverse opzioni consideriamo la tecnica ABCDE, molto bene spiegata nel libro di Trabucchi Resisto dunque sono, il percorso di più semplice comprensione. Questa tecnica è utile per prendere consapevolezza del fatto che il nostro comportamento e le nostre reazioni di fronte ad eventi negativi, non dipendono direttamente dagli eventi, ma dalla nostra valutazione di essi.

(continua…)

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Fondatore di Climalia, prima società italiana di servizi climatici per la resilienza territoriale. Collabora con il Kyoto Club come responsabile della cooperazione internazionale e come esperto di politiche di adattamento ai cambiamenti climatici. Consulente del Ministero dell’Ambiente, Acclimatise UK, AzzeroCO2 e Commissione Europea.

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