Referendum del 17 aprile: oltre le trivelle c’è di più

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Referendum del 17 aprile: oltre le trivelle

In vista del referendum sulle trivelle del 17 aprile si ripetono le polemiche che almeno dal 1991, e dal famoso “andate al mare”, che viene considerato come l’inizio del crollo del potere craxiano, accompagnano la consultazione popolare. Ad attizzare la discussione è l’invito, quasi sempre governativo (a prescindere dal colore politico del governo in carica), a disertare le urne nel tentativo di unire le forze del no a quelle dell’astensionismo dilagante.

Referendum del 17 aprile: oltre le trivelle c’è di più

Dovere, non obbligo. Votare al referendum non è, ovviamente, un obbligo di legge ma bisogna comunque ritenerlo un dovere civico a prescindere dal fatto che l’articolo 75 della Costituzione sancisca la presenza di un quorum. Il dovere è infatti cosa ben diversa dall’obbligo che infatti non si applica a nessuna delle consultazioni elettorali o referendarie.

Questione di quorum. C’è in gioco prima di tutto una visione ben precisa delle istituzioni, dei partiti e della politica. Non è infatti un caso che la riforma Boschi introduca un quorum referendario tarato sulla partecipazione alle più recenti consultazioni politiche. Questo semplificherebbe ovviamente il compito dei referendari depotenziando l’arma dell’astensione come opposizione alla consultazione popolare.

La strategia di Renzi. Il fatto che questa norma sia promossa da chi oggi invita all’astensione sembra un controsenso, ma non lo è. La strategia renziana sul 17 aprile è stata chiara sin dall’inizio: confondere le acque, rendere impossibile ai più, anche attraverso il controllo dei mezzi di informazione, Rai in primis, la formazione di una coscienza effettiva sulle questioni messe in ballo dal referendum. Il fine era ovviamente quello di mantenere comunque alto il numero delle persone che si sarebbero tenute lontano dai seggi per la mancanza di un’opinione chiara sull’argomento.

Modello americano. Il modello delle riforme istituzionali, elettorali e referendarie è quindi quello di un Paese nel quale a votare (al referendum come alle elezioni) vanno solo i bene informati, quelli che hanno accesso alla cultura, ai giornali, alle informazioni migliori, che di solito (cosa non secondaria) sono anche quelli che stanno meglio economicamente e che quindi hanno meno motivi di astio nei confronti del governo in carica. Non è un modello schiettamente antidemocratico, sia chiaro, altrimenti dovremmo dire che Paesi con una bassissima percentuale di votanti, come gli Stati Uniti, non sono democrazie compiute.

Addio Padri Costituenti. L’atteggiamento del Governo al referendum, la riforma Boschi e quella elettorale e in generale l’operato di Renzi certifica il definitivo superamento (dopo un processo lento ma costante negli ultimi trenta anni) del modello di partecipazione immaginato dai nostri padri Costituenti. Un modello nel quale i partiti non volevano solo rappresentare una parte dei cittadini ma avevano l’aspirazione di formarli quei cittadini, di insegnare a tutti (dopo un ventennio di analfabetismo politico) il valore della democrazia, dei diritti, della partecipazione. L’utopia, tipicamente novecentesca, era quella che ogni elettore fosse pienamente formato e informato e capace, in base alla sua opinione politica e alla sua weltanschauung ideologica, di avere un’opinione su qualunque argomento o questione.

Il tentativo di Casaleggio. Il partito, insomma, come scuola e come ente formativo, capace di rendere l’Italiano, ogni Italiano, un cittadino. Da questo punto di vista perfino il compianto Casaleggio, oggi osannato come un genio creativo dai critici di ieri, sembra aver tentato di portare in questa seconda repubblica che va a compimento una tradizionale pratica politica del secolo scorso. Peccato che non si sia mai riusciti a distinguere del tutto, nel Movimento 5 Stelle, la volontà di informare da quella di collezionare clic, la propaganda dalla mistificazione complottista e soprattutto il dubbio che più che di formare dei cittadini si trattasse di fideizzare degli utenti.

Cosa c’è in gioco il 17 aprile. Il referendum sulle trivelle, come quello istituzionale del prossimo autunno, assumono quindi un valore che va al di là (soprattutto nel primo caso) dei quesiti in ballo ponendoci una domanda ben precisa su quale modello di partecipazione, di rappresentanza ed in definitiva di convivenza civile immaginiamo per il futuro del nostro Paese.

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Quest'anno ho fatto il blogger, il copywriter, il cameriere, l'indoratore, il web designer, il dottorando in storia, il carpentiere, il bibliotecario. L'anno prossimo vorrei fare l'astronauta, il rapinatore, il cardiochirurgo, l'apicoltore, il ballerino e il giocatore di poker prof.

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