Reddito minimo garantito: cos’è e come funziona

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Reddito minimo garantito: cos'è e come funziona
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Ora che persino Roberto Maroni, presidente di Regione Lombardia ed ex Ministro del lavoro dal 2001 al 2006, si è detto favorevole al reddito garantito, pensiamo sia utile, prima ancora di discutere nel merito, di fare chiarezza sui tanti termini che si utilizzano – spesso impropriamente – nel dibattito politico in ordine a tale proposta, anche perché, come diceva quel tale, le parole sono importanti.

Ecco un agile e speriamo chiaro dizionario. Partiamo dall’esistente: in Italia, storicamente, un sussidio di integrazione al reddito al di là del nome utilizzato nel corso delle varie normative che si sono succedute – sussidio di disoccupazione, Aspi (Assicurazione sociale per l’Impiego) e attualmente Nuova Aspi – spetta ai soli disoccupati che abbiano perduto involontariamente il lavoro. Spetta pertanto a specifiche condizioni, e con una durata limitata solo a soggetti che abbiano già svolto in precedenza una attività di lavoro subordinato o, in misura minore, parasubordinato (ad esempio i contratti a progetto). Non spetta pertanto a soggetti ancora in cerca di prima occupazione.

Il Jobs Act ha previsto altresì l’Assegno di disoccupazione, un sussidio che ai soli soggetti che, avendo beneficiato della NASPI per la sua intera durata, si trovano ancora in uno stato di disoccupazione e in una condizione economica di bisogno. L’ammontare non può comunque superare l’importo dell’assegno sociale (un po’ meno di 500 euro mensili).

Tra i termini più utilizzati, in diverse proposte, si sente spesso parlare di Reddito di cittadinanza: questo istituto consisterebbe in una erogazione economica di tipo universalistico, e la sua concessione non sarebbe subordinata al verificarsi di alcuna condizione, né economica né patrimoniale. Come è stato sottolineato dagli economisti Tito Boeri (attuale presidente Inps) e Roberto Perotti in un articolo sulla rivista on line la voce.info sarebbe politicamente difficile da giustificare oltre sia per i costi esorbitanti (considerando 500 euro al mese per 50 milioni di cittadini con più di 18 anni, la spesa sarebbe di 300 miliardi (!) di euro l’anno, sia politicamente: «come giustificare agli elettori che ogni membro della famiglia Agnelli o Berlusconi percepisce un reddito garantito ogni mese?». La stessa rivista on line solo un mese fa invece si è espressa a favore del reddito di inclusione sociale, con un pezzo firmato da Massimo Baldini e Ugo Trivellato. Ci ritorneremo.

Nella legge delega del Jobs Act invece, tra le materie che dovranno essere normate da futuri decreti legislativi, si fa riferimento invece al salario minimo stabilito per legge, che trova la contrarietà di gran parte dei sindacati, poiché attualmente in Italia, la retribuzione minima che spetta al lavoratore, viene determinata nei vari contratti collettivi nazionali di lavoro. Una previsione legislativa in questo senso dovrebbe andare, nelle intenzioni del governo, a offrire copertura ai collaboratori a progetto o a quei lavoratori dipendenti – in realtà ben pochi – operanti in settori privi di un contratto nazionale.

Infine, il Reddito minimo garantito, per il quale sono diverse le proposte di legge presentate, che analizzeremo più nel dettaglio la prossima settimana, che è già presente in numerosissimi paesi europei; fin d’ora possiamo dire che si tratterebbe di una erogazione economica subordinata però a determinati requisiti patrimoniali o di reddito, che si rivolgerebbe anche a coloro i quali non hanno mai svolto attività lavorativa; in alcuni paesi sono previsti altresì anche altri benefici quali ad esempio tessere gratuite per i trasporti pubblici o per usufruire a prezzi calmierati di servizi, anche culturali ecc.

reddito minimo garantito
@www.primopianomolise.it

Reddito minimo garantito: cos’è e come funziona

I veri nodi da evidenziare da subito sono in sostanza due: il costo economico e il rapporto che la legge dovrà prevedere tra chi percepisce il r.m.g. e la ricerca di un posto di lavoro. I critici nei confronti di questa riforma evidenziano infatti il possibile effetto distorsivo che si potrebbe concretizzare in una sorta di disincentivo alla ricerca di un lavoro o – ad esempio – nello svolgerlo in forma irregolare (“in nero”) ai fini di continuare a percepire il reddito stesso.

Prima ancora di analizzare le diverse proposte attualmente sul tappeto, possiamo partire da quest’ultimo aspetto, ed evitando paragoni con paesi troppo diversi dal nostro per ricchezza, popolazione e struttura sociale (come quelli del Nord Europa), basta gettare uno sguardo oltralpe, e vedere come la Francia abbia previsto per il suo Revenue de solidarité active, un sistema per cui entro certi limiti, si può continuare ad usufruire del reddito garantito, sommandolo a quello di lavoro.

In ogni caso occorre rimarcare a mo’ di premessa questo aspetto, che anche tra i sostenitori della misura universalistica non va sottaciuto ed anzi affrontato seriamente perché quello del possibile effetto distorsivo nel mercato del lavoro ha senz’altro un qualche fondamento ed è – prima ancora delle risorse da reperire – il primo problema da affrontare.

Ciò premesso, mai come in questa legislatura, il tema del reddito garantito da “semplice” tematica per gli addetti ai lavori o per meritorie associazioni che da anni propugnano tale soluzione, come ad esempio BIN Italia, può diventare terreno di discussione politica e perché no trovare la luce: sia il Movimento 5 Stelle che SeL hanno presentato da tempo proposte in tal senso, e anche alcuni parlamentari del Partito democratico sembrerebbero poterlo sostenere. Andiamo per punti.

Reddito minimo garantito: la proposta del Movimento 5 Stelle

I 5 Stelle hanno presentato una proposta di legge che prevede un’erogazione a tutti i cittadini italiani residenti in Italia, con più di 18 anni di età che abbiano un reddito inferiore a una determinata soglia di povertà, calcolata mensilmente, che varia a seconda dei componenti del nucleo familiare (ad es. 1 componente 600 euro; 2 componenti 1000 euro; 3 componenti 1330 euro 4 componenti 1476 e via discorrendo). Tra i beneficiari inoltre sarebbero previsti anche gli immigrati, a condizione che siano residenti in Italia da almeno due anni, che abbiano lavorato per un minimo di mille ore negli ultimi due anni o conseguito un reddito di almeno 6mila euro netti in questo periodo.

L’ammontare del reddito garantito non sarebbe fisso bensì pari alla differenza fra il reddito effettivamente percepito e il livello minimo, fissato per legge, come sopra abbiamo visto. Una criticità di questa proposta è stata prontamente segnalata in un articolo della rivista on line la voce.info:

La posizione patrimoniale dell’individuo o della sua famiglia non viene minimamente presa in considerazione nel decidere se concedere o meno il trasferimento. Ad esempio, una famiglia con notevoli proprietà mobiliari e immobiliari, ma bassi redditi, potrebbe fruire del trasferimento

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@redditogarantito.it

Reddito minimo garantito: la proposta di Sinistra Ecologia e Libertà

Non troppo distante è la posizione di Sel: 600 euro mensili per chi ha un reddito annuale inferiore agli 8.000 euro, risiede da almeno ventiquattro mesi in Italia ed è iscritto ad un centro per l’impiego. Questa proposta è frutto di una campagna nazionale Reddito Minimo Garantito ha raccolto di 50mila firme.

Correttamente questa proposta presuppone una riforma complessiva anche dei centri per l’impiego – che attualmente sono di competenza delle (ex) province, e che invece dovranno avere un ruolo centrale nella gestione dell’indennità, anche perché perde il diritto alla stessa anche chi “rifiuti una proposta di lavoro adatta alle sue competenze”.

Reddito minimo garantito: la proposta del Partito Democratico

Infine, forse sconosciuta ai più, anche alcuni parlamentari del Partito democratico hanno presentato una proposta per l’istituzione di un reddito minimo garantito (appoggiata anche dall’allora “deputata semplice” e oggi Ministro, Marianna Madia); 500 euro al mese nei confronti di disoccupati, inoccupati e precari che non raggiungono un reddito annuo complessivo di 6.800 euro; a differenze delle altre espressamente prevede uno stanziamento di due miliardi di euro; prevede una durata sperimentale di due anni e mezzo, e i beneficiari in primis sono i cittadini delle regioni con tassi di disoccupazione superiori alla media nazionale, nonché tenendo conto del tasso di povertà assoluta.

Insomma, dati alla mano, magari prevedendolo come misura sperimentale per un tot di anni, a mo’ di sperimentazione, ed appianando differenze che non appaiono insormontabili, le possibilità di successo della legge ci sarebbero: ago della bilancia sarebbe la parte del Partito democratico che non si dichiara contraria allo stesso e che dovrà decidere cosa fare da grande. Ma questa è un’altra storia…

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Libero Labour è nato nei primi anni Ottanta – l’inizio della fine – nel profondo Sud. Prima di “salire” come migliaia di suoi simili a Milano della suddetta aveva ben in mente solo lo spot dell’Amaro Ramazzotti (ma preferisce quello del Capo). Si occupa di diritto del lavoro, in un'epoca senza diritti e senza lavoro. In pratica ha sbagliato tutto.

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