Reddito minimo di inserimento: le proposte in campo

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reddito minimo di inserimentoSecondo l’Istat le persone sotto la soglia di povertà assoluta in Italia nel 2012 erano 4,8 milioni, pari al 6,7% della popolazione. Il dato è indubbiamente molto allarmante, e ci impone la necessità di individuare misure efficaci. Già nel 1992 con la Raccomandazione 99/441 la Comunità Europea sollecitava i paesi membri ad introdurre nelle proprie politiche di welfare “il reddito minimo garantito, inteso quale fattore d’inserimento nella società dei cittadini più poveri”. A distanza di 22 anni gli unici paesi europei che non hanno ancora introdotto il reddito minimo di inserimento sono Italia e Grecia.

Le sperimentazioni non sono tuttavia mancate nel nostro paese: la più significativa è quella lanciata nel 1998 dalla “Commissione Onofri” e chiamata proprio “reddito minimo di inserimento”. La misura è stata testata per quasi dieci anni in circa trecento Comuni, con risultati non eccellenti soprattutto a causa di una scarsa competenza progettuale da parte delle Amministrazioni, con conseguenti difficoltà gestionali.

Il reddito minimo di inserimento sperimentato dalla Commissione Onofri prevedeva un’erogazione di circa 500mila lire a persone in possesso di determinati requisiti (essere sotto la soglia di povertà e privi di patrimonio), a fronte del loro impegno a partecipare a corsi di formazione professionale e a rendersi disponibili al lavoro, registrandosi presso l’ufficio di collocamento. Con l’alternarsi dei governi di diversi colori, il reddito minimo di inserimento si è progressivamente indebolito fino ad essere accantonato del tutto a livello nazionale, lasciando alle Regioni l’applicazione di strumenti simili a livello locale.

Oggi si torna a parlare di reddito minimo di inserimento, presentato come una delle principali proposte del MoVimento 5 Stelle: in uno dei suoi ultimi discorsi Beppe Grillo ha detto che l’Articolo 1 della Costituzione italiana dovrebbe essere modificato in: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul reddito”, sostenendo la necessità di introdurre quello che il MoVimento 5 Stelle chiama impropriamente “reddito di cittadinanza”. Con tale termine infatti si definisce un sostegno economico a favore di tutte le persone in possesso del requisito della cittadinanza italiana, indipendentemente dalla propria situazione economica e lavorativa.

La proposta del M5S ha caratteristiche simili a quella elaborata da Sinistra Ecologia e Libertà: un sostegno al reddito per persone in povertà, che parte dai 600 euro mensili a persona e può arrivare a superare i 1000 euro a seconda della numerosità della famiglia. Si tratta di importi significativi, considerato che in altri paesi come Francia e Germania dove il tenore di vita non è inferiore al nostro, l’importo base è fissato rispettivamente a 350 e 425 euro.

Entrambe le proposte sono inoltre deboli sul fronte del supporto che la persona e la propria famiglia dovrebbero ricevere per uscire da situazioni problematiche non strettamente attinenti al lavoro o alla disponibilità economica. In sostanza risultano molto focalizzate sul sostegno economico, adottando una logica redistributiva poco incentrata sulla responsabilizzazione dei cittadini e delle istituzioni.

Una terza proposta di reddito minimo di inserimento, forse la più interessante, è quella del Sostegno per l’Inclusione Attiva (SIA), elaborata da un gruppo di lavoro presieduto dall’ex vice ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Maria Cecilia Guerra. I costi dell’introduzione del SIA sono stimati attorno ai 7-8 miliardi all’anno a regime, contro il costo complessivo del “reddito di cittadinanza” del M5S che è stato stimato possa essere di circa 19 miliardi di euro annui.

L’aspetto più interessante del SIA riguarda la sua valenza non solo come strumento di lotta alla povertà ma soprattutto di inclusione e attivazione. La misura infatti, oltre ad incentivare la partecipazione al mercato del lavoro, valorizza “l’impegno in attività di cura verso minori e/o familiari non autosufficienti. (…) Esse dovranno essere tenute in conto nel definire il piano di inclusione con il beneficiario e, più spesso, la beneficiaria. Nel caso dei minori, si tratta anche di sollecitare l’esercizio attivo delle responsabilità genitoriali riguardo alla frequenza scolastica e alle prassi di prevenzione per la salute”.

Una simile impostazione ha sicuramente costi elevati ma va nella direzione del cosiddetto “welfare generativo”, che considera il beneficiario non solo come assistito ma soprattutto come risorsa per se stesso e per gli altri. L’esperienza insegna infatti che per combattere la povertà non è sufficiente un trasferimento monetario ma è necessario valorizzare la persona nella propria rete di relazioni affinché sia in grado di produrre in autonomia un “rendimento sociale”, per il proprio benessere e per quello della comunità.

Immagine | Giacomo Carena

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Vive a Milano, si occupa di progetti per l'infanzia in Italia, è appassionato di economia civile, cucinare lo rilassa e non scriverà mai di calcio. Finora ha avuto la fortuna di viaggiare molto, crede sia un grande privilegio. Da quasi dieci anni la mattina scrive i suoi sogni su un quaderno.

2 Comments

  1. Ottimo articolo; bisogna sottolineare anche alcune esperienze che in passato con forme differenti hanno riguardato alcune regioni, a memoria la Campania e il Lazio. E occorre poi studiare meccanismi che comunque incentivino la ricerca di un posto di lavoro: interrogativi troppo grandi e questioni troppo importanti perché se ne occupi il governo “dei carini”.

  2. ho avuto modo di approfondire in prima persona il SIA: il problema è che la decantata parte sull’attivazione sarebbe poi delegata a ciascuna Regione, che dovrebbe organizzare il tutto trovando i finanziamenti. Il risultato sarebbe dunque, come al solito, un’estrema frammentazione delle esperienze e un aumento delle disuguaglianze territoriali

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