Re-Inventarsi: resilienza ed economia

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resilienza ed economia

Non riusciremo mai a prevedere adeguatamente il futuro, è molto più utile imparare a migliorare noi stessi sfruttando gli shock, a trarre beneficio dai traumi esterni quando ci aggrediscono.

La resilienza può essere definita l’arte di adattarsi al cambiamento, trasformando le incertezze in occasioni e i rischi in innovazione. Questa parola, che come abbiamo visto negli articoli precedenti, viene dall’agricoltura e dalla psicologia, sta diventando la chiave di accesso alle nuove pratiche ambientali ed economiche per vincere la crisi, un nuovo modo di pensare l’impresa e il ruolo della società.

Resilienza ed economia

La resilienza è stata più volte evocata da Barack Obama, come ad esempio nei due discorsi di insediamento alla Casa Bianca, dal World Economic Forum di Davos, che nelle ultime due edizioni ha dedicato più della metà delle sessioni di approfondimento su resilienza e cambiamento climatico, e dall’imprenditoria sociale e cooperativa; per tutti l’obiettivo era quello di condividere la necessità di costruire una capacità di resistere alle crisi e, insieme, di re-inventarsi.

Come spiega bene Alberto Sangiovanni Vincentelli, tra i principali teorici della cultura del rischio. «Non ci può essere innovazione senza rischi. Che siano tecnologici, di mercato, organizzativi o da eventi esterni e imprevedibili, essi sono intrinseci di tutte le start-up che, proprio per questo, diventano il veicolo più comune di ogni innovazione».

La resilienza economica deve dunque essere pensata a partire da un’analisi dei rischi sistemici e pensare una comunità\città\stato come un sistema complesso, non è più sufficiente considerare soluzioni singole per le diverse crisi che affliggono la nostra societa – Crisi Economica, Crisi Finanziaria, Crisi Climatica, Crisi Sociale e Crisi Istituzionale.

Questo approccio viene evidenziato con forza dai rapporti National Building Resilience to Global Risks di Davos (2013) e Climate Adaptation: Seizing the Challenge (2014) del World Economic Forum, che identifica il fallimento dell’adattamento ai cambiamenti climatici come il quinto dei rischi sistemici per l’economia mondiale e la resilienza come l’unica reazione sana in un mondo sempre più interdipendente e interconnesso.

Personalmente mi piace sottolineare come la resilienza sia la via di uscita più idonea per riprendersi, il più velocemente possibile, dai fallimenti ambientali ed economici degli ultimi anni. Ecco perché, più che una semplice parola, usiamo resilienza come una definizione operativa, un percorso di trasformazione costruttiva, la ricerca e l’approdo a un nuovo modo di pensare. Come sostiene Ervin Lazlo: “se il mondo è davvero vicino al cosiddetto punto del caos, i problemi non si possono risolvere con lo stesso livello di pensiero che avevamo quando gli stessi si sono creati.”

Lazlo, come Latouche con l’eco-tecno fascismo, ci mette in guardia da possibili tentativi di appropriarsi della resilienza da parte dei pensatori conservatori. Per intendersi, la destra neoliberista cercò d’impadronirsi di questa idea contro Obama. Il 31 ottobre 2011, quando la ripresa Usa era già avviata e il Pil cresceva del 2,5%.

Il Wall Street Journal lanciò il dibattito su The Resilient Economy con una tesi molto chiara: se il motore dell’economia ha ripreso a girare è tutto merito del settore privato. Resiliente “nonostante” le interferenze del governo. Il Wall Street Journal si innalzava un canto corale della distruzione creativa del capitalismo, termine coniato da Karl Marx e rilanciato da Joseph Schumpeter nel 1942 applicandolo alle analisi sulla depressione.

resilienza economia

La vera resilienza dell’economia americana sarebbe dunque nelle capacità innovative dei suoi imprenditori, questo il nocciolo duro del pensiero neoliberista. Che ignora tuttavia altre forze sottostanti: per esempio quell’immigrazione che Obama vuole facilitare sempre di più, e che garantisce all’America una demografia positiva, fondate su principi di democrazia, uguaglianza sociale, sostegno alle classi più deboli.

La resilienza è la conquista di politiche che investono nella scuola, nella riqualificazione dei lavoratori licenziati, nelle reti di protezione sociale, nella ricerca scientifica. Anche il World Economic Forum di Davos ammette che la via maestra alla resilienza non è il laissez-faire. Trai protagonisti del summit ci sono gli “imprenditori sociali”, quelli che indirizzano i loro talenti verso la soluzione dei grandi problemi del nostro tempo: le diseguaglianze di reddito, il climate change, la penuria di acqua, l’aumento della longevità.

Inoltre l’equazione “capitalismo uguale resilienza” viene smentita proprio da Taleb e dagli eventi del tipo “cigno nero“. Mentre la biologia e la psicologia lavorano per fare un uso costruttivo degli errori, questo non accade necessariamente nei sistemi economici. Un esempio che usa Taleb: quando si verifica un crac bancario, l’incidente non rende meno probabile bensì più probabile la sua ripetizione: è l’effetto-contagio derivante dall’interconnessione delle banche.

Proviamo a prendere come esempio le Banche Centrali – al centro del dibattito in questi giorni – e capiamo: quali sono i rischi cui si trovano a dover far fronte e rischiamo di ripetere?

Il primo, il più devastante a livello sistemico, è la perdita della loro credibilità. Una banca centrale poco credibile, in regime di fiat money (ossia di moneta puramente fiduciaria), implica la perdita della credibilità della moneta che la banca rappresenta. Tale perdita di credibilità può scaturire da “un gap fra quello che si aspetta le banche realizzino e quello che possono realizzare sul serio”.

Il secondo rischio, non meno rilevante, è che si sviluppi la percezione che l’opera delle banche centrali abbia come conseguenza quella di radicare l’instabilità. Ossia “una nuova forma di inconsistenza”. Indicazioni che questo rischio può materializzarsi non sono difficili da trovare.

Ma ciò che rende un sistema economico resiliente è diverso da ciò che rende un sistema ecologico resiliente: non esistono solo minacce e rischi diversi, ma lo sono anche le interconnessioni esistenti gli altri sistemi.

Come misurare Resilienza di un Paese?

Se dovessimo presentare un quadro sintetico per misurare la resilienza complessiva di un paese, attraverso un quadro di riferimento iniziale, possiamo identificare cinque sottosistemi principali:
– Sottosistema economico: comprende aspetti macroeconomici, beni e servizi, mercato finanziario, mercato del lavoro, sostenibilità e produttività.
– Sottosistema ambientale: comprende aspetti quali le risorse naturali , l’urbanizzazione e il sistema ecologico.
– Sottosistema Governance: comprende aspetti quali le istituzioni, il governo, la leadership e lo Stato di diritto.
– Sottosistema infrastrutture: comprende aspetti quali infrastrutture critiche – comunicazioni, energia, trasporti, acqua e sanità).
– Sottosistema sociale: comprende aspetti quali il capitale umano , la salute , la comunità e l’individuo.

resilienza-economia

Ciascuno dei cinque sottosistemi viene valutato ulteriormente utilizzando cinque componenti della resilienza : 1) robustezza, 2) ridondanza, 3) intraprendenza, 4) di risposta e 5) di recupero. Questi cinque componenti possono essere classificati ulteriormente in due tipi: caratteristiche di resilienza (robustezza, ridondanza e intraprendenza) e le prestazioni di resilienza (risposta e recupero).

La misurazione di questi componenti rappresenta una sfida significativa nella costruzioni della resilienza sistemica, in quanto vi sono molti attributi che sostengono ciascuno di essi, e questi attributi sono sovrapposti e complementari.

Ed un’Italia resiliente esiste? Mille aziende al giorno chiudono. E c’è di più: quattro milioni di poveri, una pressione fiscale al 52%, 3,3 milioni di disoccupati. Se guardiamo alla resilienza come strada possibile, però, ci rendiamo conto che gli italiani, tutti, si distinguono nel mondo per creatività, genialità, talento in ogni settore, flessibilità. In sostanza siamo italiani e siamo persone estremamente resilienti quindi abbiamo tutte le carte in regola per rilanciarci.

Il Governo non dovrebbe far altro che puntare sui nostri talenti individuali e su quello collettivo, per fare questo dobbiamo prima riconoscere i nostri problemi ed ammetterlo, e non dev’essere un esercizio che devono fare i nostri politici ma anche le fasce intermedie della società, quelle sacche di rendite e fattori resistenti nella nostra società.

Quei sessantenni impiegati nel settore privato, pubblico e del No-Profit che hanno stipendi e pensioni da 3/4mila€ e non hanno conoscenze informatiche e tecnologiche per superare il digital divide, non possiedono il significato della flessibilità e del telelavoro perché abituati a timbrare un cartellino per 30/40 anni. La resilienza economica parte anche da qui.

Immagini| World Economic Forum; ialnazionale.it

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Fondatore di Climalia, prima società italiana di servizi climatici per la resilienza territoriale. Collabora con il Kyoto Club come responsabile della cooperazione internazionale e come esperto di politiche di adattamento ai cambiamenti climatici. Consulente del Ministero dell’Ambiente, Acclimatise UK, AzzeroCO2 e Commissione Europea.

1 Comment

  1. Non si impara dagli errori in economia perché c’è sempre qualcumo che se ne avvantaggia! Inoltre i sistemi economici non sono perfettamente logici e razionali, sono anzi permeati da una diffusa irrazionalità (vedi la storia di tutte le bolle, dai tulipani olandesi del ‘600 ad oggi), aggravata dal fatto che non è identificata a priori, non è incorporata nel sistema stesso per meglio gestirla ed arginarla. Anzi si pretendeva, fino a pochi anni fa, che l’operatore economico fosse astrattamente in grado di perseguire con perfetta razionalità il proprio benessere. A parte le teorie successive sulla razionalità ”limitata” (Simon e altri), manca ancora in economia una ragionevole e realistica ”teoria degli errori”.
    Ben venga la resilienza allora, che, in quanto concetto interdisciplinare, può essere di particolare utilità per affrontare la vita di questi anni difficili

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