Razza, una parola utile solo ai razzisti

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Razza, una parola utile solo ai razzistiSe al quinto giorno consecutivo di pioggia battente ci viene da esclamare ‘Che razza di tempo!’, niente male. Idem se poi ci imbattiamo in un cane mai visto e chiediamo al padrone ‘di che razza è?’.

Sono utilizzi della parola ancora innocenti. Ma appena ci spostiamo nel campo umano, sorgono i primi problemi. I primi brusii e scricchiolii, anche sinistri.

Certo, mica si deve sempre parlare ‘come un libro stampato’. Ma avere idee pulite, sgombrare il campo dalla nebbia che avvolge alcuni concetti, aiuta poi anche la comunicazione. ‘Razza’ è appunto un concetto avvolto da spesse nebbie ideologiche.

Tanto per cominciare, già per gli animali cui ha messo mano l’opera umana si parla correttamente di varietà piuttosto che di razza. Se per il mondo animale la parola ha poco senso, a maggior ragione vale per l’uomo. Ma prevale l’abitudine, dura a morire, a usarla.

Eppure il concetto di razza è piuttosto recente, si sviluppa all’epoca delle grandi esplorazioni – e conseguenti conquiste – nel XV secolo: gli europei si trovano al cospetto di tipi umani mai visti prima, all’apparenza da loro diversissimi, e sentono l’urgenza di classificarli, di mettere ordine in qualche modo. I caratteri esterni prevalgono su ogni altra considerazione.

Non poteva essere altrimenti, con le risultanze scientifiche dell’epoca. Ovvio che un nero africano sembrasse lontanissimo da un inglese con gli occhi azzurri!

L’errore fu trarre da questa (pretesa) diversità fisica ed esteriore tutta una cascata di effetti morali, culturali e politici: cioè, se la popolazione xy sembra così diversa da me, ho buon gioco a collocarla in un gradino molto distante, e preferibilmente in basso, della mia gerarchia di valori.

E quindi posso opprimerla. Schiavizzarla. Al limite eliminarla. Il razzismo è nato proprio così. Se sei troppo diverso da me, tanto da non avere nulla in comune con me, ti posso annientare senza rimorsi.

Così si pensava ancora nell’800, l’epoca delle grandi certezze, del colonialismo, del positivismo… Che però tardarono a fare i conti, come capita ancora oggi, con due scoperte in grado di demolire il concetto di razza, e di relegarla, come merita, nel repertorio delle antichità culturali.

La prima scoperta è l’approfondimento della genetica mendeliana, che porta a identificare il genotipo: l’insieme di tutti i geni che costituiscono il Dna di una popolazione (o di un individuo), praticamente la nostra carta d’identità genetica. In seguito, si scopre che le variazioni all’interno del nostro Dna sono minime in riferimento ad altre specie: cioè, i nostri geni ci rendono molto più ‘parenti’ di quel che appaia all’esterno.

Ma i geni non sono visibili all’esterno, è su questo che giocano i razzisti di ogni epoca! Fortuna che ci soccorre la seconda scoperta, quella del cline, che è la graduale variazione, in una medesima specie, di una o più caratteristiche morfologiche (il nostro fenotipo) all’interno di una data area geografica. Cioè, la scatola è sempre la stessa, cambia la dimensione o il colore. Esempio per chiarire: gli africani sotto l’Equatore hanno sì la pelle scura, ma hanno statura e capigliatura molto diversa.

Come mai? Una pressione, un’influenza selettiva dell’ambiente (qui, i forti raggi solari dovuti al clima tropicale) ha fatto sì che tutti avessero la pelle scura, ma un’altra forza selettiva ha determinato un altro carattere fisico diverso (appunto, i capelli o l’altezza o la forma delle labbra). Il bello è che tutte queste caratteristiche esteriori non coincidono perfettamente con gruppi chiusi e perfettamente omogenei, ogni gruppo ha dei tratti in comune con altri, mentre non ha dei tratti che presenta lui solo (per forza, l’uomo migra e si mischia da millenni!).

Il concetto di razza è quindi desueto. Un comodo e contingente stratagemma culturale usato per gestire l’immane choc della scoperta di uomini di altri mondi, che ci è rimasto dentro. Ma non siamo mai stati d’accordo su quali e quante fossero le razze, e questo è un bel segnale. Tutto per non ammettere che siamo molto più simili (geneticamente) agli alti Vatussi – quelli di Nel continente nero… per capirci – di quanto non siano loro ai loro piccoli vicini (geografici) Pigmei.

Meglio usare termini meno compromessi come ‘tipo’,’popolazione’,’etnia’. E se non possiamo proprio fare a meno della parola ‘razza’, completiamola con l’aggettivo ‘umana’. Anche perché è la pura verità.

Immagine / Oliviero Toscani, In giro per il mondo, 2012

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Aspirante antropologo, vive da sempre in habitat lagunar-fluviale veneto, per la precisione svolazza tra Laguna di Venezia, Sile e Piave. Decisamente glocal, ama lo stivale tutto (calzini fetidi inclusi), e prova a starci dietro, spesso in bici. Così dopo frivole escursioni nella giurisprudenza e nel non profit, ha deciso che è giunta seriamente l'ora di mettere la testa a posto e scrivere su tutto quello che gli piace.

2 Comments

  1. Chi diceva che le “religioni” sono l’oppio dei popoli?
    Far leva sulle paure ataviche (e la diversità, come lo spettro di una maggiore povertà e da ultimo la morte, è una di queste), paga sempre. Ben lo sanno i “santoni” di ogni epoca e collocazione geografica, che su queste cose hanno speculato e speculano da sempre ai danni dell’Umanità. Funziona in modo direttamente proporzionale all’ignoranza degli adepti.
    Inoltre pochi sanno valutare appieno quello che hanno ed è facile indurli a desiderare quello che non hanno ed a uccidere per procurarselo. L’etica dell’uomo è ancora fragile.

    • Concordo. Ma ci sono ”santoni”, di ogni epoca e paese, che, fortunatamente, hanno propugnato l’universalità dell’essere umano, al di là di ogni pretesa ed apparente differenza. In molte culture, infatti, quelli che possiamo generalmente definire come ”diritti umani” hanno avuto un fondamento religioso.

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