Perché Quo Vado? sta andando alla grande

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quo vado checco zalone

L’Italia – paese di contraddizioni che non sa dove va – sembra essersi unita nell’andare a vedere il film di Checco Zalone. Incassi alle stelle e oggetto di discussione in ogni dove, dalla strada ai giornali al web. Da dove arriva questo grande successo? Perché film come Quo Vado? funzionano?

Accontenta (quasi) tutti

Quo Vado? parla del famoso fittizio “italiano medio” così come ce lo rappresentiamo. Già, ma come ce lo rappresentiamo? Dalla polarizzazione tra sostenitori e detrattori del film si evince solo che “noi italiani medi” abbocchiamo facilmente di fronte a un principio unificante che mette tutti d’accordo: se qualcosa fa soldi quasi tutti calano le braghe, in segno di rispetto per la grana.

Una minoranza – composta da frustrati intellettuali snob – scuote il capo inorridita dalla decadenza attuale. Altri ancora fanno i saputi con scoperte dell’acqua calda, rivelando che il cinema è un’industria culturale. In pochissimi si mettono in discussione.

Quo Vado? funziona proprio per questo, perché è in grado di rivolgersi a tutti (o quasi). Non è un caso: il film è paradigmatico della costruzione del consenso a tavolino da parte di una potente casa di distribuzione come la Medusa e del conseguente tam tam mediatico, che non è certo sorto spontaneamente, almeno in partenza. Dare alla gente quello che vuole, qualcosa di rassicurante in cui tutti si possano riconoscere, e puntare su un cast di attori noti, sono strategie precise di Medusa.

Il successo di un film tuttavia si può pianificare a tavolino fino a un certo punto. Perché il colpo riesca davvero ci vuole che il film abbia delle caratteristiche che funzionino in sé. Il film accontenta un po’ tutti, anche nel contenuto.

Il film ti ha detto qualcosa che non conoscevi? No, appunto: quello che l’italiano medio ama di più sentirsi dire è proprio tutto quello che sa già, o che crede di sapere già. Quo Vado? offre poi finalmente un’alternativa al solito cinepanettone, per di più senza donnine scosciate.

Quo Vado? accontenta anche l’italiano medio che si crede più critico e intelligente, che apprezza i momenti di satira che prendono in giro certi atteggiamenti del cafone, come la tendenza a mitizzare gli evoluti paesi all’estero, cosa che condivide perché magari all’estero c’è stato e allora lui sa, capisce la sottigliezza di certe chicche. È inoltre rassicurato dalla presenza nel cast di almeno due attrici di teatro come Sonia Bergamasco e l’esordiente Eleonora Giovanardi.

Il film accontenta i difensori della tradizione, soprattutto quando si burla dello stile di vita dell’élite progressista internazionale, ma accontenta anche i progressisti toccando temi come il lavoro, l’ambiente, le migrazioni, i diritti civili.

I critici snob – che abbiano visto il film o no – hanno nuova materia su cui infierire per sentirsi superiori, ma sono comunque perdenti perché se non hanno visto il film non sanno di cosa parlano, se l’hanno visto hanno contribuito al successo al botteghino, da cui la velleitaria trovata di alcuni di andarsene sdegnosamente prima della fine del film.

Il film offre ai vari politici – che si prendono troppo sul serio a causa del proprio narcisismo – l’occasione per pontificare su velati messaggi di natura politica prendendo a torto il film troppo sul serio, senza accorgersi che è la politica italiana così com’è a far ridere.

Se si prendesse questo film sul serio si potrebbe dire che la cornice è banalotta, laccata con esotismo kitsch equo e solidale, con finale buonista, mentre sono più riuscite le parentesi dal sapore paradossal-surreale in cui lo sventurato si trova a ricoprire per conto della Pubblica Amministrazione i ruoli più disparati nei luoghi più svariati.

È una fiaba rassicurante

Quo Vado? non è un documentario ma propone caricature della realtà. Per esempio, la rappresentazione della donna è riduttiva: sottomessa, mascolina (ma fragile) oppure stellare. Le figure femminili con cui si confronta il protagonista sono la madre (con cui ha una relazione ai confini dell’incesto) e la fidanzata-geisha, passando per una relazione a distanza dal retrogusto sadomaso con la manager dagli occhi di ghiaccio, per arrivare alla ricercatrice-viaggiatrice amica degli animali, onestamente troppo per lui.

Quello che risolve l’inghippo è la dimensione della fiaba. Diversi elementi ce lo confermano: l’espediente narrativo della tribù, a cui Zalone è costretto a raccontare la propria vita; l’improbabile storia d’amore tra il protagonista e la ricercatrice; il finale idilliaco, in cui tutti sono contenti e anche i cattivi si redimono.

Le fiabe spesso non sono solo storielle, se riescono a veicolare un significato simbolico valido. La risata stessa ha un potere liberatorio e, se consapevole, potenzialità rivoluzionarie. In questo caso però la risata, inserita nella cornice della fiaba, serve soprattutto a far digerire lo status quo, seppur con riferimenti che fanno anche riflettere.

E mo’ dove vado?

La vera domanda unificante che ha un valore autentico è quella del titolo, in altre parole: dove cavolo vado adesso? Quella sì se la son fatta tutti: italiani infimi, medi e eccellenti, con o senza posto fisso. Sempre di più si misurano con l’incertezza del mondo di oggi, che ti consuma, ma ti apre anche la testa e gli orizzonti.

Quo vado? esce in un momento in cui aleggia il fantasma della fine del posto fisso e delle pensioni, in cui i giovani continuano ad andare, dove non si sa, basta che sia all’estero per non tornare più, perché poi tornare è dura, ancora più che restare e resistere. Mentre c’è chi continua a sguazzare nei privilegi. E c’è ben poco da ridere.

Quo Vado? è una sorta di lenitivo. Indora la pillola come buon auspicio per il 2016, mettendo d’accordo tutti, ognuno trincerato dietro il suo copione.

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Nata milanese, naturalizzata scozzese, morta veneziana, risorta in riva al Piave. Con alle spalle 12 traslochi e 2 lauree (lingue e arti visive), l'ex poetessa della classe non ha ancora capito cosa farà da grande, intanto si interessa di quasi tutto, a fasi. Qui è amante di cause perse, tipo comunicare.

2 Comments

  1. insomma….da vedere. Cercherò di trovare il tempo.
    Anche perche mi verrebbe di metterlo a confronto con il Paolo Villaggio prima maniera.

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