Quanto incide la crisi sulla condizione degli immigrati in Italia?

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quanto incide la crisi sulla condizione degli immigrati in ItaliaQuanto incide la crisi sulla condizione degli immigrati in Italia? Ecco qualche elemento di discussione.

In generale i periodi di difficoltà economiche, specie se lunghi come quello attuale, colpiscono maggiormente gli strati sociali più deboli: anziani, precari, giovani, disoccupati e, naturalmente, immigrati. Ci siamo perciò chiesti:

Quanto incide la crisi sulla condizione degli immigrati in Italia?

Gli stranieri residenti in Italia sono quasi 5 milioni, pari a circa l’8% della popolazione totale. La loro condizione economica è spesso precaria, ma quanto c’entra la crisi?

La condizione occupazionale in realtà non è cambiata poi molto: gli stipendi degli stranieri erano già inferiori a quelli degli italiani, e le loro qualifiche professionali erano già più modeste, così come la loro possibilità di mobilità sociale ascendente.

Il tasso di disoccupazione degli stranieri residenti era del 14,1% nel 2012, mentre nello stesso anno per i residenti italiani era del 10,3%. Il dato era più simile negli anni pre-crisi, mentre dopo il 2008 la forbice è aumentata.

Rispetto agli ambiti professionali di impiego degli stranieri, questi ultimi erano stati attratti soprattutto dall’alta offerta di lavori a bassa qualifica in settori quali il manifatturiero, l’edilizio, i servizi assistenziali.

È stata proprio la crisi che ha colpito i primi due settori a causare l’incremento del tasso di disoccupazione tra gli immigrati. Fenomeno parzialmente bilanciato dal lieve ma persistente aumento occupazionale del terzo comparto, che segue di pari passo l’invecchiamento della popolazione.

Un possibile scenario è quello descritto da ISMU (Istituto per lo Studio della Multietnicità) nel XIX Rapporto sulle migrazioni in Italia 2013:

“è dunque del tutto inverosimile ipotizzare nei prossimi anni una crescita del lavoro straniero simile a quella che ha caratterizzato lo scorso decennio”.

La possibilità di mantenere il lavoro va, è ovvio, ad incidere sulla permanenza in Italia. Qui sorprenderà constatare come dal 2008 si sia registrato comunque un lieve aumento degli immigrati iscritti all’anagrafe, anche se non è da non sovrastimare questo dato, che potrebbe derivare anche dalla mera non cancellazione dai registri anagrafici al momento di abbandonare il nostro Paese.

Nel chiederci quanto incide la crisi sulla condizione degli immigrati in Italia, la matematica bruta dei numeri andrebbe poi calata nella singolarità delle situazioni familiari reali. Di solito sono portati a restare da noi gli stranieri con figli nati qui, o che hanno realizzato un ricongiungimento familiare da tempo, piuttosto che i single o le coppie appena arrivate, il cui percorso migratorio può ancora essere modificato se non addirittura invertito.

Tornando alla nostra domanda iniziale possiamo quindi affermare che la crisi incide negativamente sulla condizione degli immigrati, seppur non in modo eclatante.

I motivi per cui il loro lavoro continua ad essere malpagato e professionalmente mediocre sono strutturali e preesistenti alla crisi, e sono stati da questa solamente aggravati e non provocati.

L’immigrazione, fenomeno recente da noi solo se comparato con altri Paesi UE, continua a scontare, oltre a fattori strutturali di dimensione globale, anche il nostro approccio politico, ideologicamente poco equilibrato e orientato al breve periodo.

L’Italia resta comunque dal 2000, con la Spagna, il paese a più alto incremento annuo di stranieri secondo l’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), dato che, se incorpora anche il gran numero di arrivi per motivi umanitari, non è comunque tale da scatenare nessuna sindrome da invasione.

La presenza degli immigrati si mantiene dunque per ora sui livelli precedenti, anche se nelle regioni a maggior vocazione industriale le partenze cominciano a diventare maggiori degli arrivi. Si veda il caso del Veneto, dove i nuovi residenti sono passati dai 54 mila del 2007 ai 26 mila del 2012, soprattutto a causa delle difficoltà specifiche dei comparti manifatturiero ed edile.

La permanenza degli immigrati in Italia è un fattore positivo, anche volendo guardare solamente il lato economico: il loro contributo al Pil assomma all’11% secondo il CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro); un buon risultato per i tempi duri in cui viviamo, e che faremmo bene ad incoraggiare.

Immagine | Andrea Floris

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Aspirante antropologo, vive da sempre in habitat lagunar-fluviale veneto, per la precisione svolazza tra Laguna di Venezia, Sile e Piave. Decisamente glocal, ama lo stivale tutto (calzini fetidi inclusi), e prova a starci dietro, spesso in bici. Così dopo frivole escursioni nella giurisprudenza e nel non profit, ha deciso che è giunta seriamente l'ora di mettere la testa a posto e scrivere su tutto quello che gli piace.

2 Comments

  1. E’ opinione diffusa che gli immigrati pesino sull’economia italiana e che sarebbe meglio scoraggiarne l’afflusso. Ma sarebbe bene diffondere i dati comunicati dal CNEL, che leggo in questo articolo, secondo cui il contributo al Pil da parte degli stranieri è del 11%. Sarebbe quindi opportuno che venisse incrementata sia l’opportunità di lavoro degli italiani ma anche quella degli stranieri.

    • Esatto. Gli stranieri -molti dei quali saranno gli italiani di domani – non sono per statuto, o legge, o essenza, né meglio né peggio degli italiani. Sono uomini, ognuno col suo destino, ed è questo da valutare.
      Noi italiani, migranti fino ad un ieri vicinissimo, dovremmo saperlo bene. Ma continuiamo stoltamente a vergognarci delle nostre avventure migratorie, chissà perché, e questo non ci aiuta certo a gestire gli immigrati giunti da noi.

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