A proposito di Davis, viaggio di un looser nell’epopea folk

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a proposito di-davisLlewyn Davis è un cantante folk con la poco invidiabile qualità – “da fratello scemo di re Mida” – di trasformare in merda tutto ciò che tocca. Vive di soppiatto nel Greenwich Village di New York degli inizi degli anni ’60 e si barcamena a fatica, ospite spesso poco gradito, tra un divano e l’altro, cercando di difendere l’integrità bohemienne del folk singer. Suona la chitarra e canta testi strazianti al Gaslight Cafè del Greenwich eppure non sfonda – d’altronde, come gli riferirà un impresario di Chicago, “come si possono fare soldi con questa roba?”. Vestito di stracci, Davis affronta il gelido inverno newyorkese con la sua chitarra, il suo scatolo di dischi invenduti e un gatto che non sarà in grado di accudire.

È la storia di A proposito di Davis, l’ultimo film di Joel e Ethan Coen, i due fratelli originari del Minnesota, pieno Midwest americano, innervati di cultura ebraica. Sì una caratteristica, quest’ultima, da tenere da conto perché la storia di Llewyn Davis – biopic apocrifo del cantante folk Dave Van Ronk interpretato, come si usa dire in questi casi, magistralmente da Oscar Isaac – si inserisce nella classica filmografia dei Coen, ovvero la storia di un uomo intrinsecamente looser, vessato com’è dalle insondabili avversità della vita.

Barton Fink (Barton Fink – è successo a Hollywood), Jerry Lundegaard (Fargo), Jeffrey Drugo Lebowski (Il grande Lebowski), Ed Crane (L’uomo che non c’era), Larry Gopnik (A Serious Man), protagonisti tutti (specie l’ultimo citato) di quel complesso lavoro coeniano di riscrittura post-modernista del libro di Giobbe.

Quella di Llewyn Davis, come di Dave Van Ronk, è la storia di un uomo alle imprese con le imperscrutabili sofferenze che si abbattono sugli uomini (e lasciamo perdere in questo caso se siano determinate dal volere divino o altro…). Indefessamente Davis procederà con perseveranza nel suo affannoso cammino, nel freddo tagliente di un gelido inverno, senza cappotto, con scarpe inadeguate e con un gatto in grembo dal nome errante di Ulisse, alla ricerca di una redenzione, foss’anche inarrivabile piuttosto che evanescente. È il destino di moderno Giobbe di questo folk singer, messo di fronte ad un destino ineluttabile mentre un giovane Bob Dylan avrà innate, la voce e le parole, come chiavi per interpretare il vento del cambiamento.

è il frame che accompagna da sempre il cinema dei Coen: nella rigorosa rivisitazione dei generi classici del cinema, i loro protagonisti sono sempre alle prese con una vana ricerca di senso delle cose, laddove non c’è alcuna spiegazione razionale rispetto agli accadimenti. In un film dei due fratelli del Minnesota ci si immerge per un verso in un contesto “no sense”, per l’altro nella assoluta perfezione della forma. Ed è questo binomio che caratterizza, come cinematograficamente post moderna, la loro “arte”.

Una perfezione che nel caso di Inside Llewyn Davis si ritrova nella colonna sonora: grandi e struggenti brani folk, frutto del lavoro di T-Bone Burnett, musicista e produttore, già autore per i Coen della colonna sonora di Fratello, dove sei? e vincitore di un premio Oscar per il brano The Weary Kind dal film Crazy Heart di Scott Cooper sulla vita (alcolizzata) del cantante country Bad Blake.

Per l’ultima fatica dei Coen, T-Bone mette insieme tredici tracce che sono un compendio esaustivo della scena musicale folk dei primi anni ’60, anche nel caso di in una produzione originale com’è Please Mr Kennedy. Così com’è impareggiabile il cast: a partire da Oscar Isaac (già visto in Drive come Carey Mulligan, qui Jean Berkey) musicalmente addestrato da T-Bone, trasuda malinconia e mediocrità; per arrivare ai camei di Justin Timberlake e John Goodman, quest’ultimo nel ruolo di Roland Turner, astioso nonché claudicante tossicodipendente musicista jazz. Sue le migliori ‘quotes’ del film.

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Classe '79, nato a Napoli e, nella migliore tradizione partenopea, emigrato nella capitale alla ricerca di lavoro. Sono un giornalista, di quelli iscritti all'ordine dei professionisti (ma chi vuoi che ci creda ancora a 'ste robe?!), eppure da qualche anno sono impiegato nella, pur nobile, arte della stampa-e-propaganda. Faccio alcune cose, molte delle quali non mi qualificano. Tra queste mi annichilisco spesso al cinema.

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