Profughi siriani a Milano: siamo tutti passeggeri

di

19 novembre 2013

Il passeggero

I am the passenger. No, non è del celebre brano di Iggy Pop che voglio parlarvi, ma di un incontro tra i volontari che a Milano portano il loro sostegno alle centinaia di persone in fuga dalla guerra in Siria. “I am the passenger” è il nome dato a questo momento dedicato alla conoscenza reciproca.

Sono un passeggero io. Passeggero tu, che stai leggendo queste parole. Passeggeri, le persone che ho incontrato alla Stazione Centrale un mese fa e che forse adesso sono lontane, in Germania, in Svezia, oppure no. Passeggeri, noi. Tutti lo siamo.

Ma per qualche inspiegabile motivo, il caso – ma se preferiamo Dio, o Allah – e le nostre scelte ci hanno portato a condividere una parte di viaggio. Una parte di viaggio che può durare un paio d’ore, una volta alla settimana, da condividere con i profughi siriani. O anche solo il tempo di leggere questo post su LeNiùs.

Andreina e Fabio de “L’albero della Vita” guidano l’incontro. Poche parole per presentarci, tanti sguardi che si incrociano curiosi e timidi, sorrisi appena accennati agli angoli delle nostre bocche.

Chi siamo? Perché siamo qui? Cosa, di noi stessi, vogliamo portare alle persone del centro? Condividiamo le risposte tramite un gioco creativo: ciascuno di noi avrà dieci minuti per riempire un foglio bianco a forma di goccia con delle immagini ritagliate dalle riviste che abbiamo portato per l’occasione. La goccia di ciascuno di noi ha lo scopo di rappresentare ciò che siamo, ciò che di noi portiamo prendendo parte a questo progetto, e ciò che ci auguriamo di ricevere da questa esperienza.

La goccia

Nella mia goccia ho incollato il mare. Il mare che separa e che allo stesso tempo unisce. Il mio mare, che è anche il loro. È il nostro.

Ho messo il mare nella mia goccia, perchè il mare è libertà. Quando lo guardo mi appare senza confini. Un orizzonte aperto. Tutta questa libertà mi spaventa, a volte. Ma mi dà anche tanta forza. Il mare mi mette in contatto con la paura dell’ignoto. E al contempo mi fa sentire la forza che mi spinge ad andarvi incontro. Dinnanzi ad esso mi sento piccola. Eppure mi sento parte di un immensità ingovernabile. Guardando il mare lo ascolto e ascolto me stessa. Il mio respiro, i miei pensieri, la mia anima. Mi chiedo chi sono.

Ho attaccato nella mia goccia il mare perchè mi rappresenta. Ma anche perché credo che una situazione difficile come quella che queste persone si trovano a vivere possa metterle in uno stato d’animo simile a quello che si prova in certe giornate autunnali, stando in piedi a guardare il mare.

Nell’immagine del mare che ho incollato sulla mia goccia c’è una scogliera e degli uomini e dei bambini e delle donne velate, di spalle. Alcuni sono seduti, altri in piedi, tutti scrutano la distesa d’acqua dinanzi a loro. Una nuova vita davanti, come un orizzonte inesplorato. La tempesta alle spalle e nuovi mari da solcare. “In che direzione? Con quali mezzi? Ne avremo la forza?”.

Il colore

Sotto l’immagine del mare ho messo alcuni spruzzi di colori che colano oltre i bordi della goccia. Allegri, spontanei, contagiosi come una risata che esplode all’improvviso, senza una ragione. Colano ribelli pronti a contaminare tutte le altre gocce che gli si avvicineranno.

Questo è quello che mi auguro di portare alle persone che incontrerò al centro. Ma anche quello che sento di poter ricevere: la consapevolezza che nonostante le difficoltà, il solo stare insieme possa restituire colore a ciò prima non era altro che una scala di grigi.

Foto | Climatalk

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Migrante tra i migranti. “Ex-per il momento-arabista”, laureata in studi linguistici e culturali sul Mediterraneo, studia scienze sociali per la mediazione interculturale. Irrefrenabilmente attratta dal mutevole e dall’intangibile – vale a dire dalla natura del mondo e delle relazioni – cerca se stessa nell’incontro con l’Altro.

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