Profughi siriani a Milano: e ora dove andiamo?

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@blese
@blese

17 Ottobre 2013

Arriviamo in Centrale, io e alcune mamme del Parco Trotter, cariche di borse, zaini, bustoni, valigie. Potremmo essere semplici viaggiatrici come chiunque altro, in partenza verso Roma, Torino, Parigi o Berlino. E invece no. I nostri bagagli non ci accompagneranno da nessuna parte, li lasceremo a chi, al contrario, si trova bloccato in questo non luogo, impossibilitato a raggiungere le mete dove, speranzoso, già immagina un futuro migliore, inshallah.

Emanuela ci fa strada, è stata qui anche ieri. La seguiamo e, finito il tapis roulant, svoltiamo a sinistra verso l’area che si trova dietro il McDonald’s. Nei pochi secondi che precedono il nostro arrivo nella zona in cui si sono accampati donne e bambini, il primo senso ad essere stimolato è l’olfatto: un forte odore di umori umani appesantisce l’aria. Poi arriva il turno dell’udito: si sentono grida infantili, sono dei bimbi che piangono.

Quandro entriamo nell’area lo spettacolo che si presenta dinnanzi ai nostri occhi è il seguente: alcune donne siedono su dei tappeti di fortuna sistemati sul pavimento, i loro bambini gironzolano nei paraggi, senza una meta. Alcuni uomini si trovano lì, insieme alla propria famiglia, ma la maggior parte di loro si è sistemata altrove, lasciando lo spazio più caldo e protetto alle donne e ai bambini. Tutto intorno ci sono valigie, bustoni, indumenti, scarpe e oggetti vari: quello che sono riusciti a portare via dalle loro case e quello che gli viene offerto dai volontari per affrontare il freddo dell’inverno incombente.

Porgiamo il materiale raccolto alle donne che timidamente iniziano a cercare qualcosa che possa essere utile. Va detto che gran parte di queste persone provengono dal ceto medio borghese, per cui rovistare tra vestiti usati non le mette a loro agio e alcune finiscono per rifiutare il materiale proprio perché non all’altezza degli standard a cui sono abituate.

Sono imbarazzate, alcune addirittura mortificate: ci chiedono scusa. Ma scusa di cosa? Di essere dovute scappare da un incubo ad un altro? Qualcuno, come me, mastica un po’ di arabo e si arrangia come può per improvvisare una qualche sorta di comunicazione. Le aiutiamo a cercare: maglioni, scarpe invernali, cappottini caldi per i loro bambini, “in Norvegia fa freddo!” si sa…

Intanto si prende confidenza e pian piano tutte si avvicinano e provano gli indumenti “questo sì, questo no, hada tamaam!”: un vero e proprio souq. C’è una ragazzina con la carnagione olivastra e due grandi occhioni verdi, facciamo amicizia. Le propongo una sciarpa-cappuccio lilla, perfetta per il freddo che la aspetta in Germania. Se ci arriverà.

Il grosso del materiale è stato sistemato. Decidiamo di andare nelle altre zone per verificare se anche gli uomini e le altre donne che si trovano lì, necessitano di qualcosa tra ciò che è rimasto. Prima di andare via una bimba piccola piccola mi corre incontro e mi tira giù, in modo da poterci guardare negli occhi. Mi sorride e mi stampa un baciotto sulla guancia. Ora possiamo andare.

Ci spostiamo in uno degli ingressi laterali della stazione dove si sono sistemati gli uomini. Sono accampati ai lati delle scalinate, proprio insieme ai piccioni. Si parla, si fuma, si sta in silenzio, si aspetta. Ma cosa? Cosa ne sarà di loro? Allahu salam. Dio solo lo sa. Moltissime famiglie sono riuscite a raggiungere la Germania, ma poi sono state cacciate via, da dove venivano. Altre non hanno nemmeno fatto in tempo a varcare il confine, prima di essere “rispedite al mittente”.

Al centro del tappeto, nella zona femminile, un bimbo piccolo dorme beato. Non lo sveglia il rumore, né il freddo, o la fame: lui dorme. Forse sogna. La sua casa, quando era ancora in piedi, i suoi amichetti, quando poteva giocarci insieme, la sua terra lontana, bella e senza la guerra. Nessuno osa svegliarlo: forse tutti temono che queste piccole meraviglie incantate possano avverarsi, ormai, solo nei sogni di un bambino. E allora perchè svegliarlo e riportarlo alla realtà?

 

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Migrante tra i migranti. “Ex-per il momento-arabista”, laureata in studi linguistici e culturali sul Mediterraneo, studia scienze sociali per la mediazione interculturale. Irrefrenabilmente attratta dal mutevole e dall’intangibile – vale a dire dalla natura del mondo e delle relazioni – cerca se stessa nell’incontro con l’Altro.

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