Profughi e rifugiati politici: la condanna ad essere invisibili

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Profughi e rifugiati politici: la condanna ad essere invisibili
@Alessandro Boselli

Per ben dieci giorni mi hanno detto di ritornare il giorno dopo, al decimo giorno mi hanno preso le impronte e mi hanno detto che il CARA (Centro d’accoglienza richiedenti asilo) era pieno. Mi hanno dato una mappa della città e mi hanno indicato dei posti, ma io la mappa non sapevo leggerla.

Utente numero zero. Zero: quello che conta per lo Stato italiano, quello che conta per i passanti che lo vedono dormire in strada, quello che vale la sua vita.

Zero è un richiedente asilo, dublinato ed ignorato. Dovrebbe essere ascoltato, integrato e protetto, ma nulla di tutto questo accade realmente, almeno non in Italia.

Ogni volta che digito la parola zero su questa tastiera sento di offenderlo, forse dovrei chiamarlo Giovanni o Francesco oppure my friend, come l’ho chiamato oggi facendogli il mio personale in bocca al lupo. Perché è questo quello che è diventato, un amico. Un amico che puzza un po’ di cipolle fritte, che indossa lo stesso maglione da circa un mesetto e che in italiano sa dire solo ciao e grazie.

Prego siediti…grazie.
Tieni, firma questo foglio…grazie.
Vado a fare un attimo una fotocopia…grazie.
Vado a fare pipì…grazie.

Ma sai dire solo grazie? No, solo che mi hanno insegnato che quando qualcuno ti aiuta devi dirgli grazie. E pensare che dalle mie parti si usa dire: “non devo andare ringraziando a nessuno”: queste culture differenti a volte mi confondono.

Profughi e rifugiati politici: dov’è l’integrazione?

Il mio amico in realtà non lo aiuta nessuno. Zero accoglienza, il CARA è pieno. Per fortuna direi, visto che non è il posto più bello dove vivere di questi periodi, è una specie di prigione per coloro che non hanno commesso reato, a parte il luogo di nascita. Però poi mi sento rispondere che almeno lì c’è un tetto, un bagno e del cibo, mentre fuori c’è solo il freddo che ti punge la pelle. Però per fortuna c’è quel buco nella rete, di lì si può entrare al CARA e almeno posso mangiare ed usare il bagno. Nessuno dice nulla, c’è tolleranza, o forse menefreghismo, il confine tra le due cose sembra essere labile.

E allora si dorme stipati in un container occupato, si passano i giorni a contare le ore, in attesa che arrivi il giorno della Commissione Territoriale. Quel giorno qualcuno cercherà di capire se hai davvero il diritto ad essere protetto, per il responso ci vorrà ancora altro tempo, altre ore da contare. Zero lavoro. Il lavoro è un’utopia, lo sanno tutti ormai. Non ce n’è per nessuno, per neri, bianchi, marroncini, nessuno. Si fa fatica anche a raccogliere i pomodori, quei cassoni enormi che “riempi, riempi e non si riempiono mai” per pochi spicci al giorno ti spacchi la schiena e metà della paga la devi pure dare al caporale. Allora vediamo di inserirti in un progetto Sprar, magari ti fanno fare un tirocinio, impari qualcosa, smetti di contare le ore. No, non c’è posto neanche lì spiacenti.

Zero integrazione. L’italiano si parla solo in Italia, e forse, in qualche cantone della Svizzera è vero, però se sei in Italia e non lo parli non puoi neanche lontanamente immaginare di poter trovare un lavoro. La quasi totalità dei rifugiati e dei richiedenti asilo in Italia, dopo più di un anno passato nel nostro bel paese, ancora non parla la lingua. Pochi la insegnano. Le scuole che organizzano i corsi chiedono come requisito di ammissione “il documento”. Se non hai il permesso di soggiorno non puoi accedere, però vediamo se c’è spazio nel prossimo corso che parte tra non so quanti mesi. Oppure prova a chiedere a quell’associazione lì, loro prendono tutti con e senza documenti, però i posti sono pochi, quindi fai presto.

I dormitori faticano ad ospitare tutti gli utenti, si fa a turno, stasera dormi tu, domani sera dorme lui, anche se fuori fa freddo, c’è la neve, grandina. Le stazioni diventano luoghi abitati da ombre, tutti numeri zero. Obbligati a tali condizioni da leggi insensate, ti costringono a rimanere in Italia, senza lavoro, senza un posto dove dormire o mangiare, inducendoti a rinunciare a raggiungere un altro paese pronto ad investire su di te offrendoti un lavoro e dei soldi che in ogni caso reinvestirai sul territorio.

Il mio amico ci ha provato, in quel paese era riuscito ad arrivarci, aveva trovato un lavoro e una casa, ma poi hanno scoperto che le impronte le aveva lasciate in Italia e ce lo hanno rispedito. Buona fortuna amico mio, buona fortuna.

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Potrei dimenticare a pranzo ciò che ho mangiato a colazione, ma non potrei mai dimenticare gli occhi e le storie delle persone. Laurea in Giurisprudenza, passione per i diritti umani. Animo nomade che del viaggio apprezza le storie che esso racconta. Credo nella potenza delle masse e in chi crede e lotta.

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