Professionisti dell’elemosina: un lavoro come un altro?

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professionisti dell'elemosina

Due settimane fa abbiamo parlato del patto anti accattoni siglato in Veneto dai sindaci di Padova, Treviso e Venezia, che bolla come indesiderati i professionisti dell’elemosina e prevede la possibilità di emanare fogli di via specifici per loro e validi su tutto il territorio dei tre comuni.

Il sindaco reggente di Padova Ivo Rossi, presentando il patto, ha dichiarato: “Non vogliamo i professionisti dell’elemosina, anche se sappiamo che fra loro non mancano i disperati, a loro volta sfruttati”. Il nostro opera dunque un netto distinguo tra disperati e professionisti, gli uni tollerati, gli altri sgraditi.

Il discorso di Rossi imbarazza quanto a banalizzazione della realtà, ma riesce a cogliere un punto: ci sono dei professionisti dell’elemosina. Detto in altri termini, ed è questa la tesi di questo articolo, l’accattonaggio è un lavoro, e i mendicanti sono dei lavoratori. Certo, è un lavoro che sfugge sia alla regolamentazione istituzionale del mercato del lavoro sia a quella del fisco, ma quanti altri lavori lo fanno?

La discussione rimane aperta sull’utilità e sulla desiderabilità sociale del mestiere del mendicante (come d’altra parte di tutti gli altri mestieri), ma ad esso dobbiamo riconoscere piena dignità. Basta con la retorica falsa e umiliante del disperato: salvo rare eccezioni chi mendica lo fa per professione. Che non vuol dire per scelta, ragionamento peraltro valido, anche qui, per tutti i lavori.

Essendo l’accattonaggio un lavoro, i mendicanti sono dei professionisti, in questo ha ragione il sindaco reggente di Padova. Come ogni professionista in qualsiasi campo, egli sviluppa delle strategie che gli consentono di svolgere al meglio la propria professione. Per questo vediamo in strada zoppi che probabilmente fingono, persone con foto di bambini che probabilmente non sono i loro, esseri tremolanti che appena finito il turno tornano a muoversi con la consueta abilità. E così scatta in noi l’idea insopportabile di essere ingannati.

Ma pensiamoci un attimo: che cos’è la pubblicità se non un immenso inganno per aumentare i profitti delle imprese? Non si tratta forse delle stesse tecniche utilizzate da ONG e Agenzie delle Nazioni Unite, come l’UNHCR, per farci donare qualche euro o adottare un bambino a distanza? Almeno i professionisti dell’elemosina utilizzano il proprio corpo e le proprie (presunte o reali) sofferenze, evitando di strumentalizzare corpi e (presunte o reali) sofferenze altrui.

E ancora: non è quello che facciamo tutti? Scrivendo questo articolo, io sto certamente applicando competenze e strategie professionali, non so se bene o male, ma so che ce le ho. So ad esempio che è meglio evitare frasi troppo lunghe, altrimenti il lettore si stanca. è una presa in giro? Fingo di scrivere frasi corte solo per conquistare la vostra attenzione?

D’altra parte così come potete scegliere di non leggere i miei articoli perché non sono un bravo professionista o, viceversa, perché lo sono troppo e divento finto, potete decidere se le strategie dei mendicanti vi piacciono o no. Potete, in altre parole, decidere se dare ai professionisti dell’elemosina una retribuzione o meno. Perché di questo si tratta, del compenso per il lavoro di accattoni.

Un lavoro peraltro duro, faticoso e precario che, se non altro per questo, merita sempre il mio rispetto: non è facile stare seduti otto ore in un sottopasso della metropolitana o a lato di una strada, magari in pieno inverno, o fingere di essere zoppi tutto il giorno, o ancora dover muovere il corpo in un certo modo. Fatiche fisiche e psicologiche.

Essendo un compenso guadagnato attraverso il lavoro, non è di nostra competenza il giudizio su come poi esso venga speso. La retorica del disperato porta i donatori a credersi uomini misericordiosi che grazie al loro contributo consentono a una persona e a una famiglia di mangiare, e dà loro la legittimità di esercitare un controllo su come i soldi donati vengano spesi. Scatta così la disapprovazione per l’acquisto di alcolici (di cui poi magari i donatori stessi hanno la dispensa piena), sigarette, cellulari, insomma di tutto ciò che non sia cibo o vestiti per i bambini. Se però gli accattoni non sono disperati ma lavoratori, della loro retribuzione faranno pure ciò che vogliono.

Infine, una precisazione: considerare l’accattonaggio un lavoro non significa non continuare ad interrogarsi sulle ragioni socio-economiche che portano alcune persone e gruppi sociali o etnici a ricorrere a questa professione. Insomma, non significa accettare lo status quo e smettere di ragionare su ingiustizia sociale, disuguaglianze e stratificazione sociale. Stesso tipo di ragionamenti che peraltro, ancora una volta, potremmo fare per qualsiasi altro tipo di lavoro.

In conclusione considerare l’accattonaggio un lavoro e i mendicanti dei professionisti dell’elemosina ci aiuterà ad abbandonare sia la logica del disperato, boriosa ed umiliante, sia quella del fannullone, comoda ma fuorviante. Per il resto la discussione rimane aperta, ma che parta quantomeno dal riconoscimento della dignità delle persone e del loro lavoro.

Immagine | Rudy

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Sociologo freelance, lavora come progettista, ricercatore e formatore in ambito sociale. Per Le Nius è responsabile editoriale, autore e formatore. Crede nell'amore e ha una vera passione per i treni. fabio@lenius.it

3 Comments

  1. ogni vita va rispettata, qui non ci sono dubbi.
    Che poi il mondo dell’accattonaggio, divenuto più complesso con i circuiti della globalizzazione e le voragini della crisi, necessiti di maggiori indagini e meno banalizzanti analisi (ci sono cascato anch’io), ok.
    Sul definirlo ”lavoro”, ci andrei piano. Se chiamo lavoro ogni attività retribuita, qui siamo già fuori: la retribuzione è eventuale (anche molti lavori, specie in campo sociale e culturale lo sono, beninteso! quello che cambia è il riconoscimento sociale attuale,che pure puù mutare), ma soprattutto qual è l’attività che la presuppone? Cioè: qual è la prestazione del mendicante che giustifica la (possibile) elemosina?
    Se suono il violino in metropolitana, rendo ancora un servizio, per quanto solitamente non richiesto. Se sono (o lo fingo) zoppo, cieco ecc. allora indico uno stato di bisogno, un ”essere”, che potrebbe richiedere un ”aiuto”, col che apro, come dici giustamente, un’infinita via ai moralismi, ai paternalismi, alle indagini sul giusto/sbagliato ,sul vero/falso ecc.
    Credo che possiamo aprire una bella riflessione su che cosa sia la povertà oggi, e su come sia più difficile oggi per gli italiani impoveriti affrontare serenamente il tema dell’elemosina (che per secoli è stato pane quotidiano delle nostre città). Così come possiamo riflettere sui nostri spazi urbani, e su un senso di accoglienza che si è sicuramente assottigliato, anche perchè si è fatto di tutto per edificare spazi privati sicuri, ”nostri” (il duo casa/macchina su tutti), proprio per scampare a decenni di forzato comunitarismo.
    E’ molto interessante il tema, e se ne parla sempre poco.

  2. Ho scordato di citare, per i poveri davuti alla crisi (quelli ”non professionisti”, teoricamente più vicini a noi, e proprio per questo più tenuti lontani) ”Tutta la vita in un giorno” di Francesca Barra, Rizzoli 2014

  3. Secondo me non gli conviene che sia considerato un lavoro, altrimenti prima o poi qualcuno gli chiederà di pagarci su le tasse 🙂

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