Professione fotoreporter: il mondo in uno scatto

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Racconti di cooperazione è la rubrica di Le Nius dedicata al mondo della cooperazione internazionale. È curata da Mekané, storia virtuosa di un gruppo di giovani capaci di distillare un lavoro dalle loro passioni e competenze.

Professione fotoreporter: intervista a Annalisa Vandelli

professione fotoreporter
Annalisa Vandelli in Pakistan

Annalisa Vandelli inizia a lavorare come giornalista e addetta stampa negli anni Novanta. Direttrice delle riviste Afro e Il barrito del Mammut, partecipa come fotoreporter ed esperta di comunicazione a progetti del Ministero degli Affari Esteri in Guatemala, Nicaragua, Etiopia, Tunisia, Pakistan, Palestina, Egitto, Albania. Conosce e vive diversi contesti di emergenza, raccontandoli con immagini e parole che non si fermano a una sterile narrazione, ma diventano filtro per la conoscenza di una persona, una famiglia, un popolo, ma anche di una usanza o una cultura.

Abbiamo scelto lei per raccontare la professione fotoreporter: come ci si arriva, che metodi si usano, quale il ruolo sociale e quali i confini etici.

Annalisa, hai iniziato il tuo percorso professionale come giornalista e addetta stampa. Come ti sei avvicinata alla fotografia e al fotogiornalismo?

Ho cominciato lavorando per radio, giornali e TV. In radio perché avevo paura del pubblico, di vederlo, per cui ho pensato a come affrontarlo senza vederlo, e la radio era il mezzo privilegiato. Quindi ho lavorato un anno in una trasmissione in diretta tutte le mattine, poi per giornali e per una televisione locale, dopodiché sette anni di ufficio stampa e comunicazione, però sempre con questo grande desiderio di diventare scrittrice e fotoreporter.

La svolta è stata l’incontro con Uliano Lucas (freelance di professione fotoreporter N.d.R.), con cui abbiamo fatto un libro per l’azienda per cui lavoravo. Lucas era un mio faro, un mio mito allora, e quando mi ha detto che potevamo scrivere un libro insieme e fotografare un progetto sull’acqua, mi sono licenziata dal lavoro fisso e trasferita un anno in Etiopia.

Lucas sottolineava il fatto che i giornalisti ultimamente non stanno molto sul campo e quindi non conoscono bene quello che raccontano, per cui un anno era necessario. Lucas mi ha raggiunto e abbiamo cominciato questo lavoro che è diventato poi anche un’opera teatrale. Con lui ho imparato a guardare.

Ecco come nasce la fotografia. Perché in questi lunghi viaggi che facevamo da Addis Abeba al Borana in macchina per dieci ore lui mi raccontava e mi allargava lentamente il cervello, e mi faceva vedere il mondo in un modo diverso da come io che arrivavo dalla campagna emiliana potevo interpretare. Di fatto è un lavoro molto intellettuale credo quello del fotoreporter. Bisogna studiare tanto. Questo nel rispetto delle persone o dei luoghi che si racconteranno e capire che è un’opera di traduzione.

L’ultima esperienza è nei campi profughi in Libano e Giordania nel 2014. Che situazione hai trovato?

Sono stata nei campi profughi come quello di Zaatari, all’epoca quello più popolato. Ho raccontato i profughi in fuga dalla Siria in Libano e in Giordania. La Giordania ha creato due campi profughi. Il Libano no, soprattutto memore della questione palestinese. Per non ricreare quelle situazioni di instabilità per un popolo che poi non è più potuto tornare indietro.

professione fotoreporter

Penso alla foto di un’anziana donna scattata in Libano. Sembra a suo agio mentre la fotografi. Sorride con tutto il volto, quindi si fida di te. Come entri in contatto con le persone che vuoi fotografare?

Non fotografo. Per un lungo periodo di tempo non fotografo, ma parlo. Infatti penso a tutte le foto che non ho fatto quando vado via e soffro. Ma in realtà questo lavoro è relazione. Se non hai relazione non hai trasmissione e non hai la naturalezza. Primo punto della professione fotoreporter, coltivare relazioni. La fotografia è proprio l’ultima cosa. Si potrebbe pensare il contrario, ma in realtà è l’ultimo atto di un processo straordinario che è quello della relazione con i luoghi e con le persone.

L’altro punto è riuscire a rendersi invisibili e questo l’ho notato molto con Lucas. Eravamo in mezzo a delle popolazioni di colore e non lo vedevo più. Perché è questa capacità di relazione che a un certo momento ti fa accomunare alla situazione e alle persone e lì cominci a raccontare. Solo lì. Prima è un fallimento. Prima ci può essere una foto estetica che però a me non interessa. Una foto deve avere anche un predicato verbale. Se è un racconto deve avere un soggetto, un oggetto, un predicato verbale. Quando è così è perfetta.

A proposito del fatto che tu scrivi e fotografi, nei tuoi lavori la fotografia non prevale sulla parola o viceversa, ma c’è una compenetrazione. Quale è il metodo? Parti da una o più fotografie e poi scrivi, oppure dai tuoi appunti prendi ispirazione per fare le foto?

Per ragioni logistiche spesso non riesco a prendere appunti, quindi faccio due tipi di fotografie. Una come promemoria. Cioè se voglio fare una descrizione letteraria faccio una foto velocissima di ambiente. E l’altra invece è una fotografia vera e propria in cui aspetti quell’attimo preciso in cui succede qualcosa, per cui l’immagine diventa strumentale anche proprio come memo. È un post-it. Poi se proprio ho un’idea la registro con il cellulare, perché a volte non riesco a scrivere, oppure la scrivo in macchina nei trasferimenti, quando c’è un attimo di pace.

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Hai lavorato in tanti paesi in situazioni critiche o di post-emergenza, ma l’emergenza è arrivata a casa tua, in Emilia-Romagna, con il terremoto del maggio 2012. Dall’esperienza del terremoto è nato il libro Magnitudo Emilia – Lo sguardo sulle cose. Lavorare in una situazione che ti coinvolge personalmente cambia il tuo lavoro?

Cambia tantissimo, infatti non ho fatto le foto. Non credo che sarei stata in grado di farle e mi sono tenuta solo la parte di scrittura, che in realtà è quella che sento più mia perché la scrittura ha un tipo di scavo differente, non dico a livello di potenza, ma per me di potenziale espressivo. Ho preferito tenermi quello, perché già c’era qualcosa di franto e frammentato che secondo me si poteva esprimere solo attraverso la scrittura.

Ora che tutti quanti possiamo essere fotografi o giornalisti fai da te, quale può essere il ruolo del fotoreporter?

C’è il lato positivo e il lato negativo in tutto. Il flusso di immagini è enorme, quindi di fatto può essere raccontato anche quello dove non arrivava il fotoreporter. Il problema è sempre quello della traduzione, cioè nel momento in cui consegno un’immagine chi la legge e cosa legge. Quando parlo di preparazione del fotoreporter è proprio questo, cioè non è tanto l’immagine. L’immagine è la fine di un processo. È quello che tu ti rendi conto che trasmetterà quell’immagine. E anche il fatto di rinunciare a certe immagini forti perché magari potranno destare più pietà che rispetto. Dal momento che abbiamo detto che è fortissima la relazione, c’è un mutuo rispetto e quindi un accordo tacito tra me e la persona che fotografo e questo è rispetto.

Per me andar via delle volte è proprio un lutto, perché credo sia un lavoro di forte intimità. È quella la differenza. Abbiamo tutte queste immagini ma c’è anche tutto un processo di verità che può venire meno perché appunto come si dice la fotografia dice la verità, ma i fotografi sono anche dei bugiardi, per cui se uno fotografa a random e non è formato e non ha un’etica allora diventa problematico. È un atto politico di fatto.

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Quale è il limite che un fotoreporter non deve oltrepassare?

Purtroppo è etica. Posso citarti una foto emblematica. Questa foto ha vinto sia il Pulitzer che il World Press Photo. È stato fotografato questo generale che sparava a un vietnamita. La foto è di Eddie Adams. Si vede il generale della Repubblica del Vietnam Nguyễn Ngọc Loan che spara al prigioniero vietcong Nguyen Van Lem. C’è il momento esatto dello sparo. Capisci che questa foto ha condizionato la morte e la vita di una persona. Viceversa una fotografia può salvare delle vite. Perciò penso che sia un atto politico puro e molto etico. Quella è una foto in posa. Erano d’accordo di sparare col fotografo davanti. È questo condizionamento che è importante. Lì è etica. Se non c’era lui a fotografare magari manco sparava al prigioniero. C’è un limite.

Come è cambiato nel corso degli anni il tuo modo di lavorare?

Tantissimo perché è cambiato il mio modo di vedere. Perché invecchiando si diventa magari un po’ più saggi. Si vede in modo diverso, si impara sempre. L’importante è essere curiosi sempre in diverse situazioni, anche se sei in giro per altro, ti fermi in un bar e vedi quello che non tutti vedono o non han voglia di vedere, quindi cambia continuamente di fatto, perché il bello della professione fotoreporter è che non hai mai imparato.

Immagini | Annalisa Vandelli

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Laurea in Scienze Politiche, Diplomi in Monitoraggio e Valutazione, Relazioni Internazionali e Management di Progetti Internazionali. Ha lavorato per ONG, associazioni e società di consulenza in Italia e all’estero. Co-fondatrice di Mekané, si occupa di progetti nel settore artistico e culturale.

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