Polybius, il gioco maledetto

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Alla faccia di chi dice che i videogiochi uccidono l’immaginazione, i fanatici del joypad dimostrano una certa creatività quando si tratta di inventare leggende metropolitane. Si va dalle teorie del complotto sulla natura satanica dei Pokémon agli avvistamenti di Herobrine, fratello defunto del creatore di Minecraft Markus Persson, che si manifesterebbe come spettro digitale all’interno del gioco. E poco importa che Perrson abbia chiarito a più riprese di non aver mai avuto fratelli.

Ma c’è una leggenda che fa un po’ più paura delle altre, perché forse non è una leggenda. Parla di un videogioco che probabilmente non avete mai sentito nominare, e per una serie di buoni motivi. È la storia di Polybius.

Polybius
@theNerdPatrol

Siamo nel 1981, all’alba dell’età videoludica, un anno dopo la nascita di Pac-Man e quattro dopo l’avvento di Space Invaders. Nei sobborghi della città di Portland, Oregon, e in nessun altro luogo al mondo viene distribuito Polybius, ultimo grido nel campo dell’intrattenimento elettronico. Perché un videogioco da bar debba condividere il nome con uno storico greco del II secolo avanti Cristo è solo uno dei misteri irrisolti di questa storia.

Polybius non è un gioco molto originale. La solfa è più o meno la stessa di Space Invaders e dei suoi infiniti epigoni: piccola astronave solitaria affronta sciami di alieni. Però la grafica è allo stato dell’arte per gli standard degli anni Ottanta, con effetti visivi psichedelici, quasi ipnotici. Sta di fatto che il successo è immediato e senza precedenti: fuori dai locali che ospitano il gioco si formano lunghe code di giocatori affezionati. Scoppiano addirittura risse per questioni di precedenza.

Nello stesso periodo la zona di Portland registra un’impennata statisticamente sospetta di suicidi, disturbi del sonno ed episodi depressivi maggiori. E iniziano a circolare strane voci: si mormora che i bar dove si trova Polybius ricevano visite periodiche da parte di non meglio precisati agenti del Governo, i quali armeggiano un po’ con i settaggi del gioco e se ne vanno senza dare spiegazioni.

Poi, dopo qualche mese, Polybius scompare. Tutte le copie in circolazione vengono ritirate nell’arco di una giornata, e nessuno ne sente più parlare per quasi trent’anni.

Fast forward fino al Ventunesimo Secolo. Un collezionista di videogiochi d’epoca entra casualmente in possesso di un’anonima scheda di memoria. Quando prova a inserirla in un cabinato resta senza parole: è una copia superstite di Polybius.

Ma le sorprese sono appena cominciate. Il collezionista scopre che nel settaggio del gioco, oltre alla possibilità di decidere la velocità dei nemici, le vite a disposizione dei giocatori e così via, esiste un set di opzioni extra protette da password. Superando la protezione ci si trova davanti a una serie di valori regolabili, collegati a voci come “PARANOIA”, “DIPENDENZA”, “AGGRESSIVITà” e “OBBEDIENZA CIVILE”.

Inoltre, osservando con attenzione lo schermo durante il gioco, si scorgono immagini e messaggi che appaiono per una frazione di secondo. Parole come “OBEY”, “CONSUME”, “SURRENDER” e perfino ombre di volti urlanti.

Questa è la storia che gira. Quanto c’è di vero? Forse poco. In effetti nel 1981 fu distribuito un clone di Space Invaders, Tempest, che pare provocasse crisi epilettiche nei soggetti predisposti; poi la fantasia del volgo ci avrebbe ricamato sopra. O forse questa è la storia di copertura alla quale loro vogliono che tu creda…

In ogni caso, nell’era dei videogiochi vale ancora la regola del vecchio West: tra la leggenda e la realtà si stampa la leggenda. E così, in assenza di prove concrete, qualcuno si è preso la briga di trasformare il mito di Polybius in realtà. Occhio ai messaggi subliminali!

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Classe 1975, è laureato in Lettere. Lavora come editor in campo letterario, televisivo e cinematografico. Vive con la sua famiglia a Segrate, in provincia di Milano.

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