Il ritorno del Pimpa in Iraq4 min read

19 Maggio 2021 Cooperazione -

Il ritorno del Pimpa in Iraq4 min read

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Marco Rodari è un clown prestigiatore, un claun dice lui, e si fa chiamare Pimpa. Il Pimpa, al maschile, per non confonderlo con il cane a macchie rosse e bianche, personaggio dei fumetti che gli contende il posizionamento sui motori di ricerca. Ma ha poca importanza, anche il Pimpa è amatissimo dai bambini e si fa trovare da loro: appena può salta su un aereo e vola dove un conflitto bellico si è concluso da poco. Oppure, come in queste settimane, in Iraq, dove prosegue la pandemia e dove fino a pochi anni fa dominava l’ISIS.

Da lì Marco risponde alle nostre domande, dopo una giornata di magie e spettacoli per bambini (e adulti) che non hanno disimparato a ridere.

Marco, il Pimpa esiste per far sorridere i bambini. Un virus che uccide le persone e tiene le altre chiuse in casa (chi ha una casa) toglie il sorriso a chiunque. Lo ha tolto anche al Pimpa? Cos’hai fatto nell’ultimo anno?

No, il Covid-19 non mi ha tolto la voglia di sorridere, ha solo cambiato il modo in cui si cerca di arrivare al sorriso.

Finalmente hai ripreso a viaggiare. Dove sei in queste settimane, cosa stai facendo?

Sto facendo il giro dell’Iraq. E come sempre se il clown vi può arrivare, vuol dire che la situazione sta migliorando: qui in Iraq rispetto al 2020 la situazione è davvero migliorata e questo mi ha permesso di regalare sorrisi a Bagdad, Mosul, e in tantissimi villaggi del nord dell’Iraq, per finire poi nei campi profughi siriani presenti ad Erbil, nel Kurdistan Iracheno.

Naturalmente non è vero che il Covid-19 ha reso tutti uguali. Alcuni Stati hanno reagito più prontamente, in altri si stanno ancora aspettando i vaccini. Che Iraq hai ritrovato dopo la pandemia?

Se paragono come è stato possibile affrontare la pandemia in Italia e come è possibile affrontarla qui in Iraq, ci sono grandi differenze.

La prima è che qui è più difficile proteggersi dal virus perché non ci sono mascherine per tutti, non si riesce a mantenere sempre il distanziamento sociale e a volte è impossibile anche semplicemente lavarsi le mani. Inoltre la situazione delle strutture sanitarie, già molto precarie, è ora al collasso. E ne è esempio negativo il fatto che un ospedale costruito per i malati Covid a Bagdad, per un presunto errore tecnico, è esploso causando 82 morti e centinaia di feriti. Inoltre non c’è alcun segno di una campagna vaccinale coordinata nei confronti della popolazione.

A Mosul, luogo chiave per lo Stato Islamico nel 2014, tu hai fatto giocare i bambini: com’è andata?

Mentre vedevo gioire i bambini nel quartiere vecchio di Mosul, mi capitava di alzare lo sguardo e vedere davanti a me quello che resta del minareto della Grande Moschea di al-Nuri. Pensare che da quel luogo hanno autoproclamato il califfato faceva risuonare quelle grida di gioia in modo diverso. Con un suono nuovo!

Il virus ha cambiato il Pimpa o i suoi spettacoli?

Il distanziamento ha tolto la possibilità al clown, soprattutto in ospedale, di vivere direttamente e quindi con una maggiore empatia l’incontro con i Bimbi. Ma ci siamo reinventati, e dico reinventati perché anche i Bimbi hanno trovato un modo diverso di interagire con me attraverso uno schermo.

Coprifuoco, niente sarà più come prima, l’eroismo del personale sanitario in prima linea, la battaglia contro il virus. Tu hai conosciuto la guerra e le sue conseguenze, le parole sono importanti: credi che la metafora bellica sia quella corretta da usare?

Premettendo che ogni sofferenza che vive ogni singolo essere umano nel suo contesto specifico, guerra o pandemia che sia, è la più grande sofferenza e quindi da me non giudicabile, non trovo corretto utilizzare metafore belliche fuori da un contesto di guerra. Si fa quantomeno una cattiva descrizione di quello che sta accadendo. Poi solitamente, permettimi, chi utilizza una metafora bellica fuori da un contesto di guerra è perché la guerra non l’ha mai vissuta.

Già, suppongo sia così. E dopo l’Iraq che progetti hai?

Mi piacerebbe raggiungere anche la Striscia di Gaza e la Siria perché, come dicevo prima, se il clown arriva vuol dire che la situazione sta migliorando…

Sì, il tema è delicato, ma tu conosci quella terra e le persone che la abitano: quando vediamo i bombardamenti israeliani contro la Striscia di Gaza, è ancora possibile sperare? Tu chiedi spesso ai bambini come si fa la pace… Come si fa? Si passa dalla giustizia?

La speranza sta nelle persone di buona volontà che conosco e vivono a Gaza, che sapranno sicuramente reagire positivamente anche a quest’ultima disgrazia che si è abbattuta su di loro.

I bambini perdonano senza pre-giudizi. Difficile per noi adulti imitarli, ma è l’unica strada.

Parlando in questi giorni con parecchi amici di Gaza ho sempre sentito come prima loro richiesta non il cessare delle Bombe, ma il poter essere liberi.

Ridare libertà alle persone di buona volontà che vivono a Gaza sarebbe il primo passo verso la giustizia.

Ne convengo. Torniamo in Italia: tra lezioni di magia e disegni per bambini sei stato molto attivo anche da remoto: sono progetti che continueranno, anche ad emergenza pandemica diminuita?

Sicuramente! Soprattutto i progetti legati alla testimonianza nelle scuole proseguiranno anche da remoto. Perché è una delle cose a cui ci ha costretto la pandemia, ma che mi ha permesso di raggiungere tanti bambini e mi ha dato la possibilità di riflettere sul tema della pace.

Qui tutte le nostre interviste al Pimpa

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Paolo Dell'Oca

Milanese milanista, per Le Nius redattore e formatore. Comunica per Fondazione Arché, blogga per Vita.it. Persegue la semplicità e, nel cammino, interroga il suo tempo. Ha sempre da imparare. paolo@lenius.it
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