Persona 5 e i fantasmi dell’epoca Showa

di
Gli interni del café di Persona 5
Concept del Café Leblanc

Al contrario di altre serie JRPG, Persona non si è mai fatto un cruccio dell’essere un gioco giapponese creato in Giappone per un pubblico di giapponesi: il resto del mondo è invitato alla festa ma senza troppa preoccupazione di cosa o quanto possa capire o non capire, cogliere o non cogliere.

Oltre a questo, Persona 5 – finalmente pubblicato nel 2017 – presenta un’ulteriore, interessante idiosincrasia: benché le vicende si dipanino in un contemporaneo ma non precisato anno 20XX, l’ambientazione ha una forte vibrazione anni ottanta o, per meglio dire, una forte vibrazione Showa.

L’epoca Showa è tecnicamente il periodo di storia corrispondente al regno dell’Imperatore Hirohito (1926 – 1989) ma nel gergo comune dire che qualcosa è “Showa” equivale tendenzialmente a dire che è vintage o nostalgico, passato ma non antico.

Il presente narrativo del gioco di ruolo Atlus ha una forte connotazione retro-vintage che oltre a sposarsi bene con l’immagine stilosa della saga, finisce anche per assumere un’aura malinconica per i giocatori più maturi, cresciuti negli anni a cui si ammicca, magari addirittura nella città che fa da sfondo alle vicende: a differenza dei capitoli precedenti della saga infatti, Persona 5 non si svolge in una località fittizia seppur plasmata su realtà giapponesi esistenti ma a Tokyo, andando a toccare nel corso della storia gran parte dei centri nevralgici e dei luoghi più famosi della capitale.

Il Café di Persona 5
Il Café Leblanc

Poco dopo l’incipit veniamo introdotti a quella che sarà una delle ambientazioni principali del gioco, il caffé Leblanc: si tratta di un piccolo bar di quartiere in cui è ancora possibile fumare, bere caffè, mangiare kare raisu (riso al curry alla giapponese) e utilizzare un telefono pubblico a disco, di quelli che i designer nipponici realizzavano su modelli italiani.

Questo genere di esercizio era estremamente diffuso durante l’epoca Showa (e possiamo trovare trasposti in videogiochi dell’epoca come The Legend of Heroes: Trails in the Sky) ma oggi è pressoché scomparso dal centro delle metropoli, rimpiazzato da innumerevoli catene di caffè e altrettante curry house, mentre sopravvive nelle piccole realtà di quartiere e nei centri di provincia.

Un café simile in un altro videogioco
Il Baral Coffee House di The Legend of Heroes: Trails in the Sky

Questo anacronistico Café Leblanc, nell’attico del quale il protagonista si ritrova alloggiato, sorge nel quartiere di Yongen-jaya, unica licenza fantasiosa di Persona 5 alla topografia di Tokyo: il modello è Sangen-jaya, un’area residenziale nei pressi di Shibuya, al quale con un gioco di parole è stato sostituito il 3 (san) con un 4 (yon) nella denominazione.

Tipico quartiere di Persona 5
Shibuya

Le realtà residenziale, dimessa e poco metropolitana di Yongen è l’occasione per mettere in scena tutta una serie di realtà prominenti negli anni ’80 benché certamente ancora esistenti tutt’oggi: le gabbie di battuta per gli allenamenti di baseball, la lavanderia a gettoni, il bagno pubblico, il negozio di alimentari all’ingrosso, il piccolo cinema di quartiere, il negozio dell’usato gestito da un affabile vecchietto.

Si tratta di una fotografia convincente di alcune aree residenziali di Tokyo congelate alla fine dell’epoca Showa, in netto contrasto con le zone più alla moda e avveniristiche facilmente richiamate dall’immaginario collettivo, come Shibuya, Harajuku e Shinjuku, anch’esse ben presenti nel gioco.

Il bagno pubblico di Persona 5
La bathhouse

Dal negozio dell’usato arriveranno nella stanza del protagonista un campionario di oggetti vintage, corrispettivi alternativi e hipster di strumenti di impiego quotidiano nella contemporaneità che non sfigurerebbero nell’abitazione di Adam Driver e Naomi Watts nel film While we’re young.

L’acquisto a prezzo stracciato di un televisore a tubo catodico munito di lettore DVD sarà l’occasione per il protagonista di noleggiare (e non guardare in streaming) alcune vecchie serie di telefilm nelle descrizioni dei quali possiamo riconoscere X-Files, MacGyver, Beverly Hills 90210 nonché, più avanti nel gioco, di collegare una vecchia console per i videogiochi nella quale non è difficile riconoscere un Famicom, la versione giapponese del Nintendo 8-bit, sul quale giocare a Ganbare Goemon, Punch Out, Street Fighter e altri titoli recuperati da un negozio di retro-gaming ad Akihabara modellato sul celebre Super Potato.

Dovendo trovare dei lavoretti part time, il protagonista minorenne si troverà, tra le varie, a servire alcolici in un bar di Kabukicho, quartiere a luci rosse di Shinjuku, al servizio della mamasan Lala, un travestito dal cuore d’oro che elargisce lezioni di vita. Queste atmosfere di night-life di tempi andati, portano immediatamente alla mente manga della fine degli anni Ottanta come Orange Road di Izumi Matsumoto e svariati lavori di Tsukasa Hojo e anche il taglio registico degli intermezzi animati che mostrano i momenti salienti delle storia e delle attività picaresche dei Phantom Thieves cita eloquentemente tutto il cifrario stilistico degli anime sui ladri-eroi degli anni ottanta, in primis Lupin e Occhi di gatto.

Nel manga, negli anime e negli altri numerosi progetti collaterali basati su Persona 5, il protagonista è stato chiamato Akira: un nome ben lontano dall’essere inconsueto ma decisamente poco contemporaneo; se fino ad una ventina di anni fa era tra i nomi giapponesi maschili più comuni, oggi non compare neanche tra i primi cinquanta nomi più frequentemente scelti per i figli maschi.

E, in nomen omen, Akira è un perfetto hipster: legge libri presi in prestito dalla biblioteca o acquistati nelle botteghe dell’usato di Jinbocho, gioca solo a videogiochi di 25-30 anni fa e guarda a noleggio serie televisive d’annata: se non sapessimo in che epoca si svolge il gioco e gli smartphone non avessero un ruolo così preminente nella narrazione, saremmo facilmente portati a credere che la vicenda si svolga all’inizio degli anni Novanta.

Jinbocho

Più in generale, quello che permea Persona 5, e che personalmente ho trovato il suo aspetto più riuscito, è una sorta di anelito romantico alla rievocazione di un passato vicinissimo e tangibile ma perduto per sempre, un malinconico attaccamento a luoghi effimeri del quotidiano destinati irrimediabilmente ad essere sostituiti e dimenticati insieme all’epoca che li ha generati, un’anticipazione di nostalgia per incroci stradali e negozi ancora esistenti ma morituri che a breve non potranno più raccontare la loro storia tramite le loro crepe, le insegne scolorite dal sole, gli adesivi smangiati e resi illeggibili da anni di pioggia.

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Mercante di parole giramondo. Mentre si dedicava allo studio delle humanae litterae nascosto dentro una giara di rupie, è naufragato sulle coste dell’arcipelago giapponese dov’è scampato alla morte venendo colpito in testa da un funghetto 1UP. Ha divorziato dai carboidrati complessi e benché si possa pensare che sia pigro, tecnicamente è solo impostato in modalità risparmio energetico perché mangia solo cibo ipocalorico.

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