Perché voto no al referendum del 4 dicembre

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Perché voto no al referendum del 4 dicembre

Non sono un fanatico del NO e nonostante questo sono abbastanza sicuro che sceglierò questa opzione nel referendum costituzionale del prossimo 4 dicembre. E non sono affatto contento che il premier abbia scelto di personalizzare – a fasi alterne – il voto promettendo invasioni di cavallette in caso di vittoria del NO.

Da studioso di storia so abbastanza bene che il “dopo di me il diluvio” è solo una vuota minaccia (per chi lo propone, di solito, una speranza) e che il mondo tutto sommato sopravviverà al dopo-Renzi. Detto questo spero che anche in caso di vittoria del NO il rottamatore non si dimetta dalla carica di Presidente del consiglio, portando a compimento la legislatura, magari partorendo una legge elettorale un po’ più decente dell’Italicum, rimettendo invece al congresso la leadership del Partito Democratico.

Dimettersi dopo il referendum non avrebbe proprio senso, capirei se si fosse trattato di un governo di scopo, ma se si fosse trattato di un governo di scopo allora perché riformare (o tentare di riformare) il mondo del lavoro, la pubblica amministrazione, le unioni civili, la scuola? Misteri della fede.

Dovendo spiegare perché voterò NO eviterò di ammorbarvi con decaloghi o panegirici a base di bicameralismi perfetti, combinati disposti, navette, varie ed eventuali, anche perché ne ho già scritto prima che diventasse di moda parlarne al bar. Dirò solamente che trovo legittima, e perfino sensata, la posizione di chi vota SI quanto quella di chi fa o farà la mia stessa scelta. Si tratta solo di optare fra due diversi principi fondanti della democrazia.

Questa imperfetta forma di governo che abbiamo deciso di adottare prevede infatti, sin dai suoi albori, di concedere il potere alla maggioranza dei cittadini. Giusto quindi che i difensori del SI rivendichino quella concessione schierandosi per dare a quella maggioranza più potere, più diritti e più libertà, a maggior ragione in un momento nel quale un ‘tripolarismo’ di fatto sembra precludere a maggioranze stabili all’infuori dei cosiddetti inciuci.

Si dà il caso, però, che soprattutto a partire dalla metà del secolo scorso, e proprio in seguito a situazioni in cui alcune maggioranze democratiche, o para-democratiche, si sono trasformate in tirannie, democrazia ha cominciato a significare anche tutela, protezione e garanzia per le minoranze.

I due principi, potere della maggioranza e diritti delle minoranze, sono ovviamente antitetici ma possono di sicuro convivere, e lo hanno fatto in forme e modi diversi, in buona parte (non solo) dell’Occidente, negli ultimi settant’anni. Schierarsi per il SI o per il NO alle riforme costituzionali non può quindi che derivare da una riflessione sul valore che ognuno dà ad uno o all’altro principio, sulla valutazione dell’esatto punto di rottura dell’equilibrio di ciascuno dei due e su quanto approvare o meno questa riforma avvicini o meno l’asticella al punto in cui uno finisce col prevalere sull’altro.

Questo in termini generali. C’è però, a mio avviso, anche una contingenza che non può essere ignorata, ovvero il periodo storico in cui questa riforma viene calata. Assistiamo un po’ ovunque all’arrembaggio dei populismi. Sistemi che concedono più potere del nostro alla maggioranza sono già stati conquistati da candidati estremisti e con davvero poca considerazione delle minoranze politiche, etniche e religiose. Persino il doppio turno francese sembra destinato, la prossima primavera, a non essere più quel solido argine contro l’estremismo che era stato fino a ieri.

Non è difficile immaginare che, in caso di vittoria del SI, fra un anno un partito votato da un votante su cinque, e quindi con l’astensionismo alle stelle che contraddistingue i nostri anni, da un elettore su dieci, e quindi ancora da una su tredici delle persone che vivono in Italia possa, in virtù dell’alleanza dei perdenti già dimostrata nei ballottaggi amministrativi, accedere al governo del Paese.

E se è vero che probabilmente molti di noi sopravviverebbero senza troppi problemi a cinque anni di un governo monocolore di una forza razzista, o giustizialista, la cui maggioranza parlamentare è stata quasi per intero scelta da una sola persona, che ne sarebbe dei più deboli, dei poveri, dei migranti, dei nomadi? Avrebbero anche loro il tempo, la forza o la possibilità di aspettare che qualcuno per loro decida di votare per qualcun altro al giro successivo?

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Quest'anno ho fatto il blogger, il copywriter, il cameriere, l'indoratore, il web designer, il dottorando in storia, il carpentiere, il bibliotecario. L'anno prossimo vorrei fare l'astronauta, il rapinatore, il cardiochirurgo, l'apicoltore, il ballerino e il giocatore di poker prof.

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