Parigi COP21, passiamo dalle parole ai fatti

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Parigi COP21, passiamo dalle parole ai fatti

Cala il sipario sulla Conferenza internazionale di Parigi sul clima (Parigi COP21) che ha visto per la prima volta la totalità dei Paesi concordi sull’urgenza di individuare soluzioni efficaci per contrastare le emissioni di CO2 su scala globale. L’accordo di Parigi accoglie dunque l’obiettivo di “contenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto di 2 °C” rispetto ai livelli pre-industriali e di proseguire gli sforzi per limitare l’aumento della temperatura a 1,5 °C, riconoscendo che ciò ridurrebbe in modo significativo i rischi e gli impatti del cambiamento climatico.

Per raggiungere questo obiettivo sono ora necessarie politiche aggressive, come l’aumento dei prezzi dell’energia da fonti fossili, per accelerare investimenti in tecnologie pulite e per disporre di fondi a favore dell’innovazione resiliente ed ecologica. Dalle dichiarazioni di diversi esponenti presenti alla COP21 si evince comunque il rammarico per il mancato raggiungimento di un accordo vincolante, con azioni, oltre che obiettivi, ambiziosi, assenti per gli strumenti di monitoraggio e come oramai spesso accade vago nel definire gli schemi e strumenti di finanziamento. C’è molto scetticismo anche su come mantenere l’aumento della temperatura media globale al di sotto dei 2 gradi centigradi rispetto ai livelli pre-industriali entro il 2020 e l’obbligo per i Paesi di verificare ogni cinque anni gli obiettivi raggiunti, sembra la solita burocrazia climatica.

Da Parigi emerge però anche un elemento di cambiamento significativo. Le dichiarazioni di molti grandi multinazionali – da UniLever fino alle nostre ENEL e SELEXES – impegnate in prima linea nei mercati delle fonti rinnovabili, efficienza energetica e resilienza urbana – dimostrano come i governi non siano stati capaci di intercettare nell’accordo le ambizioni di una parte del comparto privato. In un certo senso possiamo dire che c’è una fetta importante dell’economia mondiale che ha superato le capacità e le disponibilità dei governi. Su questi presupposti siamo tutti concordi che ora spetti alla società civile, che a Parigi non ha potuto far sentire la propria voce, esigere che i governi attuino le misure e gli obiettivi contenuti nell’accordo e incalzarli se dovessero insistere sul rinascimento del carbone, del petrolio e del gas, o ritardare il processo di de-carbonizzazione. I governi devono essere consapevoli che la protezione del clima e la trasformazione ecologica delle società sono solo possibili in cooperazione con la società civile. Concludiamo citando il nostro Crozza “Bersani”: “Ora servono fatti, non pugnette” perché il tempo a disposizione è ormai talmente poco che ne risponderemo direttamente a noi stessi.

Passiamo in rassegna alcune delle voci più importanti che si sono levate a commento dei giorni di Parigi, accompagnandole con dei passaggi significativi del testo dell’accordo.

Parigi COP21: svolta storica o solo chiacchiere?

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“Piacerebbe molto a tutti noi credere che il 12 dicembre 2015 possa figurare sui libri di storia dei nostri pronipoti come una data epocale, in cui venne decretata la salvezza dell’ecosistema del pianeta Terra dopo aver letteralmente buttato i due o tre decenni precedenti. Perché questo possa avvenire, e non venga invece ricordata come la data di un accordo innegabilmente storico nei principi espressi e rivoluzionario negli obiettivi stabiliti, ma rimasto poi altrettanto clamorosamente irrealizzato, la strada da fare è tantissima, e soprattutto va ormai percorsa in brevissimo tempo, da qui ai prossimi 15-20 anni, prima che l’irreversibilità di quanto abbiamo combinato al clima negli ultimi 150 anni diventi totale. È come se una persona che normalmente passa la giornata a una scrivania, non si sposta a piedi neanche per andare a comprare il pane a due isolati di distanza, e non fa le scale nemmeno per salire al primo piano, maturi finalmente la consapevolezza che così facendo si sta giocando la salute, e decida che è finalmente ora di dedicarsi a un po’ di sana attività fisica, ponendosi l’obiettivo di… scalare l’Everest entro la prossima estate. Insomma, festeggiare una simile presa di consapevolezza e assunzione di responsabilità è umano e comprensibile, ma una bella dose di scetticismo è altrettanto scontata, e prima di cedere all’entusiasmo è probabilmente doveroso aspettare la definizione dei contenuti operativi che saranno messi a punto per la realizzazione concreta degli obiettivi stabiliti (giustamente celebrati come storici). Diciamo che, conti delle emissioni e correlazioni con le temperature alla mano, l’obiettivo stabilito a Parigi – allo stato attuale – purtroppo appare francamente utopia allo stato puro, a meno di un cambio di rotta talmente immediato, drastico e globale, nelle politiche energetiche e di sviluppo, da risultare ancor più epocale e rivoluzionario dell’accordo stesso, se dovesse essere effettivamente messo in pratica. Questo sì, che farebbe passare il quindicennio 2015-2030 alla Storia, con la maiuscola.”

(Luca Lombroso – profilo Facebook) meteorologo, personaggio televisivo, conferenziere e divulgatore ambientale. Oltre che come free lance libero professionista, svolgo la mia attività, part time, all’Osservatorio Geofisico del DIEF UNIMORE. Attualmente collabora con Licia Colò nel programma Il mondo insieme, su TV 2000, con la rubrica il mondo in previsione.

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“Non entro nel merito degli aspetti amministrativi-giuridici del vertice perché il mio settore di ricerca è diverso. Ma posso dire che se per la politica e la diplomazia è stato difficile e importante arrivare a questo punto, per il clima è un accordo modesto. Gli uomini sono bravi a litigare e non mettersi d’accordo, ma il clima non aspetta. Le leggi fisiche se ne infischiano delle difficoltà relazionali degli uomini. E come un’aspirina, ma non basta a curare le malattie climatiche. Va però detto che l’accordo potrebbe comunque portare il vantaggio di sensibilizzare la collettività. È importante che tutti i cittadini inizino a fare la propria parte e Cop21 può stimolare un cambiamento dal punto di vista culturale e dell’acquisizione di responsabilità da parte di tutti. Come abbiamo visto anche con l’enciclica di Papa Francesco Laudato si’, è più un problema etico che politico. I trattati sono asettici e, anche se le leggi possono aiutare, sono le persone che devono rendersi conto che il futuro dipende dalle scelte di tutti. Le due strade devono andare avanti insieme ma deve esserci un moto di consapevolezza complessivo.”

(Luca Mercalli a La Presse) presiede la Società Meteorologica Italiana, associazione fondata nel 1865, dirige la rivista Nimbus e si occupa di ricerca sulla storia del clima e dei ghiacciai delle Alpi. Nel 2015 ha condotto la trasmissione televisiva in prima serata Scala Mercalli e continua la sua collaborazione con la trasmissione Che tempo che fa?.

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“Questo accordo rappresenta un fondamentale punto di svolta nella percezione della pericolosità dei cambiamenti climatici. L’Europa non è più sola in questa lotta e, per non perdere la leadership, deve rilanciare sugli obiettivi al 2030, che si era data ad ottobre 2014, portando il target dal 40% al 50% di taglio delle emissioni di CO2. Nonostante sia mancato il coraggio di prevedere sanzioni per chi non rispetterà i limiti in termini di CO2 auspichiamo che i meccanismi di controllo introdotti favoriscano un circolo virtuoso finalizzato a vincere la battaglia più importante: quella della sopravvivenza. Ora è il momento di mettersi tutti al lavoro. Alla classe politica italiana chiediamo una coerente politica energetica, dettata da una visione a lungo termine, anche perché favorita dall’attuale basso prezzo dei combustibili fossili. Vorremmo credere che le dichiarazioni rilasciate dal Governo non siano solo parole destinate a dissolversi nel vento, ma rappresentino finalmente l’inizio di una nuova fase, nella quale l’Italia deve tornare ad essere protagonista.”

(Agostino Re Rebaudengo, Presidente di Assorinnovabili – Comunicato Stampa) nel 1995 fonda Asja Ambiente Italia (www.asja.biz), azienda di cui è ancora presidente e azionista, che opera a livello internazionale, con sedi in Cina e Sudamerica, nella produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili. Da maggio 2011 Re Rebaudengo è presidente di assoRinnovabili, la maggiore associazione italiana di produttori di energia da fonti rinnovabili, in quanto a rappresentatività e storia, oltre che consigliere di EWEA (European Wind Energy Association).

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“Il Paris Outcome è un disastro in confronto a quello che avrebbe dovuto essere. In confronto a come poteva essere, viceversa, è un risultato insperato, un vero miracolo. Va dato merito alla presidenza francese che è riuscita in questo difficile tentativo di accomodare le richieste e le aspettative della Cina e della Russia e dei principali Paesi produttori di petrolio. La svolta è stata l’uscita allo scoperto dell’high ambition coalition, un gruppo negoziale di almeno 100 Paesi, tenuto in segreto per sei mesi, comprendente Unione Europea, molti Paesi in via di sviluppo e Paesi meno sviluppati, gli USA, il Canada, l’Australia, ostinati a difendere l’integrità ambientale dell’accordo. Ma non i principali Paesi in via di sviluppo, la Cina e l’India. Il Brasile, per anni parte del blocco dei Paesi in via di sviluppo, si è aggiunto all’high ambition coalition. Il gruppo (l’Autorità politica mondiale citata nell’Enciclica?), che ha scompaginato i tradizionali blocchi negoziali, si è coagulato intorno a quattro temi che sono stati i principali nodi del negoziato.
1. Il primo (differentiation nel gergo) riguarda il rispetto del principio delle responsabilità comuni ma differenziate rispetto all’accumulo dalla rivoluzione industriale a oggi.
2. Il secondo (ambition) riguarda il limite da porre al riscaldamento globale e alla progressiva de-carbonizzazione delle società. (1,5°C o 3°C)
3. Includere o no nell’accordo di Parigi un impegno per tutti i Paesi ad implementare i loro INDC dichiarati
4. Infine, i requisiti minimi di trasparenza del reporting e della verifica (transparency).
In qualche modo l’accordo riconosce che i tagli alle emissioni promessi dai paesi non sono ancora sufficienti. Tuttavia l’accordo, nel suo complesso, invia un messaggio forte a imprese, investitori e cittadini: i combustibili fossili appartengono al passato, mentre per il futuro l’energia potrà essere solo rinnovabile e pulita. Infine, l’accordo riconosce il nesso tra climate change e sicurezza alimentare e l’urgenza di affrontare la fame e la malnutrizione.

(Lorenzo Ciccarese su QualEnergia) Attualmente è primo tecnologo, responsabile del settore “Risorse Forestali e Fauna Selvatica”, presso l’istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra). Dal 2014 è membro del Consiglio Scientifico dell’ISPRA. Dal 2000 in poi è stato lead author e rewiever di diversi report dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC). Nel 2007, l’Ipcc l’United Nations Environment Programme e il World Meteorological Organizations gli attribuiscono il riconoscimento formale per il contributo che ha dato allo stesso Ipcc per l’assegnazione del Premio Nobel per la pace nel 2007″.

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“È un accordo storico perché per la prima volta è un accordo globale, che coinvolge anche i Paesi che emettono di più perché adesso la quota maggiore di emissioni climalteranti è dovuta ai Paesi in via di sviluppo, che comprendono la Cina, la più grande emettitrice. Se nel periodo di sottoscrizione, tra aprile del 2016 e aprile 2017, la maggior parte dei Paesi firmeranno l’accordo – in particolare i grandi emettitori come Cina, Usa, Europa e India – sarà un grande successo, un superamento del protocollo di Kyoto. Da climatologo avrei preferito un obiettivo chiaro, con dei numeri precisi sulle riduzioni dei gas serra, e non un obiettivo di lungo termine sul contenimento delle temperature. L’obiettivo sul taglio delle emissioni, peraltro nella bozza del 9 dicembre, c’era: citando le raccomandazioni dell’ultimo rapporto dell’IPCC, si proponeva di ridurre le emissioni del 40-70% rispetto ai livelli del 2010 entro il 2050. Ora invece, come sappiamo, il testo approvato parla solo di mantenere l’aumento della temperatura “ben al di sotto” dei 2 °C, cercando di non superare gli 1,5 °C, e di arrivare ad avere un bilancio di emissioni pari a zero nella seconda metà di questo secolo. L’accordo di fatto non è legalmente vincolante. L’articolo 15 stabilisce che verrà costituito un comitato di esperti che lavorerà dalla prima sessione dell’accordo, quindi dal 2020, per stabilire un sistema di compliance. Finché questo sistema di compliance, che deve essere chiaro e solido, non è definito non possiamo parlare di accordo legalmente vincolante. Altro punto negativo: il sistema di monitoraggio e di verifica viene in parte definito nel testo, ma si resta sul vago.

(Sergio Castellari su QualEnergia) è Esperto Nazionale Distaccato (END) su tematiche riguardanti impatti, vulnerabilità e adattamento ai cambiamenti climatici all’Agenzia Ambientale Europea a Copenhagen (Danimarca). Dal 2006 al marzo 2015 ha lavorato come Senior Scientist al CMCC (Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici), dove è stato responsabile dell’Unità di Ricerca “Relazioni Istituzionali e Politiche di Adattamento”. Attualmente ha una affiliazione scientifica al CMCC.

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Siamo molto contenti per l’esito ella conferenza sui cambiamenti climatici Cop 21 di Parigi perché c’è stata una risposta chiara in linea con quello che facciamo. A noi serviva che uscissero chiaramente alcune cose e molte cose sono uscite. Non c’è più la discussione se ci sia o no il cambiamento climatico, per noi questo è fondamentale. Inoltre, ci sono tantissimi impegni da parte di Nazioni che in passato non ne avevano la minima intenzione. L’accordo della Cop non ci danneggia, anzi, Enel ne è un forte sostenitore. Enel sta chiudendo la metà del parco termoelettrico, raggiungendo la carbon neutrality per il 2050.

(Francesco Starace – Amministratore Delegato di ENEL su Borsa Italiana) è amministratore delegato di Enel S.p.A. dal maggio 2014. A maggio del 2015 è stato nominato nel consiglio di amministrazione del Global Compact delle Nazioni Unite. Inoltre, da giugno 2014 è anche membro dell’Advisory Board dell’iniziativa Sustainable Energy 4 All delle Nazioni Unite.

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Fondatore di Climalia, prima società italiana di servizi climatici per la resilienza territoriale. Collabora con il Kyoto Club come responsabile della cooperazione internazionale e come esperto di politiche di adattamento ai cambiamenti climatici. Consulente del Ministero dell’Ambiente, Acclimatise UK, AzzeroCO2 e Commissione Europea.

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