Cosa fare per trasformare la pandemia in un’occasione per l’ambiente

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Nell’ottava puntata di LiveNius abbiamo parlato di ambiente. La puntata è andata live giovedì 28 maggio 2020 e la potete rivedere qui:

Il lockdown ha reso manifesto e esperibile da tutti l’impatto nefasto dell’uomo su ambiente e clima. Ora la sensazione è quella di essere di fronte a un bivio: possiamo rilanciare l’economia attraverso piani già pronti e magari obsoleti, che includono solo in modo marginale la sostenibilità ambientale, oppure cogliere l’occasione per fare scelte coraggiose che vadano verso quella che è chiamata transizione giusta.

Ne abbiamo parlato con: Valeria Barbi – Esperta di cambiamenti climatici e sostenibilità, Fondazione Innovazione Urbana, collaboratrice di Le Nius; Annalisa Spalazzi – Regional Innovation Scheme Programme Manager, Climate-KIC Italy; Silvano Falocco – Economista ambientale, direttore Fondazione Ecosistemi; Alice Bellini – Cofondatrice Inspire.

I contenuti che seguono sono una sintesi di quanto emerso dalla discussione con gli ospiti e dall’interazione con i commenti e le domande poste in diretta dalle persone collegate su Facebook.

Tra responsabilità individuale e azione collettiva

La transizione ecologica, verso un mondo sostenibile dove l’uomo viva in equilibrio con la natura, è realizzabile attraverso due dinamiche entrambe fondamentali: i comportamenti individuali e l’azione collettiva.

Un esempio: Coca Cola ha recentemente annunciato che continuerà a vendere bottiglie di plastica perché “i consumatori le vogliono”. Naturalmente è una scusa, Coca Cola è nella posizione di prendere decisioni diverse, ma dall’altra parte i consumatori possono scegliere con i propri comportamenti individuali.

Le scelte alimentari, dei trasporti, dei vestiti, della cura della persona e delle casa sono decisive per determinare la nostra impronta sulla natura. Su questi quattro ambiti abbiamo pieno potere e le nostre scelte possono incidere per attuare cambiamento duraturo.

Dall’altra parte le istituzioni collettive giocano un ruolo determinante, naturalmente le istituzioni pubbliche ma anche i movimenti collettivi dal basso. Tutte le questioni ecologiche sono un campo di battaglia, e le forze in campo devono far sentire le proprie ragioni.

Anche l’esito di questa fase di incertezza, per capire cioè se si andrà in una direzione di maggiore attenzione alla sostenibilità ambientale o se invece il tema perderà forza, dipenderà dalla consapevolezza e dalla forza che i soggetti collettivi trasformativi sapranno mettere in campo.

I movimenti con le loro istanze, e la loro capacità o meno di trasferire queste istanze all’opinione pubblica, possono attivare meccanismi di reputazione sociale che legittimano o delegittimano alcune pratiche. Le pubbliche amministrazioni, ad esempio, sono molto più propense a stabilire norme di tutela ambientale, e mettere in atto esse stesse pratiche di sostenibilità ambientale, se sentono la pressione pubblica, se capiscono che a tutelando l’ambiente si possono anche acquisire consensi.

Certo, ora questi movimenti sono davanti ad una prova: nel periodo precedente al covid-19 vivevano una fase molto espansiva, Fridays for Future, Extinction Rebellion e altri riuscivano ad organizzare manifestazioni molto partecipate, che ora probabilmente non sarà possibile fare.

Tuttavia si possono cambiare le modalità. Abbiamo imparato che stare distanti non significa stare lontani. C’è intanto la possibilità del gesto quotidiano, che rimane anche in solitudine, e che significa portare a casa, nella quotidianità, ciò per cui prima si poteva anche manifestare. È un passaggio certo meno impattante a livello mediatico ma forse più profondo, d’altra parte anche Greta ha detto che la normalità era una crisi quindi forse è il caso di cambiarla, e di concentrarsi sulla nuova normalità.

Come migliorare la sostenibilità ambientale delle aziende?

Lo stesso discorso fatto per le istituzioni pubbliche vale per le aziende e per tutte le organizzazioni: introducono meccanismi virtuosi se sentono una certa pressione pubblica a farlo. Evidentemente qui c’è il rischio del greenwashing, ossia che certi soggetti, che magari erano campioni di inquinamento, ora cerchino di spacciarsi per campioni di sostenibilità ambientale, magari con qualche accorgimento di facciata, o con qualche prodotto che fa da specchietto per le allodole.

È un azzardo morale che però dobbiamo correre in questo periodo, per portare a casa anche dei risultati veri. È anche un segnale che il tema ha fatto breccia, e tra questi casi c’è in generale un movimento positivo, tanti passi avanti sono stati fatti e, se gli attori collettivi saranno capaci di portare avanti le istanze ecologiste anche dopo la pandemia, questi percorsi andranno avanti. Ma come indurre aziende, organizzazioni e enti pubblici ad adottare pratiche di vero cambiamento, promuovendo al loro interno e all’esterno pratiche di sostenibilità ambientale?

In primo luogo, investendo sulle persone. Le persone fanno davvero la differenza, quindi è importante fare un’attività di educazione affinché le persone che lavorano in azienda siano consapevoli di ciò che i comportamenti dell’azienda implicano per l’ambiente e anche di ciò che il loro comportamento nell’azienda implica. Se le persone diventano consapevoli di questo, e anche consapevoli di come le nuove pratiche possono portare benessere a loro e all’azienda, l’investimento nella transizione verde diventa più facile e autentico.

Secondo punto: lavorare sulle filiere e sulle catene di fornitura, cioè sui servizi indiretti (ad esempio sul diminuire l’impatto ambientale delle mensa dentro le imprese) e sugli acquisti diretti, il cui contenuto va a finire nei prodotti e servizi dell’azienda.

Chi ha iniziato questo percorso vede e dovrà vedere sempre più premiati questi percorsi, con agevolazioni nell’accesso al credito e a fondi pubblici. In questo modo, più aziende decideranno di intraprendere questi percorsi.

Ora può essere un buon momento per questi processi. Le questioni legate alla pandemia non dovrebbero essere ostative, anzi potrebbe anche favorire questi processi perché hanno fatto capire cose che si capivano con più difficoltà. Questa fase ha fatto emergere con una certa chiarezza qual è l’entità dei problemi che abbiamo davanti, sarà difficile domani continuare a non capire qual è la dimensione di questi problemi.

pandemia e ambiente

E il turismo: è la grande occasione del turismo lento e sostenibile?

Il turismo è uno dei settori andati più in crisi a seguito della pandemia. Come per altri settori, e come per altre crisi, siamo in un momento di grandi riflessioni sul futuro del turismo.
Come rilanciare il settore? Quali saranno le preferenze dei consumatori? Si parla molto dello sviluppo di turismo in mezzo alla natura, vicino a casa, dei cammini. Se ne parla perché è più semplice mantenere il distanziamento in questi contesti, ma forse anche perché ne sentiamo un po’ il bisogno.

Potremmo riscoprire nuovi contesti sociali, anche quei luoghi tipici delle aree interne caratterizzati da forte abbandono. Potremmo insomma riscoprire un turismo lento e sostenibile, e questa è indubbiamente una grande opportunità non priva però di rischi.

È un’opportunità perché è un tempo di consapevolezza. Già prima della pandemia molti pensavano che il turismo andasse ripensato, che andasse ridotta la dipendenza che alcuni territori hanno dal turismo. La pandemia ci ha fatto quindi riflettere sul modo in cui stiamo gestendo lo sviluppo delle destinazioni.

Dall’altra parte però c’è un grosso rischio: se adottiamo questo modello nelle aree interne spostando i flussi, magari solo per quest’estate ma senza una visione di lungo periodo, rischiamo di arrecare più danni che benefici a queste aree, e perdiamo l’occasione di capire gli effettivi bisogni delle popolazioni.

Inoltre: questi territori sono pronti? Ad esempio in termini di ricettività, sono pronti a ospitare un numero crescente di turisti? E i collegamenti infrastrutturali, cosa vuol dire in termini di trasporti arrivare in un’area interna?

Occorre quindi innestare il discorso del turismo in politiche di sviluppo territoriale più ampie, guardando non solo all’industria del turismo ma anche ai bisogni della destinazione.

Come sviluppare la filiera corta nell’agro-alimentare?

Un altro ambito ad alto impatto ambientale è la filiera agro-alimentare. Slow Food ha recentemente lanciato un appello ad avere una visione ecosistemica dell’ambiente, invitando in particolare a valutare l’impatto locale del sistema agro-alimentare. Un esempio: l’Emilia Romagna è terra di allevamenti intensivi e di forte consumo di suolo a fini agricoli, con relativo impatto su qualità dell’aria. Come quindi rendere più sostenibili queste situazioni?

Una risposta è accorciare la filiera agro-alimentare. La pandemia ci ha aiutato a realizzare meglio che dipendiamo da un sistema di filiera lunghissimo, e che questo sistema si può accorciare. Alcuni attori chiave in questa direzione – i mercati contadini, le botteghe locali – hanno acquisito nuova centralità e sono riusciti a reinventarsi, attivando canali digitali, organizzando consegne a domicilio.

Abbiamo capito che questo modello è fattibile, lo hanno capito i consumatori ma anche i produttori, costretti ad una modernizzazione immediata. Ora dobbiamo sapere sfruttare questa circostanza favorevole. Come? Intercettando in maniera integrata le risorse che saranno disponibili. In questo settore arriveranno fondi da più parti – recovery fund, green new deal, politica agricola comune, fondi nazionali – bisogna far sì che vadano in questa direzione e bisogna riuscire ad integrarli.

Un grosso problema nell’ambito delle politiche agricole e ambientali è infatti sempre stato quello della frammentazione: ci sono molte politiche tra europeo, nazionale, regionale, locale, tanti strumenti non sempre complementari e a volte conflittuali, così è difficile fare programmazione a lungo termine.

In questo senso la filiera corta può diventare un’opportunità solo se viene colta non solo come necessità data dell’emergenza. Bisogna farla uscire dalla sua nicchia, renderla popolare e inclusiva, non più una pratica da radical chic.

Infine, un rischio esistente è quello dato dall’inasprimento delle norme sulla sicurezza alimentare. La filiera corta è quella che rischia di più, qui non si utilizzano conservanti o packaging inquinanti che però a volte rispondono paradossalmente meglio ai requisiti per la sicurezza alimentare, almeno sulla carta.

La pandemia mette a rischio l’obiettivo rifiuti zero?

Il discorso dei rifiuti viene da lontano. Da anni siamo impegnati a ridurre la produzione di rifiuti, a riciclarli, a fare la raccolta differenziata. Eppure ne produciamo ancora un sacco, tra cui un sacco di plastica. Un recente report ha stimato che dagli anni cinquanta ad oggi la produzione di materiale plastico ammonta a 8,3 miliardi di tonnellate. Ogni anno il 93% degli oltre 300 milioni di tonnellate di materiale plastico che vengono prodotti finisce tra le discariche e gli oceani.

Ora uno degli effetti della pandemia è che aumenta in maniera esponenziale il consumo di oggetti monouso, come mascherine e guanti, che si accoppia con un incremento nell’uso della plastica.

Eppure le alternative esistono sempre. Fatta eccezione per gli ospedali e i luoghi di cura, dove le necessità prioritarie sono altre, in tutti i nostri contesti della quotidianità possiamo fare scelte differenti. Ci sono mascherine non usa e getta e fatte con materiale ecologico, possiamo scegliere chi fa l’asporto utilizzando contenitori biodegradabili o riutilizzabili, e così via.

Questo momento anzi però essere un’occasione da cogliere per un cambiamento duraturo. La questione è la stessa di prima: mettere in atto una scelta responsabile, che all’inizio può risultare complicata ma che poi si rivela ottimale non solo per l’ambiente, ma anche per la nostra salute e benessere. Vale in tanti ambiti – cibo, vestiti, prodotti per l’igiene e la pulizia, trasporti – e ora vale anche per questi prodotti.

Come dare rappresentanza politica a tutti questi temi?

In molti paesi europei i partiti ecologisti sono in crescita: i verdi sono il secondo partito in Germania e Finlandia, il terzo in Francia e Irlanda, e avanzano in paesi come Danimarca e Olanda. In Italia non c’è un grande partito verde, e comunque i partiti che portano avanti istanze simile ai green degli altri paesi rimangono marginali.

Certamente la presenza di partiti verdi forti può influenzare in senso ecologista le politiche, tuttavia l’importante è lavorare sulla consapevolezza, cambiare l’idea secondo cui questi temi debbano rappresentare un’alternativa portata avanti da un partito ma diventino obiettivi della politica in generale, e quindi inclusi nei programmi dei partiti esistenti. La questione è questa: come cambiare i partiti politici, come far sì che i partiti che dovrebbero guidare il paese includano queste tematiche nei loro programmi.

Leggi qui le sintesi di tutti i nostri LiveNius

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