Ottavia e le altre. Le città invisibili di Italo Calvino

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Ville Spatiale di Y. Friedman (1)A qualcuno è mai capitato di stare sospeso nel vuoto appeso a una ragnatela in compagnia di case fatte a sacco, terrazzi come navicelle, girarrosti, trapezi e affini? Nella vita presumibilmente mai; al massimo qualche alpinista si è avvicinato al concetto. Men che meno qualcuno potrebbe considerare un simile aggregato abitabile e chiamarlo Ottavia. Eppure Italo Calvino è riuscito con Le città invisibili a rendere concepibile una città apparentemente assurda come quella suddetta – così come molte altre – attraverso una sorta di gioco di prestigio.

L’autore si avvale dell’espediente narrativo della conversazione notturna tra Marco Polo e l’imperatore d’Oriente Kublai Kan – dialogo squisitamente filosofico – per additare al nostro sguardo delle città sorprendenti, paradossalmente proprio con lo scopo di renderle invisibili. L’invisibilità è ciò che guida lo sguardo oltre ciò che appare, che rivela l’essenza attraverso un’assenza fortemente percepibile, che in virtù di questo diventa più autentica del reale.

Calvino svela le sue città rendendole evanescenti, misteriose, utopiche, come donne amate da lontano (ogni città porta un nome femminile desueto e ineffabile). Le presenta una ad una, con una punta di ironico disincanto, senza tuttavia rinunciare allo struggimento contemplativo della magia insita nella vita e al potere lenitivo dell’immaginazione. Si assiste perciò alla trasformazione di quello che a prima vista potrebbe sembrare un’accozzaglia di strampalate fantasticherie nel multiforme collage di una grande città sottile, fatta di tante altre città. L’opera prende forma da un gioco di giustapposizioni di frammenti di racconto poetico e dal montaggio di piccole scenografie animate da tipi universali.

Se si immagina di entrare in un poliedro trasparente con molteplici entrate e uscite, sospeso nel vuoto, si possono intravedere oscillare nel vento gli scorci della città fatta di dolcezze e spigoli di Calvino, un posto fatto della consistenza dei sogni, dei ricordi, dei pensieri. Forse Le città invisibili possono anche essere semplicemente questo, un libro senza una trama precisa, fatto di entrate e uscite, un luogo della mente aperto, uno spazio aereo per vagabondare dentro e fuori di sé, tra la terra, gli occhi e il cielo.

 

(Photo credits: Yona FriedmanVille Spatiale – visualizzazione di un’idea)

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Nata milanese, naturalizzata scozzese, morta veneziana, risorta in riva al Piave. Con alle spalle 12 traslochi e 2 lauree (lingue e arti visive), l'ex poetessa della classe non ha ancora capito cosa farà da grande, intanto si interessa di quasi tutto, a fasi. Qui è amante di cause perse, tipo comunicare.

22 Comments

  1. Ho trovato molto interessante il tuo articolo su Le città invisibili di Italo Calvino, autore che amo moltissimo. A tal proposito mi fa piacere segnalarti il video dello spettacolo teatrale di fine anno della scuola media L.Schiavinato di San Donà,intitolato Iracconti di un viaggiatore, questo è il limk

    • Sì Cristina, si tratta di un libro che può ispirare e coinvolgere diversi linguaggi espressivi, come per esempio il teatro, sia come narrazione sia come scenografie. Questo più che un libro è un pretesto per farci viaggiare nel nostro modo di viaggiare e guardare il mondo. E cosa c’è di meglio della leggerezza e dell’immaginazione dei bambini per inscenare una danza poetica nel vento, in un delicato gioco di luci e ombre?

  2. Mi fa piacere che “Le città invisibili” di Italo Calvino abbiano trovato posto su questo giornale, attraverso una descrizione evocativa in grado di ispirare! Italo Calvino in questo suo libro descrive situazioni riconoscibili ancora oggi nella nostra contemporaneità.

  3. Grazie Pinuccia, ma è questo libro che ha un grande potere di ispirare, così per proprietà transitiva ha ispirato me e auspicabilmente i miei lettori. Poi come sottolinei tu, è un’opera accattivante perché contemporanea. Forse lo è per la sua struttura non convenzionale, forse perché è universale, forse per la sensibilità con cui parla a noi, residenti di città poco utopiche. Nel suo centro, costituito dalle città sottili come ragnatele, vive un vuoto pieno, un respiro … quello dello spazio mentale che noi contemporanei, spesso inondati da troppe cose troppo in fretta, vorremmo riuscire a ritagliare per la nostra anima.

  4. non ho letto questo libro ma quanto detto nell’articolo lascia pensare che sia un testo davvero affascinante. spero sia così.

  5. Cara Chiara
    anche la rete di Calvino ti ha colpita come i temi affrontati dalla tua tesi magistrale (o forse anche lui era oggetto di tesi?) !
    complimenti per l’abbinamento testo ed immagine, sei riuscita a rendere il romanzo tramite l’opera d’arte scelta (anche se io non ho letto il romanzo, lo immagino così o come la caotica opera d’arte di Ai Weiwei ai giardini). Un caro saluto

    • Sonia, è un po’ che non ti sento, bello che hai visto il link, ma così mi fai arrossire! Come spiego nella mia mini bio (la vedi se clicchi sul mio nome accanto al titolo del post), non sapendo bene cosa farne, intanto la metto a frutto scrivendo qualcosa che mi piace. Devo assolutamente vedere Ai Weiwei ai giardini, ma già Yona Friedman ci stava bene, almeno concettualmente.

  6. Pensando alle nostre città contemporanee, liquide e spesso senza una precisa identità secondo la definizione di Bauman, direi che Calvino, grazie alla sua narrazione di città utopiche fantastiche, ci regala una ventata di ottimismo, come spesso accadeva ai pensatori del periodo. Leggendo l’articolo ho subito pensato alle città degli Archigram che negli anni ’60 ipotizzavano metropoli in movimento non solo ideale ma fisico. La bellezza dei testi di Calvino secondo me risiede sempre nella potenza della suggestione e con Le Città invisibili ci regala la possibilità di “viaggiare” oggi come tra 100 anni

    • Sì, eccellente riferimento quello ad Archigram! Anche Bauman ci sta. Penso ci sia un grande ibridismo nelle nostre città, che portano i segni, e a volte le cicatrici, di tante stratificazioni. L’eclettismo può essere bello, dare varietà, colore, movimento … A pensarci, se ben assortita, anche l’accozzaglia di elementi più disparati può produrre un’armonia simile a quella di un’orchestra, in cui suonano diversi strumenti. Il problema che spesso manca il direttore d’orchestra nelle nostre città, non c’è funzionalità o estetica come criterio che ne plasma la forma, e nemmeno il caso (potrebbe essere poetico questo). La regia è dettata troppo spesso dal far soldi, dal costruire per costruire, senza badare accanto a cosa si costruisce, alla vivibilità, alla dimensioni del significato. Calvino questo lo sa e vi oppone delle città che sembrano utopiche, ma in realtà a ben guardare son scorci, pezzi delle nostre città, con il loro contrasto tra essere e apparire, solo trasfigurate in una visione sognante, evocativa, utopica, che addita alla speranza. Perché senza la speranza delle persone che le abitano le città sono solo scatole, gabbie, gusci vuoti.

  7. Ciao Chiara, m’è toccato leggere due volte l’articolo per cercare di capirlo per bene, e ovviamente non ci sono riuscito del tutto (forse anch’esso ha varie entrate e varie uscite che andrebbero tutte percorse per comprenderlo a fondo). Difatti il linguaggio che utilizzi e la descrizione che offri richiedono tempo per essere afferrati in tutta la loro complessità e per essere digeriti da persone che, come me, sono abituati a leggere i facili articoli dei giornali di cronaca e la narrativa, per quanto a volte ques’ultima offra pagine certamente ricercate.

    In ogni caso non ho letto il libro, ma a questo punto ne parlo con il mio librario di fiducia e gli chiedo il permesso di leggerlo, cosa che non è detto che faccia; ma se riuscirò a leggerlo allora tornerò a commentare su questa pagina.

    Grazie per il suggerimento e per lo stimolo.

  8. Hai centrato il punto Giuseppe, questo non è un articolo fatto per essere “capito”, è fatto per ispirare, lasciando il lettore libero di entrare e uscire dalle mie parole, di staccare gli occhi dallo schermo, magari chiuderli, e di visualizzare la propria città, una città fatta della propria fantasia, il potere creativo della speranza, che forse non può cambiare il mondo, ma in proprio modo di guardarlo questo sì!

  9. Tante cose restano invisibili ad occhi distratti palazzoni, quartieri, periferie.. Le città in cui viviamo offrono tutto e allo stesso tempo nulla.. una moltitudine di persone e di cose messe a casaccio, legate da fili tenute in sospeso, sta forse all’individuo trovare la propria strada e realizzare i propri sogni? complimenti per l’articolo

  10. Cara Luana, forse a volte tendiamo a rimuovere quello che non ci va, o che ci disorienta. Viviamo in città che a volte si trasformano in labirinti, dove, come sottolinei tu, il tutto a volte diventa nulla, perché c’è tutto tranne quello che serve davvero agli esseri umani per stare bene e ci si sente assordati da un rumore costante, che non ci dà pace. Forse sta a noi cercare i fili che uniscono le cose, forse il filo di Arianna ci indicherà la via fuori dal labirinto, che in parte ci siamo creati da soli, perché sentirsi un puntino nello spazio fa paura. L’intuito e i sogni a volte servono a guidarci nel cammino e a creare percorsi di significato che ci danno una ragione forte per vivere.

  11. Questo articolo oltre a richiamarmi alla mente il libro di Calvino, letto ormai troppi anni fa, ha ricreato in me le suggestioni visive di certe architetture di fine millennio ed in particolare le realizzazioni di Meier, di cui ricordo l’allestimento museale dell’Ara Pacis ed ancora di più la discussa chiesa “Dives in Misericordia” (voluta da Giovanni Paolo II, Autore dell’omonima Eciciclica e situata in una delle zone più popolose della periferia meridionale di Roma, il quartiere di Tor Tre Teste).
    Le sue vele di luce, di un bianco assoluto combinato con il vetro, creano una rottura drammatica con il connettivo urbano di quella zona periferica di Roma facendo assumere all’opera di Meyer sia la funzione di “cattedrale nel deserto” fondamentalmente disaggregante (nel momento in cui appare improvvisamente sovrastando ogni cosa) sia una funzione aggregante di punto nodale di convergenza per le “tenui” strutture circostanti (nel momento in cui riappaiono all’osservatore prima abbagliato dal “cemento” di Meyer (un cemento autopulente che consente questo particolare biancore). Inevitabile per me collegare questo elemento fortemente avulso dalla urbanizzazione tradizionale con il sogno di Calvino. Grazie della suggestione
    Lorenzo

    https://www.google.it/search?q=dives+in+misericordia&tbm=isch&tbo=u&source=univ&sa=X&ei=PJSDUoCIHMOJ7AbW-IDADQ&ved=0CDYQsAQ&biw=1024&bih=610

  12. Sì, è vero Lorenzo, questo libro ha una forte connessione con l’architettura utopica in generale e con alcune realizzazioni architettoniche in particolare. Penso a quelle architetture che sembrano un po’ degli UFO calati da un altro pianeta e che creano un forte contrasto con l’ambiente circostante, cosa che ha i suoi pro e i suoi contro. A volte queste architetture sono simpaticamente provocatorie, perché rompono degli schemi mentali, sono una ventata di nuovo che fa bene. Tuttavia, spesso creano nelle persone un senso di smarrimento, perché non si riconoscono in “quello strano coso”, che non si capisce bene cosa sia. Le persone hanno bisogno di essere coinvolte e ascoltate, perché quello che vedono dalla finestra non è secondario, fa parte della loro vita e non è giusto che sia percepito come una forma surreale di imposizione. Un architetto davvero visionario dovrebbe saper comunicare con la strada in cui vivrà la sua creazione e mettere la sua immaginazione al servizio delle esigenze funzionali e emotive di chi vivrà quotidianamente la sua opera. Dopotutto, come recita il titolo della Biennale di Architettura di Venezia del 2010, “People Meet in Architecture”: lo scopo dell’architettura dovrebbe essere connettivo, cioè quello di aiutare le persone a relazionarsi tra di loro e con l’ambiente in cui vivono.

  13. La Dives riprende il tema dell’Enciclica: il figliol prodigo. Doveva rappresentare la barca dei pellegrini. è stata costruita nella zona Sud. Chiaro il simbolismo dell’accoglienza degli emigranti. L’integrazione urbanistica ad altezza d’uomo è fallita. Se però la guardi con google map dall’alto la suggestione di un nodo aggregativo è evidente. Questione di punti di vista. Calvino da che punto di vista l’avrebbe guardata?

    • Sì, hai ragione, l’idea è molto bella accidenti! A volte ci si occupa del macro dando per scontato che il micro sia già incluso nel macro, ma i punti di vista sono plurimi e più articolati e complessi di questa semplificazione micro-macro. Funziona di più guardare le cose dal cielo o dalla terra? Non ti so rispondere e forse non saprebbe rispondere neanche Calvino. Il suo Le città invisibili forse è un espediente per aggirare questo problema: le rende invisibili e in sincronia addita all’utopia ma partendo da scorci dal basso.

  14. Hai ragione, cara Chiara, è davvero intrigante questo labirintico viaggio nell’invisibile che Calvino ci propone. Dove pare, tuttavia, che lo scrittore voglia privilegiare tra tutti i sensi, proprio la vista. In modo inatteso. Punteggiando di immagini ogni pagina e invitando il lettore a vedere, o a stravedere, quanto gli viene raccontato.
    I primi accostamenti a cui mi viene di pensare, sono di tipo extra letterario. Visivo, appunto. Mi riferisco a due, in particolare: alla pittura di Escher, e in particolare all’inquietante e affascinante “Relativity”; e, perché no, al cinema, con l’inumana, sovraffollata, “citta” di “Blade Runner”: l’invivibile Los Angeles del futuro (non troppo lontano, in fondo). Ma chissà quante interpretazioni sono possibili, quanti collegamenti. O no?
    Complimenti vivissimi, Chiara, e grazie per gli spunti di riflessione che ci hai proposto.
    Anna

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