Odiare Carola, e le altre

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odio online donne
Fonte: agi.it

Lo scorso 29 giugno la nave Sea Watch 3 è attraccata al porto di Lampedusa facendo sbarcare i 40 migranti che aveva soccorso in mare 16 giorni prima. Ad attendere l’arrivo c’era uno sparuto numero di persone pronte ad insultarne a gran voce la capitana, Carola Rackete, con inneggiamenti allo stupro, offese alla sua fisicità e alla sua moralità.

Carola Rackete è solo l’ultima tra le vittime di un’escalation di aggressività verbale verso le donne che si manifesta di persona e, in modo evidente, sui social media. Tra le prime a farne le spese è stata la ex presidente della Camera Laura Boldrini, sin dal suo insediamento in Parlamento, nel 2013.

Perché questo odio? Perché verso queste donne?

Odio online: le donne come prime vittime

Le Mappe dell’Intolleranza di Vox osservatorio italiano sui diritti lo ripetono da anni: le donne sono le principali vittime di tweet di odio. 326 mila dei 537 mila tweet negativi del 2017-2018 sono contro le donne. Per farsi un’idea dell’intensità del fenomeno basta pensare che contro i migranti ce ne sono stati 73 mila.

L’odio si scatena quando avvengono dei femminicidi o eventi a forte valore simbolico. Nel 2018 e 2019, ad esempio, i picchi di tweet violenti sono stati in occasione di uccisioni di donne ma anche dell’8 marzo, del Congresso Mondiale della Famiglia a Verona, quando il Ministro dell’Interno Matteo Salvini ha ribadito la sua posizione contraria alla maternità surrogata, e della legge che vieta l’aborto in Alabama anche quando la gravidanza è frutto di uno stupro. Le offese più diffuse fanno riferimento alla sfera sessuale o al body shaming, ovvero sono insulti riguardanti la forma del corpo.

Anche Facebook e gli altri media sono teatro di offese ai danni delle donne. Era il 2009 quando Lorella Zanardo pubblicava il documentario Il corpo delle donne, nel quale denunciava il modo improprio in cui le donne venivano rappresentate nei media, e principalmente in tv.

Da allora gli episodi che hanno unito violenza verbale e sessismo si sono moltiplicati: a partire da quelle verso le donne in politica, in cui ancora una volta è necessario citare Laura Boldrini, la prima a reagire con le denunce alle offese ricevute via Facebook, passando per il caso di Tiziana Cantone, suicida in seguito alla diffusione di un video che aveva fatto scatenare offese e insulti sessisti a suo danno, arrivando al fenomeno del #metoo che in Italia ha visto le donne che si sono esposte in questa direzione attaccate in maniera violenta nei social.

Perché queste donne?

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Fonte: ilfattoquotidiano.it

Carola Rackete, Laura Boldrini, ma anche Asia Argento, Emma Marrone e le giocatrici di calcio della nazionale femminile italiana rivestono un ruolo nella società diverso da quello tradizionalmente attribuito alla donna. Hanno una posizione di visibilità o di potere in un contesto, quello italiano, in passato per niente avvezzo alle donne visibili o al potere. Questo fa sì che contro di loro si scateni l’odio di chi vuole oltre che attaccarle personalmente, sminuirne anche l’importanza.

I dati dicono che in Italia le donne che detengono una qualche forma di potere sono ancora in numero nettamente inferiore rispetto agli uomini, anche se le cose sono cambiate velocemente negli ultimi quindici anni.

L’Indice di Uguaglianza di Genere misurato dall’Istituto Europeo per l’uguaglianza di genere contiene un indicatore specifico che misura il potere delle donne nei vari paesi. Nel 2015 questo indice pone l’Italia al di sotto della media europea, con un punteggio di 45,3 su 100 contro una media dei 28 paesi UE del 48,5. Anche il potere politico rimane inferiore alla media europea di 52,7, attestandosi al 47,7. Dal punto di vista del potere economico, invece, ci troviamo al di sopra della media europea (40,5) con un indice di 44,7.

Seppur ancora nettamente migliorabili questi punteggi ci parlano di un paese che ha fatto un notevole balzo in avanti negli ultimi anni. Nella rilevazione del 2005 l’indice di potere si assestava 16,1, quello relativo al potere politico al 23,5, infine, quello economico solo al 3,7.

EIGE mette inoltre a disposizione una banca dati sul numero di uomini e donne in posizioni decisionali in diversi settori per 35 paesi, tra cui l’Italia. Anche questi dati ci dicono che le donne al potere in Italia stanno crescendo. Scopriamo ad esempio che in media nei 28 paesi dell’Unione Europea nel 2019 solo il 7% delle grandi compagnie e aziende ha a capo una presidentessa. In l’Italia la percentuale è del 17%, era il 5% dieci anni fa. Per i membri del consiglio direttivo delle grandi aziende e compagnie la situazione è altrettanto critica: erano il 4% rispetto a una media europea dell’11% nel 2009, sono ora il 37% rispetto a una media europea del 28%.

Anche in politica le dinamiche non sono diverse. Negli ultimi 30 anni, dal 1999 al 2019, in nessuno dei paesi europei c’è mai stata la parità di presenza di donne e uomini in Parlamento, in Italia si è passati dal 12 al 35% attuale, ben al di sotto della metà. Oggi ci sono sei donne a capo dei 38 paesi considerati da EIGE, tre dividono la posizione di leadership con altrettanti uomini. Dieci anni fa il numero di donne in questa posizione era lo stesso. L’Italia non ha mai avuto una donna come presidente del consiglio, né come presidente della Repubblica.

Notiamo quindi che da una parte la presenza delle donne nelle posizioni apicali sta nel tempo crescendo, dall’altra che siamo ancora ben distanti dalla parità. Il limite alle possibilità di carriera e di successo delle donne è dato dal cosiddetto “soffitto di cristallo”, quella serie di barriere e ostacoli invisibili che le donne devono affrontare per fare carriera: difficoltà a conciliare famiglia e lavoro, discriminazioni, violenza nei luoghi di lavoro sono solo le più eclatanti.

Il ruolo delle donne in Italia

Se da una parte le donne in Italia hanno questi nuovi ruoli di potere e visibilità, dall’altra la loro posizione centrale in contesti informali, e in particolar modo in famiglia, continua ad essere ampiamente riconosciuta. Nel mercato del lavoro vi è, infatti, ancora una scarsità della loro presenza tout court. Secondo i dati OCSE, ad esempio, le donne italiane sono, insieme alle greche, quelle meno attive nel mercato del lavoro. Abbandonano il lavoro all’arrivo dei figli, dedicano al ruolo di cura della casa e dei figli più tempo di quanto avvenga negli altri paesi e con una grande differenza rispetto al contributo offerto dagli uomini.

Che tutti questi meccanismi perpetrino la disuguaglianza dei ruoli tra donne e uomini è evidente e si riflette sulla cultura del paese, imperniata di queste differenze. È così che, apparentemente votati all’uguaglianza, visto che il 90% degli italiani intervistati dicono si tratti di un diritto fondamentale, pensano poi invece, nel 37% dei casi, che le donne non abbiano le necessarie qualità e competenze per ricoprire posizioni di responsabilità in politica o, nel 51% dei casi, che il ruolo più importante per una donna sia quello di prendersi cura della casa e della famiglia (dati Eurobarometro, approfondimento qui).

Dalle donne al potere al potere delle donne

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Fonte: lifegate.it

Aggressività e slanci di odio contro le donne si manifestano, quindi, in una società in cui le donne al potere faticano a far riconoscere il loro ruolo, in cui i modelli tradizionali di comportamento sono ancora predominanti. Ma un cambiamento è possibile, anzi, indispensabile alla luce dell’onda di donne che stanno avanzando in ruoli apicali. Questo cambiamento avverrà sciogliendo tutti i nodi visti fino ad ora e, ancora una volta, saranno le donne ad avere un ruolo cruciale nello scioglierli.

Violenza verbale e odio online

Il primo nodo riguarda la violenza verbale e attraverso i social media. Denunciare è la prima parola chiave. Gli insulti vanno segnalati sempre, che si tratti di una denuncia formale o di una segnalazione. La polizia postale indica con precisione i casi in cui può essere accolta una denuncia per diffamazione a mezzo internet. Essere consapevoli di poter e dover denunciare è il primo passo da fare. La violenza verbale personale si combatte allo stesso modo, con la denuncia.

Per entrambe le forme c’è però la necessità di agire da subito affinché questa ondata si blocchi. Donne e uomini hanno il compito di insegnare alle nuove generazioni che le proprie frustrazioni personali non vanno scaricate sull’altro e che la comunicazione via social media non ha meno valore di quella verbale, incentrando al contempo l’attenzione proprio sulla parità di genere. Dire alle ragazze che possono essere ciò che desiderano e ai ragazzi che devono rispettarle sempre, sia nella vita privata, sia nel lavoro, sia che diventino le loro superiori o che siano nella posizione più bassa, sono solo i primi passi da fare per evitare episodi futuri di sessismo.

Presenza di donne al potere

Il secondo nodo riguarda più strettamente la presenza di donne al potere, che dovrebbe essere la norma e come tale diventare un’abitudine. Continuare a parlare di role model ed esaltarne le qualità è importante, le donne in particolare hanno bisogno di qualcuno a cui ispirarsi. Greta Thunberg, la giovane ecologista, Malala Yousafzai, giovane attivista per i diritti umani premio Nobel per la Pace, sono solo alcuni dei nomi di donne che stanno cambiando le cose. La recente elezione di Ursula von der Leyen, prima donna a capo della Commissione Europea, e di Christine Lagarde alla guida della Banca Centrale Europea sono altri due esempi di donne leader.

Hanno ovviamente ruoli diversi, ma insieme portano avanti una figura femminile che è attiva nel fare la storia, che la storia la decide, mettendo in discussione le regole stabilite prevalentemente dagli uomini.

Il linguaggio

Insieme alla presenza delle donne al potere o in contesti di visibilità cambia e cambieranno sia il linguaggio sia l’abitudine ad alcuni termini. “Capitana”, “la presidente”, ma anche “avvocata” sono forme che in occasione di casi eclatanti entrano nel linguaggio comune, diventa consueto sentirle e usarle. Il linguaggio sostiene e rafforza il cambiamento e la presenza di donne al potere farà meno scalpore. Il cambiamento dovrebbe avvenire a prescindere da questi casi eclatanti con un’attenzione al sessismo implicito nell’uso del maschile quando ci si riferisce ad alcune professioni, specialmente quelle apicali.

Un cambiamento sociale, economico, culturale

Infine, il quarto nodo è legato ai problemi strutturali che vincolano tuttora le donne al ruolo di regine del focolare. Per modificare questa inclinazione ci sono tutta una serie di azioni per evitare il soffitto di cristallo, ma più in generale per favorire la presenza femminile nel mercato del lavoro: garantire servizi di cura dei figli accessibili a tutte le famiglie, estendere il congedo parentale anche agli uomini, assicurare la parità salariale, ridurre gli stereotipi di genere nell’istruzione, sono solo i principali.

Come detto, il cambiamento oltre che strutturale deve essere anche culturale. Ci sono movimenti che spingono in questa direzione e, in generale, per l’autodeterminazione delle donne. Al momento non c’è un collegamento diretto tra questi movimenti e le forze parlamentari, ma hanno un grande seguito soprattutto tra le donne, consapevoli che partecipare, protestare e manifestare sono modi per gridare più forte di chi sa urlare soltanto insulti.

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Demografa sociale all’Università di Firenze. Studia le differenze di genere in Italia e in Europa, declinate in vari ambiti: istruzione, sessualità, omicidi, fecondità.

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