Supersonic, il film. The Oasis supernova in the sky

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Avete giusto oggi per andare al cinema a vedere Oasis: Supersonic il film di Mat Whitecross che ripercorre la vertiginosa ascesa del gruppo di Manchester. In 122 minuti intensi, di certo spassosi, a tratti toccanti, li seguiamo dalle case popolari del Burnage fino al concerto record a Knebworth, di fonte ai 250 mila fortunati che riuscirono a partecipare all’evento. In quell’occasione, furono due milioni e mezzo le persone che cercarono invano di comprare il biglietto per una delle due date, il 4% della popolazione inglese. Era il 1996. Nel maggio di tre anni prima, per intenderci, gli Oasis non avevano neanche un contratto discografico. Fu l’apice mai replicato di un successo travolgente e, forse, troppo veloce per essere gestito con saggezza. Ma ai fratelli Gallagher non è mai importato molto della saggezza.

Alternando video inediti del passato al commento fuori campo dei protagonisti oggi, il documentario unisce in maniera sapiente il dietro le quinte e la vita sul palco di quei ruggenti anni ‘90. Al delirio delle fan giapponesi, che Bonehead trovava troppo agitate, si affiancano scene più intime e private: entriamo così in casa Gallagher, tra le foto di Liam e Noel da piccoli, o nelle sale di registrazione dove la tv è sempre accesa se a giocare c’è il Manchester City. Davvero esilarante è il siparietto in cui Liam, completamente strafatto, infila una serie di affermazioni per lo più senza senso tra le risate degli altri allegri cazzoni.

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Il rapporto tormentato tra i due fratelli percorre in filigrana l’intera narrazione. Questo legame schizofrenico che oscilla tra l’affetto e la competizione è sempre stata la forza e il limite stesso della storia del gruppo. Ma a distanza di vent’anni, quello che sorprende davvero durante la visione, è la massa – intendo proprio la quantità – di pezzi pazzeschi che uscirono dalla testa e dalle dita di Noel in quei tre anni. Il volume massivo di ritornelli perfettamente concepiti che poi Liam faceva suoi con quella voce nasale e quella faccia allo stesso tempo irritante e seducente. E non stiamo parlando solo dei brani di Definitely maybe e di What’s the story, ma anche la grande costellazione di b-sides del calibro di Acquiesce, Talk tonight o The Masterplan.

Manzoni ci ha messo 24 anni per concludere I promessi sposi, Noel ha maturato una sua cifra stilistica in tre anni. Grande stima per i Blur di Damon Albarn, ma in quegli anni, in quei tre anni, c’erano solo gli Oasis.

Ed è inevitabile che il mio vicino di poltrona si chieda, scuotendo la testa come chi non se ne sa fare una ragione: ma è possibile che nessuno abbia mai suggerito loro di tenere da parte uno di quei cazzo di capolavori per i momenti di magra? Quando la vena creativa di Noel sarebbe venuta meno? (Così, tanto per toglierci dall’impaccio di dover auto convincerci che D’you know what I mean? fosse una bella canzone).

No, sarebbe stata una cosa saggia, certo. Ma ai fratelli Gallagher non è mai importato molto della saggezza. Volevano godersi ogni singolo istante dello spettacolo che li stava rendendo la migliore rock band del mondo. E come dice Liam:

Non puoi cantare Supersonic e andare a dormire alle nove e mezzo di sera.

E quindi gli eccessi, le molte donne, tutte quelle camere di albergo distrutte, l’abuso di alcol e droghe, l’irruenza nel gestire i tabloid. Il tutto aveva un solo e unico senso: assaporare fino all’ultimo quella vertigine che sembra sorprendere, prima di tutti, proprio loro stessi.

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I momenti più significativi della mia vita sono stati: quando, a dieci anni, ho interpretato Mary Poppins nel musical Mary Poppins e quando ho indovinato la definizione di integrale agli orali della maturità. Sono insegnante (non di matematica, of course) e ho una particolare predisposizione per i casi umani. Temo che le due cose siano collegate.

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