La nuova legislatura europea

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la nuova legislatura europea
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In questa settimana è ufficialmente iniziata la nuova legislatura europea.

L’ottavo Parlamento europeo della storia si è insediato con cerimonia solenne il 2 luglio a Strasburgo. L’emiciclo con i nuovi eletti ha votato il proprio Presidente, Martin Schulz, e i vice presidenti. Sono stati formati i gruppi politici le 20 commissioni parlamentari che nei prossimi 5 anni condurranno il lavoro di scrittura e riscrittura di direttive e regolamenti, nelle rispettive sfere di competenza.

In questa stessa settimana, ha avuto inizio la presidenza italiana di turno del Consiglio dell’Unione Europea, suggellata dal discorso inaugurale del premier italiano Matteo Renzi a Strasburgo, dinanzi al neo costituitosi Parlamento. La settimana scorsa, invece, il Consiglio Europeo del 26-27 giugno ha preso una decisione destinata a cambiare per sempre la storia dell’Unione Europea, designando il proprio candidato alla presidenza della Commissione Europea nella persona del lussemburghese Jean Claude Juncker (PPE), cioè il vincitore delle elezioni per il Parlamento.

Analizziamo l’accaduto e diamo uno sguardo sul futuro.L’intricata matassa delle nomine ha cominciato a dipanarsi. Il primo nome da decidere era senza dubbio quello che sarebbe andato ad occupare la poltrona più importante, il posto di capo dell’esecutivo europeo, cioè della Commissione. Da questa nomina dipendevano e dipendono tutt’ora, come in un domino o un gioco ad incastri, tutte le altre. È singolare – e positivo – che proprio su questa nomina così fondamentale si sia registrata una sorpresa.

Com’è noto, infatti, i 5 candidati capofila dei maggiori partiti europei – i famosi 5 spitzenkandidaten (Schulz, Juncker, Tsipras, Keller, Verhofstadt) – fin da prima delle elezioni europee dello scorso 25 maggio avevano messo in chiaro la volontà di imprimere un cambiamento storico nella politica e nelle istituzioni UE.

Il presidente della Commissione avrebbe dovuto essere uno di loro cinque, colui o colei che avrebbe vinto le elezioni per il Parlamento europeo. Nessun altro.

Le regole dei Trattati istitutivi dell’UE, tuttavia, prevedono che sia il Consiglio Europeo (cioè i capi di Stato e di Governo degli Stati membri UE) a nominare il candidato alla guida della Commissione europea, potendolo individuare in soggetti anche non candidati alle elezioni europee (come è sempre stato in passato).

Quella dei 5 spitzenkandidaten è dunque stata una forzatura e un grande rischio, nel tentativo di avvicinare i cittadini elettori europei alla vita istituzionale dell’UE. Lo scontro era dunque fra la politica, cioè il Parlamento europeo, e l’Europa della capitali nazionali, i cui governanti riuniti nel Consiglio Europeo potevano a buon diritto disconoscere il risultato elettorale e nominare un loro prescelto alla guida della Commissione. Ma così non è stato. I governanti europei sono stati costretti a nominare Juncker, capofila del PPE, partito uscito vincente dalle elezioni.

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Oltre che per quanto appena descritto, l’evento è di grande significato storico per alcune altre semplici ma solide ragioni. La prima, difficilmente si potrà tornare indietro. A Trattati invariati la politica europea ha reclamato e ottenuto il proprio palcoscenico. Prepariamoci dunque in futuro ad assistere (e a partecipare) ad elezioni sempre più europee nei candidati e nel loro peso di fronte all’opinione pubblica.

La seconda risiede nella complessiva ottima performance della politica europea: i candidati che hanno perso, invece di cercare di affossare le chance di un loro avversario politico quale Juncker, hanno fatto blocco – da Tsipras a Verhofstadt – nel sostenere che i governi nazionali avrebbero dovuto designare Juncker alla guida della Commissione.

La terza, in seno alle difficoltà politiche della decisione dei governi, è da rinvenirsi nella scelta di Juncker per le sue caratteristiche politiche e personali, non solo perché vincitore delle elezioni. In tal senso, non solo egli ha ottenuto il supporto di Merkel, inizialmente scettica sulla sua nomina, ma ha anche vinto le resistenze di sue soggetti che esplicitamente lo hanno avversato, il premier britannico Cameron e quello ungherese (poco raccomandabile) Orban.

Questi ultimi, hanno accusato Juncker di rappresentare la “vecchia Europa” e di essere troppo federalista. Ma cosa significa? Il facile spauracchio della vecchia Europa è, invece, tutto ciò che dell’Europa c’è da salvare: libera circolazione delle persone e dei servizi (oltreché dei beni e dei capitali), mercato unico, diritti azionabili ovunque nell’Unione, maggiore integrazione, moneta unica. Per Cameron e Orban la “nuova” Europa non è quella più flessibile fiscalmente, quelle che punta meno sul rigore e più sulla crescita (come invece invocata dal premier italiano e francese). Quando Cameron e Orban parlano di nuova Europa giocano sull’equivoco e sulla domanda di cambiamento, ma intendono – ammiccando alle frange nazionaliste, xenofobe e para-fasciste nei loro rispettivi Paesi – un’Unione Europea fatta a brandelli e senza poteri, funzioni a attribuzioni decisive. Un passo, o forse anche di più, indietro nella storia dell’integrazione. E’ un bene che siano rimasti isolati e sconfitti.

Molte sono le questioni sul tavolo delle istituzioni dell’UE in questa nuova legislatura. È necessario superare definitivamente la crisi, far ripartire l’occupazione, rinsaldare l’Unione, avere più peso internazionale, affrontare con decisione il tema dei migranti, sviluppare appieno il potenziale delle energie rinnovabili, avviare il mercato unico digitale, solo per citare alcuni macro temi. Su queste si decide il futuro dell’Unione e la prova sarà dura.

Juncker a prima vista non sembra un volto nuovo (e infatti non lo è), e magari non scatena le fantasie o gli entusiasmi di un’opinione pubblica che forse si aspettava una svolta più decisa e, sulla carta, ambiziosa. Tuttavia Juncker è vero europeista, conoscitore dei meccanismi intricati dei negoziati (già capo dell’Eurogruppo, cioè dei Paesi che adottano l’Euro) e personaggio non servile nei confronti di Berlino e Parigi. Rappresenta l’Europa degli elettori, già di per sé un bene in prospettiva più ampia. E poi, rimane un fatto che quasi ironicamente suona positivo: se bisogna giudicare un uomo dai suoi avversari, e gli avversari di Juncker si chiamano Cameron e Orban, allora difficilmente siamo sulla strada sbagliata. Almeno per il primo passo.

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