Non fate troppi pettegolezzi: l’esame di coscienza di Paolin il Cannibale

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Non fate troppi pettegolezziPer alcuni il foglio bianco rappresenta un abisso spaventoso. Per altri, una possibilità. In Non fate troppi pettegolezzi Demetrio Paolin coglie la possibilità di esplorare un “incubo”, quello della dipendenza dalla scrittura. Uso la parola incubo perché in queste tre sillabe si concentra il male e lo scrittore torinese, sin dal suo primo lavoro narrativo Il pasto grigio, non ha paura di affrontarlo.

Non fate troppi pettegolezzi non è un romanzo. Piuttosto assomiglia al macabro tour che ogni buon turista di una certa cultura fa nel cimitero parigino di Père-Lachaise.

Paolin fa visita a quattro cari scrittori defunti: Emilio Salgari, Cesare Pavese, Primo Levi e Franco Lucentini. Il minimo comun denominatore di questi quattro giganti della letteratura italiana è il suicidio e l’aver vissuto a Torino, lì dove Paolin si forma.

Nonfatetroppi pettegolezziIl titolo riprende il biglietto di suicidio lasciato da Pavese il 27 agosto 1950 nella sua camera, all’Hotel Roma. Il pettegolezzo, banalizzazione e allo stesso tempo cura del dettaglio, è il confine entro cui Paolin tratteggia l’esame tra il nulla della morte e l’azione della scrittura.

Lo scopo di questo tour? In prima battuta appare confuso. Raccontare i suicidi di quattro autori, il cammino che li ha portati a questo appuntamento con un rasoio o delle scale, non sembra diverso da un qualunque saggio letterario già visto.

Ma poi eccolo sorgere, l’elemento innovativo: l’uso di queste quattro vite per scagionare la propria. “L’esame di coscienza” dichiarato da Paolin nell’introduzione sembra mirato a giustificare il suo lavoro di scrittore, quel “fare una sorta di scala 1:1 tra ciò che vive e ciò che scrive”. Lui sente di esistere anche grazie a quei quattro che hanno scelto di non esserci più.

Se davvero l’autore avesse voluto fare un lavoro di fedele riproduzione fra vita e scrittura, pensiero e azione, verrebbe quasi da chiedersi se questo non è più un lavoro di auto-analisi, un preludio a un suo gesto tragico. Del resto, come scriveva Walter Benjamin “la condizione dello scrittore è una condizione di morente: si scrive perché si è sul limitare della vita”.

Ma ecco che giunge, forte, il riscatto. Dopo essersi vergognato come Levi, sopravvissuto ai suo compagni di sventura nei lager; dopo aver lottato come Salgari contro le difficoltà di giocare al gioco della vita senza averne i mezzi; dopo essersi messo in movimento per comprendere la realtà intorno a sé, come Pavese e Lucentini, dopo tutto questo Paolin arriva a rendere grazie. A questi autori e al dono, pericoloso e sacro, di chi riesce a sfamare qualcuno con le parole.

Dice Paolin: “Scrivere è qualcosa che viene dato in pasto, è preparare una buona pietanza perché altri se ne cibino. La cura e l’amore che ci si mettono sono legati a fare sì che il lettore possa essere sazio di quello che legge”. È Lucentini che invita a pensare a romanzo e scrittura come a del cibo su “una tavola imbandita”.

Non fate troppi pettegolezziNon fate troppi pettegolezzi quindi nutre il lettore non solo con storia letteraria, un ritratto commovente di una Torino nascosta e amatissima, ma anche dando in pasto l’anima di un autore che si interroga continuamente sul senso dello scrivere, della sua funzione sociale, dell’importanza del conoscere i corpi di cui ci nutriamo per dare sostanza alla nostra conoscenza.

La citazione: “Il male è qualcosa con cui bisogna fare i conti”.
Consigliato a: chi subisce il fascino del male e ha letto Le ore di Michael Cunningham.
Il libro: Non fate troppi pettegolezzi. La mia dipendenza dalla scrittura, Demetrio Paolin, pp. 119, 10 euro, 2014 LiberAria

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Stefania nasce nel '82, mentre in Portogallo si dava alle stampe l’allora sconosciuto Il libro dell’inquietudine di Pessoa. Il suo destino sembra essere legato all’editoria: lavora per 10 anni in 4 diverse fucine editoriali. Sin dai tempi dell'università, scrive di libri su vari portali. Ora lavora come web editor freelance, scrive di libri, finanza e lifestyle e, quando è tempo, fa l’olio più buono del mondo.

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