Non tutta la DAD viene per nuocere14 min read

16 Febbraio 2022 Educazione -

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Non tutta la DAD viene per nuocere14 min read

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Dall’inizio della pandemia, com’è successo con molti altri temi, le opinioni si sono polarizzate anche sulla didattica a distanza (DaD). Ora risorsa indispensabile, ora male assoluto, si è perso quel senso critico che potrebbe aiutarci a fare delle distinzioni. A capire quando e come la DaD può essere una risorsa anche oltre l’emergenza e quando, invece, è bene tutelare quegli spazi in presenza che sono indispensabili a una sana crescita individuale e collettiva.

Mentre per i più giovani la DaD è bene che resti il più possibile una misura momentanea – possibilmente facendo tesoro di quanto si è imparato sull’utilizzo dei mezzi digitali – c’è chi rivendica la necessità di mantenere e ampliare questa forma di apprendimento nelle università. Tra queste voci c’è quella di Arianna Atzeni, studentessa all’Università Statale di Milano ed esponente dell’organizzazione studentesca UNIDAD – Universitari per la didattica a distanza.

In questo articolo, anche con l’aiuto di Atzeni, vedremo come a beneficiare della DaD in università siano soprattutto coloro che senza questa opportunità non potrebbero fare quello che fanno ora: studiare, laurearsi, realizzare i propri progetti. Studenti lavoratori, disabili, genitori e caregiver sono solo alcune delle categorie di persone per cui la DaD in università può garantire un diritto allo studio fino ad ora difficile da ottenere.

La DaD come strumento di inclusione

Nel primo anno di pandemia, il 2020-21, si è registrato un inaspettato aumento di oltre il 5% delle iscrizioni all’università rispetto all’anno precedente. Sebbene i primi dati, provvisori, dell’anno 2021-22 mostrino invece un calo del 3%, la tendenza degli ultimi cinque anni è positiva e il temuto crollo delle immatricolazioni dovuto alla pandemia, per ora, non c’è stato.

Questa situazione può essere ricondotta a un insieme di fattori, tra cui lo stanziamento da parte del governo Conte II di 165 milioni di euro per l’ampliamento della no-tax area (l’esenzione totale) e per la riduzione delle tasse universitarie. A questi fondi si aggiungono altri 40 milioni per nuove borse di studio.

Attualmente, il Decreto Ministeriale n.1014 (governo Draghi) stabilisce un esonero totale per le tasse universitarie a studenti e studentesse con un ISEE sotto i 22 mila euro per l’iscrizione al primo anno (il tetto era di 13 mila euro fino al 2019). L’esenzione viene poi confermata per gli anni successivi se viene maturato un certo numero di crediti formativi.

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L’Italia, però, resta al penultimo posto in Europa per numero di laureati e laureate, con il 29% nella fascia di età compresa tra i 25 e i 34 anni nel 2020 e un obiettivo, fissato dall’Unione Europea, del 45% entro il 2030. Fino al 2017, inoltre, soltanto l’8,5% delle persone iscritte ai corsi di laurea aveva un esonero totale delle tasse. C’è molta strada da fare, insomma, a partire dai primi importanti passi fatti con la missione 4 del PNRR.

La DaD in università potrebbe inserirsi in questo quadro come ulteriore fattore positivo di inclusione. Lo spostamento di molte attività online, dal 2020 in avanti, potrebbe essere una delle concause che hanno contribuito alla tenuta delle iscrizioni.

La didattica a distanza ha permesso infatti a molti studenti e studentesse di seguire le lezioni e di sostenere gli esami senza doversi spostare, né tanto meno trasferire, evitando costi e problemi logistici che per molti sarebbero impossibili da affrontare. E adesso che si è visto che non è impossibile, c’è chi teme che tutto possa tornare come prima.

“Noi guardiamo oltre la pandemia” spiega Atzeni “e riteniamo utile che la DaD in università venga mantenuta e integrata alla didattica in presenza. Nessuno vuole sostituire niente, è una cosa da chiarire, perché spesso si pensa che vogliamo tutto in DaD… No, per carità. Il fatto è che in Italia la DaD viene percepita in modo negativo perché la si guarda come uno strumento emergenziale anziché come qualcosa che può allargare il diritto allo studio, oltre che essere utile a tutti in qualsiasi momento per arricchire il percorso formativo”.

Esiste, secondo Atzeni, un problema di percezione e accettazione di una realtà in mutamento: “Non si riesce andare oltre il fatto che lo studente universitario non è più lo stesso di una volta, che esce dalle superiori e va all’università. Ci sono tante persone che vanno alla ricerca di un futuro migliore, o hanno perso il lavoro e vogliono reinventarsi. Questo non viene percepito.”

La DaD serve a tutti, ma soprattutto ai più fragili

Incontrarsi, confrontarsi, svolgere attività insieme in presenza è importante, e probabilmente è l’opzione migliore. Ma il discorso sulla DaD in università va guardato soprattutto dal punto di vista di chi, senza questa possibilità, semplicemente dovrebbe rinunciare a studiare.

Chi vive lontano dall’ateneo e non dispone di risorse economiche sufficienti, ad esempio, non sarebbe in grado di sostenere i costi per un alloggio e per tutte le altre spese in una città universitaria.

Ne sa qualcosa Atzeni: “Io vivo a quasi due ore di treno da Milano. Sono già adulta, ho già fatto le mie esperienze e non ho bisogno di quello che l’università può dare in presenza, come la socialità, entrare in contatto con gli amici, ecc. Rispetto alla mia prima laurea i miei voti sono migliori, anche perché ho avuto più tempo da dedicare allo studio, anziché passarlo sui mezzi pubblici, avanti e indietro.”

I pendolari non sono neanche quelli messi peggio: i costi per uno studente fuorisede vanno dai 15 mila euro all’anno di Milano ai circa 9 mila di Camerino. Per chi non può affrontare queste spese, nell’attesa che i fondi del PNRR rendano disponibili più alloggi a prezzi accessibili, la DaD è un appiglio importante per non restare confinati in un orizzonte di scelte di vita limitato da un titolo di studio più basso.

Del resto agli affitti, e alla presenza degli studenti universitari in generale, è legata l’economia di interi quartieri, se non di intere città. Per questo la DaD può far paura:

Il sistema nel quale viviamo è basato sul guadagno: se gli studenti non si trasferiscono più nelle città vengono pagati meno affitti, e il sistema fa pressioni. Lo stesso vale per lo smart working.

Le persone disabili sono un altro gruppo per cui la DaD può essere d’aiuto, in questo caso per andare incontro alle eventuali difficoltà negli spostamenti, alle esigenze sanitarie o ai bisogni specifici individuali. È però importante mantenere sempre aperta l’opzione in presenza, che per i disabili più che per altri significa scambio e integrazione.

Vi sono poi studenti lavoratori, genitori e caregiver, giovani e meno giovani, che con molta fatica e molte rinunce portano avanti gli studi, accumulando anni fuori corso e arrivando spesso a rinunciare.

Buona parte di questi studenti non frequenta le lezioni e si trova in difficoltà laddove vi siano attività con obbligo di frequenza. Chi lavora chiede continui permessi che in alcuni casi potrebbero essere evitati, mentre chi si prende cura dei figli o di persone care non autosufficienti si trova, nella migliore delle ipotesi, a dover pagare qualcuno che prenda il suo posto.

Per loro, che nella maggior parte dei casi non hanno altra risorsa didattica che i libri di testo, sarebbe un grande aiuto avere a disposizione materiali, lezioni ed esami fruibili a distanza.

“Con un lavoro part-time e un familiare che necessita di costante accudimento,” si legge in una testimonianza raccolta da UNIDAD “con la DaD sono riuscita a seguire tutte le lezioni, alcune registrate dal docente stesso o da colleghi. Non posso spiegare quanto sia bello riuscire a portare avanti gli studi frequentando, ma avere comunque il modo di lavorare e accudire un familiare in difficoltà”.

dad in università
Photo by Emmanuel Ikwuegbu on Unsplash

Altre categorie di persone, meno visibili, sono coloro che per difficoltà di natura psichiatrica o psicologica faticano ad affrontare situazioni pubbliche. In questi casi lo strumento digitale può essere una sorta di barriera protettiva che consentirebbe loro di concentrarsi, ad esempio durante un esame, sui contenuti anziché sul contesto.

Per motivi analoghi, la DaD in università sarebbe d’aiuto anche a coloro che hanno un disturbo specifico dell’apprendimento, come la dislessia o la disgrafia.

La DaD come opzione complementare, non sostitutiva

Sebbene per le categorie di cui abbiamo parlato vi siano evidenti vantaggi immediati nelle lezioni a distanza, gli strumenti e le abilità con cui docenti e studenti hanno familiarizzato durante la DaD sono spendibili anche per arricchire e potenziare la didattica tradizionale.

Un esempio – adatto non solo alle università – è la flipped classroom, ovvero un modello “rovesciato” secondo cui la lezione si fa a casa, con video didattici e materiale multimediale, mentre il tempo in aula viene usato per discutere e cooperare intorno al tema di studio. In questo caso il docente è un facilitatore, mentre studenti e studentesse sono spronati ad essere autonomi e attivi.

La flipped classroom non è che un esempio. Le modalità di una formazione a distanza sono tante e diverse, ma tutte richiedono la disponibilità da parte dei docenti ad aggiornarsi e sperimentare. Non mancano in questo campo gli studi e le riflessioni da cui prendere spunto.

DaD in università: i punti critici

Come tutte le nuove abitudini che abbiamo dovuto imparare dal marzo 2020 in avanti, la DaD finirà forse col cambiare la nostra concezione di scuola, di didattica, di confronto intellettuale. Non mancano le criticità di un progressivo allontanarsi, nel momento in cui il distanziamento si fa strutturale ed entra nella coscienza collettiva come una condizione intercambiabile alla presenza, non più necessaria.

La possibilità di scegliere la didattica a distanza, ad esempio, potrebbe indurre qualche giovane che avrebbe la possibilità di frequentare a rinunciare a farlo. In questo caso, andrebbe perso il valore aggiunto di un’esperienza ben più completa e formativa rispetto al solo aspetto didattico. Questo rischio non sussiste, secondo Atzeni:

Da quello che possiamo vedere dal nostro osservatorio, chi può andare in aula non ha certo intenzione di stare a casa, a parte una piccola minoranza. La paura che le aule si svuotino è infondata.

E aggiunge: “Io ho fatto il mio primo corso di laurea in presenza ed è stata un’esperienza che mi ha fatto crescere, indimenticabile. Non consiglierei mai a nessuno di rinunciarvi. La DaD in università serve soprattutto per coloro che la crescita intellettuale e la socialità li trovano in un altro ambiente, che sia il lavoro, la famiglia o altro. Sono proprio due popoli diversi, anche se si possono intersecare”.

Un’altra possibile trappola nascosta nel distanziamento strutturale è la difficoltà nel portare avanti un vitale dialogo intellettuale, alla base di una crescita di conoscenza che nelle università ha il suo cuore pulsante. Gli strumenti digitali consentono ormai di condividere dati in modo efficiente, ma viene da chiedersi se non possa mancare una certa fertilità di idee, di quelle che nascono dal confronto non mediato, anche informale, tra persone diverse.

Altre critiche alla DaD si basano sul fatto che questa modalità può portare ad un impoverimento della didattica, riportandola indietro ad un’impostazione frontale: l’insegnante parla, gli studenti – oltre lo schermo – ascoltano.

“Nell’esperienza che ho fatto negli ultimi due anni” dice però Atzeni “non l’ho vissuta come impoverita. Io ho trovato che la possibilità di interagire c’è e anzi, essendo una persona piuttosto timida, avere uno schermo tra me e la persona con cui parlo mi dà più fiducia, anche agli esami. È molto personale, molti altri preferiscono stare faccia a faccia. Ovviamente ci sono materie che non possono essere fatte in DaD, ad esempio quelle sanitarie, ma tanti infermieri e medici con cui abbiamo parlato dicono che una buona parte è teoria che potrebbe essere fatta a distanza. Ovviamente la parte pratica va fatta in presenza”.

Un’ultima criticità riguarda questioni di privacy e controllo da parte di chi gestisce le piattaforme e i server attraverso cui passano i dati. In molti casi, nell’urgenza di trovare soluzioni, gli atenei si sono consegnati alle piattaforme statunitensi, nonostante esistessero soluzioni basate su software open source che possono essere gestite direttamente dalle università.

Non è solo un problema di dati personali e di posta elettronica (che nel caso di Gmail come di altri porta con se un pacchetto di servizi che possono presto diventare pervasivi), ma anche di autonomia dell’università in quanto luogo di costruzione di conoscenza e conservazione di dati scientifici.

“Penso che alcuni docenti abbiano questa ansia da controllo” conferma Atzeni. “La questione più critica è quella degli esami. Per questo esistono degli strumenti di proctoring. Nell’ultima mail che ci ha mandato il rettore si dice che gli esami orali possiamo continuare a farli online, ma gli scritti no, perché ci sono stati problemi giudiziari. Sicuramente è un problema che deve essere affrontato, ma che si pone nel momento in cui ci si mette nell’ottica di trovare seriamente una soluzione. Tutti i problemi di privacy e copyright possono essere risolti se solo lo si vuole.”

DaD in università: il punto di vista di docenti e ricercatori

Secondo la ricerca “Universi-DaD – Gli accademici italiani e la didattica a distanza durante l’emergenza Covid-19” (pdf), dal punto di vista di docenti e ricercatori l’esperienza della DaD in università nel primo semestre di Covid è stata complessivamente positiva, con alcune criticità.

In particolare, i risultati dicono che i ritardi nell’avvio delle lezioni sono stati contenuti e le ore di lezione non si sono discostate molto da quelle previste. La stragrande maggioranza dei docenti è riuscita a svolgere tutto il programma di insegnamento, adattando le proprie strategie didattiche all’insegnamento a distanza. Le lezioni si sono fatte prevalentemente in streaming e gli esami si sono svolti regolarmente. Infine, non meno importante, dal loro osservatorio il numero di studenti frequentanti non è diminuito.

Photo by Sharon McCutcheon on Unsplash

Docenti e ricercatori, però, mettono in luce anche aspetti negativi e stressanti. La maggior parte di chi ha svolto ruoli di coordinamento, ad esempio, è stata molto impegnata in riunioni organizzative, nel coordinamento dei docenti e nella comunicazione con gli studenti.

La maggior parte dei docenti ha visto aumentare il tempo necessario a preparare le lezioni e quello per organizzare e condurre gli esami. Gli intervistati hanno soprattutto incontrato problemi didattici connessi al poco tempo disponibile per adattare i loro insegnamenti alla didattica online e alla poca familiarità con le piattaforme tecnologiche. Ci sono state poi difficoltà di interazione con gli studenti e nello svolgere esercitazioni pratiche.

Confrontando le modalità didattiche praticate prima e durante l’emergenza, secondo gli intervistati l’emergenza ha comportato un drastico ridimensionamento e la didattica si è semplificata, tornando ad un modello tradizionale trasmissivo.

Quanto alle prospettive per il futuro, poco più della metà dei e delle docenti vorrebbe che almeno una parte della didattica venisse svolta integrando le lezioni in presenza con attività online. Secondo loro, infatti, una forma mista migliorerebbe l’apprendimento. Poco meno della metà vorrebbe, invece, tornare appena possibile alla situazione precedente all’emergenza.

Dad in università: le proposte di UNIDAD

L’organizzazione studentesca UNIDAD, attraverso il suo manifesto, propone di “promuovere la prosecuzione e l’implementazione in tutti gli atenei della DaD quale prezioso strumento integrativo e complementare – non in sostituzione e mai in contrapposizione alla didattica tradizionale in presenza – anche in futuro, sulla scorta di quanto già sperimentato durante il periodo di emergenza sanitaria.” Nella pratica, UNIDAD chiede di:

  • Mantenere la DAD in affiancamento alle modalità convenzionali in tutti gli atenei del Paese.
  • Rendere fruibile a tutti gli studenti iscritti la diretta in streaming delle lezioni e la relativa videoregistrazione.
  • Garantire il sostenimento degli esami e delle verifiche del profitto anche online.
  • Aumentare gli investimenti destinati alle dotazioni tecnologiche degli atenei e programmare corsi di aggiornamento per i docenti e per il personale tecnico-amministrativo.
  • Istituire un coordinamento nazionale per l’erogazione della DAD, per evitare divari e disparità tra gli atenei e sfruttare i vantaggi di economie di scala per l’ottenimento delle licenze o per la realizzazione di una piattaforma condivisa.

Per chi vuole unirsi alle sue battaglie, UNIDAD è facilmente rintracciabile sul web, racconta Atzeni: “Abbiamo una petizione su change, che attualmente ha raggiunto 15 mila firme, un gruppo Facebook con 13 mila iscritti dove le persone lasciano le loro testimonianze. Abbiamo tentato di metterci in contatto più volte con le istituzioni, dal Presidente della Repubblica ai vari ministri e rettori, ma abbiamo avuto poche risposte e poca attenzione.”

Per concludere, possiamo dire che la DaD è senz’altro un’opportunità a cui non mancano aspetti critici, tutti risolvibili nel momento in cui il tema dovesse essere preso in carico in modo serio, ad esempio nell’ambito di una riforma. Il suo punto di forza più prezioso è l’inclusività. Senza nulla togliere all’importanza della didattica in presenza, che male c’è se grazie alla DaD chi oggi è escluso domani potrà scegliere di studiare e laurearsi?

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Educatore professionale e formatore, ha lavorato in diversi ambiti del terzo settore. Nel suo lavoro mescola linguaggi e strumenti per creare occasioni di crescita personale attraverso esperienze condivise. Per Le Nius scrive di temi sociali e non profit.
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