Non profit in Italia | I numeri di un settore in crescita12 min read

5 Gennaio 2021 Non profit -

Non profit in Italia | I numeri di un settore in crescita12 min read

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Offrono servizi dove mancano, animano l’ambiente culturale, danno lavoro a molte persone. E non lo fanno per arricchirsi. Sembra il profilo dei personaggi di una serie tv, per una volta non distopica, ma è soltanto una breve descrizione delle organizzazioni non profit in Italia.

Grazie ai dati Istat e di altre fonti ci addentriamo in questo mondo. Scopriremo che è un settore diversificato, in crescita, capace di dare lavoro a centinaia di migliaia di persone e che, anche se si chiama non profit, ha bisogno di soldi per sopravvivere e portare avanti il proprio operato.

Cosa sono le organizzazioni non profit

Con l’espressione non profit intendiamo quelle organizzazioni private che non hanno scopo di lucro e che hanno una utilità sociale, operando in campi come cultura, assistenza sociale, istruzione, ricerca, sanità, cura e difesa dell’ambiente.

I principali tipi di ente non profit in Italia sono le associazioni, le organizzazioni di volontariato (ODV), le associazioni di promozione sociale (APS), le imprese sociali (comprese le cooperative), le fondazioni, le società di mutuo soccorso, gli enti filantropici e le reti di associazioni.

Le non profit appena elencate sono anche enti del terzo settore, così come viene definito dal nuovo codice in vigore dall’agosto 2017.

È necessario precisare che l’universo del non profit in Italia in senso allargato non coincide del tutto con gli enti del terzo settore. Nel non profit ci sono infatti enti senza scopo di lucro che non hanno le caratteristiche per rientrare fra gli Enti di Terzo Settore come definiti dal codice: sindacati, formazioni e associazioni politiche, associazioni professionali e di rappresentanza di categorie economiche, associazioni di datori di lavoro.

Quante sono, dove sono e cosa fanno le non profit in Italia

Secondo Istat (dati al 31 dicembre 2018) le non profit in Italia sono 359.574, pari all’8,2% delle imprese dell’industria e dei servizi. Il loro numero cresce costantemente ogni anno del 2% circa ed è in crescita da sempre: nel 2001 erano poco più di 235 mila, mentre nel 2011 circa 301 mila.

Più della metà delle organizzazioni non profit si trova nelle regioni del nord, dove se ne contano 182 mila, mentre circa 80 mila si trovano al centro e oltre 97 mila nel mezzogiorno. A livello nazionale, la regione che ne conta di più in termini assoluti è la Lombardia, con oltre 57 mila. Seguono Lazio (33 mila), Veneto, Piemonte, Emilia Romagna e Toscana. A contarne meno sono Valle d’Aosta (meno di 1.500), Molise e Basilicata.

Un dato più rilevante, però, riguarda la presenza di questo tipo di organizzazioni ogni 10 mila abitanti. Considerato il tipo di attività in cui sono impegnate, le organizzazioni non profit si assumono il compito di arricchire, completare e talvolta ahimè di sostituire, il servizio pubblico. La loro presenza in rapporto alla popolazione, quindi, è importante perché consente di capire quanto un territorio possa fare affidamento sui servizi che queste istituzioni forniscono. Possiamo inoltre considerarla un indicatore del coinvolgimento dei cittadini in attività senza scopo di lucro di utilità sociale, dal momento che molti enti si muovono nell’ambito della solidarietà e si avvalgono di volontari.

non profit italia

Ebbene, il territorio con un maggior numero di organizzazioni non profit ogni 10 mila abitanti è la Provincia Autonoma di Trento, che ne conta 119. Seguono Valle d’Aosta (112), Provincia Autonoma di Bolzano (106) e Friuli Venezia Giulia (91). Dall’altro capo della classifica troviamo Sardegna (22), Campania (37), Sicilia (45) e Puglia (46).

La situazione però cambia nel tempo. Sebbene la presenza di organizzazioni non profit in termini assoluti sia più diffusa nelle regioni del nord, sono le non profit del mezzogiorno ad aumentare in modo più significativo. In particolare, nel 2018 c’è stata una crescita del 4,5% nelle isole e del 4,1% al sud. Gli aumenti più importanti riguardano Sardegna (+8,9%), Puglia (+7,8%), Calabria (+6,8%) e Basilicata (+3,8%), mentre il Molise è l’unica regione in cui si è avuta una riduzione (-4,4%).

L’evoluzione positiva per il mezzogiorno vale anche per il numero di non profit in rapporto alla popolazione: tra il 2017 e il 2018 il numero di istituzioni ogni 10 mila abitanti passa da 48,3 a 50,7 nelle isole e da 43,7 a 45,7 al sud.

Forme giuridiche e ambiti di intervento delle non profit in Italia

La maggior parte delle organizzazioni non profit In Italia si occupa di cultura, sport e ricreazione (64,4%). Tra gli altri ambiti di intervento, tutti con numeri molto più bassi, spiccano assistenza sociale e protezione civile (9,3%), relazioni sindacali e rappresentanza di interessi (6,5%), religione (4,7%), istruzione e ricerca (3,9%) e sanità (3,5%).

Anche in questo caso, la situazione è in evoluzione. L’aumento più significativo, tra il 2017 e il 2018, ha riguardato l’ambito della tutela dei diritti e dell’attività politica (+9,9%), assistenza sociale e protezione civile (+4,1%), filantropia e promozione del volontariato (+3,9%) e relazioni sindacali e rappresentanza interessi (+3,7%).

La forma giuridica più diffusa tra le non profit in Italia è l’associazione (riconosciuta e non), che riguarda oltre l’85% del totale. Seguono le cooperative sociali (4,4%) e le fondazioni (2,2%), mentre il restante 8,4% rientra in altre forme giuridiche (enti ecclesiastici, società sportive dilettantistiche, comitati, società di mutuo soccorso e imprese sociali).

La crescita più rilevante, tra il 2017 e il 2018, ha riguardato le fondazioni, che sono aumentate del 6,3%, mentre sono diminuite (ma solo dello 0,1%) le cooperative sociali.

Incrociando i dati relativi a settore di intervento e forma giuridica vediamo che le organizzazioni di volontariato, le imprese sociali e le Onlus (che non sono soggetto giuridico a sé ma una categoria, eliminata dalla riforma del terzo settore, nella quale alcuni enti rientrano per poter godere di un regime fiscale particolare) si occupano principalmente di assistenza sociale e protezione civile, con percentuali oltre il 40%. Le associazioni di promozione sociale, invece, si occupano quasi esclusivamente di cultura, sport e ricreazione (83%).

Lavorare nel non profit: una realtà tutt’altro che marginale

Il non profit non è soltanto una risorsa in termini di servizi e stimoli culturali. È anche un settore che dà lavoro a 853.476 dipendenti, circa il 7% rispetto al totale impiegato nelle imprese dell’industria e dei servizi.

Il loro numero è in costante aumento, anche se meno significativo per quanto riguarda l’ultima rilevazione. I e le dipendenti del settore non profit in Italia sono infatti aumentati dell’1% tra il 2017 e il 2018 e del 3,9% tra il 2016 e il 2017.

Se si considera un periodo di tempo più lungo si nota come la crescita sia costante e significativa. Nel 2001, infatti, i e le dipendenti del non profit erano 488.523, poco più della metà attuale, e nel 2011 erano 680.811.

Su oltre 850 mila dipendenti del non profit in tutta Italia, il 57% (493 mila) si trova al nord, 194 mila al centro, 104 mila al sud e 63 mila nelle isole. La regione che conta più dipendenti è la Lombardia, che con 190 mila persone impiegate supera l’intero mezzogiorno. Seguono Lazio (110 mila), Emilia Romagna (81 mila) e Veneto (80 mila). A contarne meno sono Valle d’Aosta (1.775), Molise (3.631) e Basilicata (5.987).

Come per le organizzazioni, è più interessante considerare la concentrazione dei e delle dipendenti delle non profit ogni 10 mila abitanti. Con questo dato riusciamo a capire quanto la presenza delle organizzazioni possa essere una risorsa per l’impiego professionale, oltre che dal punto di vista dei servizi offerti.

Il nord rimane un territorio privilegiato, con 181,4 dipendenti ogni 10 mila abitanti nelle regioni del nord-ovest e 175,5 nel nord-est. Considerata la media nazionale di 141,4, la situazione è ancora positiva al centro (161,2), mentre lo è meno nelle isole (94,9) e al sud (74,3).

lavoratori non profit

Considerando i singoli territori, ad avere una maggiore concentrazione di dipendenti impiegati nelle organizzazioni non profit è la Provincia Autonoma di Trento (249,2), seguita da Lombardia e Lazio (189), Emilia Romagna (182) e Provincia Autonoma di Bolzano (181). Tra le regioni del mezzogiorno spiccano positivamente Sardegna (135), il Molise (119) e la Basilicata (106).

Sebbene rappresentino appena il 4,4% degli enti, sono le cooperative sociali ad impiegare la maggior parte di dipendenti (53%). Il 19,2% è invece impiegato nelle associazioni, il 12,2% nelle fondazioni e il 15,5% in altre forme giuridiche.

Il dato più sorprendente, però, riguarda il fatto che nel complesso l’85,5% delle istituzioni non profit non ha dipendenti, facendo quindi ricorso al lavoro volontario o ad altre forme di collaborazione. A operare in questo modo sono soprattutto le organizzazioni di volontariato e le associazioni di promozione sociale.

Per quel che riguarda gli ambiti di intervento, la distribuzione del personale dipendente è concentrata in pochi settori: assistenza sociale (37,3%), sanità (21,8%), istruzione e ricerca (15,0%) e sviluppo economico e coesione sociale (12,0%).

Ricordiamo che questi dati riguardano il 2018, quando la crisi sanitaria ed economica causata dal Covid-19 era ancora di là da venire. Sarà importante vedere i dati relativi all’anno 2020 e successivi per valutare davvero l’impatto che la pandemia sta avendo, proprio ora, sul mondo non profit. Questi inevitabili cambiamenti, uniti a quelli portati dagli effetti della riforma del terzo settore, potrebbero cambiare il volto del non profit in Italia in modo considerevole nei prossimi anni.

Come si sostengono le non profit

Il denaro è spesso un punto dolente per le non profit, sia quando c’è che quando manca. Quando hanno fondi a disposizione, le non profit possono essere guardate con sospetto, anche a causa di (pochi) casi di cattiva gestione portati alla ribalta da (molti) casi di cattiva informazione, vere e proprie campagne di delegittimazione del non profit a scopi di propaganda politica. Quando invece il denaro manca, semplicemente, le non profit chiudono.

Già, perché senza scopo di lucro non significa senza impiego di denaro. Lo statuto delle non profit in Italia vieta di distribuire eventuali profitti ai membri che ne fanno parte o a dipendenti (a parte un equo stipendio!) e obbliga invece a reinvestirli nell’attività svolta.

Attività che ha bisogno di denaro per essere portata avanti; per pagare gli stipendi, di sostenere le spese di ordinaria amministrazione, acquistare beni di consumo, finanziare i progetti e i servizi che si offrono.

Come fanno le non profit a trovare il denaro necessario per sostenersi? Lo abbiamo spiegato in questo articolo.

Da dove vengono e dove vanno le donazioni

Insieme a compensi per i servizi che offrono, convenzioni con enti pubblici, progettazione su bandi e altre fonti di finanziamento, le donazioni sono una delle voci di entrata più importanti per il non profit (almeno, per alcune organizzazioni).

Il rapporto Istat indaga perciò anche questo aspetto. Riguardo al 5 per mille, la scelta dei contribuenti ha premiato maggiormente le non profit operanti nell’assistenza sociale e protezione civile (25,0%), dell’istruzione e ricerca (23,2%), della sanità (15,6%) e della cooperazione e della solidarietà internazionale (12,3%). Il settore della cultura, sport e ricreazione, nonostante raccolga oltre il 40% delle istituzioni non profit destinatarie del 5 per mille, ha ricevuto “solo” il 12% delle preferenze.

Precisiamo che non tutte le organizzazioni non profit in Italia accedono al 5 per mille, ma soltanto quelle che si sono iscritte agli elenchi dei beneficiari (il 16,8% del totale nel 2018). Si tratta di una procedura che richiede azioni attive e persone in grado di seguirne gli adempimenti, motivo per cui spesso le organizzazioni più piccole o meno strutturate vi rinunciano.

non profit in italia

Più in generale, secondo la ricerca internazionale Global trends in giving 2020, che indaga i comportamenti donativi verso gli enti non profit, le cause sociali più sostenute dagli italiani riguardano giovani e bambini (23%), salute e benessere (23%) e gli aiuti umanitari (21%).

La maggior parte dei donatori italiani sceglie organizzazioni italiane (68%), mentre tra quelle straniere le più scelte si trovano negli Stati Uniti, Nepal e India.

A donare di più sono le persone tra i 40 e i 55 anni (34%). Seguono da vicino coloro che hanno tra i 23 e i 39 anni (32%) e tra i 56 e 74 anni (30%). Donano meno i più giovani e le persone molto anziane.

Il web si rivela il canale più proficuo per le donazioni. Il 58% degli intervistati, infatti, ha donato online, il 39% con bonifico, il 23% tramite PayPal e il 12% attraverso SMS solidali.

Allargando lo sguardo all’intero pianeta, più della metà dei donatori coinvolti nella ricerca (52%) si trova in Nord America, il 18% in Europa, il 15% in Asia, l’11% in Sud America e il restante 4% diviso in parti uguali tra Africa e Oceania.

Pandemia e non profit in Italia

Rimanendo in tema di donazioni, l’emergenza sanitaria dovuta al Covid-19 sembra aver avuto un effetto positivo, almeno per quegli enti impegnati sul fronte dell’emergenza sanitaria e sociale. Molte persone si sono trovate a riflettere sull’importanza di una responsabilità collettiva e si sono sentite di dare un contributo a queste organizzazioni. Il 66% dei partecipanti allo studio appena citato, infatti, ha dichiarato di aver fatto donazioni per l’emergenza Covid-19.

Secondo una mappatura di Italia Non Profit, tra il 13 marzo e il 15 aprile 2020 c’è stato un picco storico di donazioni online e sono stati registrati aiuti per oltre 650 milioni di euro. Allo stesso tempo il 78% degli enti intervistati aveva più che dimezzato le attività.

In altre parole, se per alcuni è aumentata l’attività di raccolta fondi, per altri è a rischio la stessa sopravvivenza. Lo conferma un’indagine di Cesvot, strutturata con oltre 600 interviste a responsabili di enti del terzo settore della Toscana nei mesi di giugno e luglio del 2020.

Secondo il report, gli enti che hanno incrementato le loro attività sono l’8%, mentre il 19% ha mantenuto lo stesso livello pre-Covid. Il restante 72% lamenta una riduzione o, nel 14,2% dei casi, una chiusura delle attività. A parte questi ultimi, la maggior parte degli enti coinvolti ha cambiato le sue modalità organizzative durante l’epidemia.

Per quanto riguarda gli effetti della pandemia sulle risorse economiche, la metà degli enti toscani si trova in una situazione molto difficile: il 16,3% ha perso gran parte delle risorse di cui avrebbe bisogno per svolgere le sue attività e il 33,5% registra rilevanti difficoltà economiche. Il 38,5% lamenta difficoltà che non impattano però sulle proprie attività. Per una minoranza di enti la situazione economica è invariata o migliorata: il 10,9% non registra alcuna difficoltà e solo lo 0,9% ha più risorse di prima.

Sono dati confermati a livello nazionale anche da un’analisi di Italia Non Profit, secondo cui il 93% degli enti non profit in Italia prevede una diminuzione delle entrate per il 2020, l’80% con una riduzione molto significativa.

Oltre l’80% degli enti rispondenti all’indagine teme che questo scenario possa ripercuotersi in una perdita di posti di lavoro, cospicua nel 50% dei casi. Ad essere colpite sono soprattutto le attività educative, formative, culturali e, in misura minore, di assistenza alla persona.

L’utilizzo da parte degli enti del terzo settore dei provvedimenti di sostegno emanati dal governo è finora scarso: secondo il citato rapporto Cesvot, il 73,7% delle organizzazioni toscane non ha potuto utilizzare nessuno strumento fra quelli finora disponibili, il 9,2% pensa di utilizzarli in futuro, solo il 17,3% lo ha già fatto.

Riguardo alle aspettative per il futuro si registra uno scollamento degli intervistati fra una visione negativa del futuro del non profit in Italia e una più ottimista: solo il 3% ritiene che per il terzo settore in futuro tutto sarà più facile, mentre il 22% ritiene che l’epidemia rappresenti sostanzialmente una parentesi e tutto tornerà come prima. I tre quarti degli intervistati, però, ritengono che tutto sarà molto più difficile.

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Andrea Genzone

Educatore professionale, lavora in contesti di disagio sociale. Cura il blog andreiaway.it e ha pubblicato il libro Funamboli sulla strada, l'infanzia che resiste a Città del Guatemala (Sensibili alle foglie, 2017). Per Le Nius scrive di temi sociali e non profit.
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