Musica in ascolto

di

In ascoltoLa collega con cui lavoro a stretto contatto ogni giorno mi accusa di avere selective hearings, praticamente sento solo quello che mi serve di sentire, per proteggere il mio orecchio e il mio cervello da chiacchiere o suoni che ritengo superflui. In questo modo però il mio ascolto nei confronti di ciò che mi si muove attorno non è mai totale.

Di musica ne capisco poco. Nel senso che non so suonare uno strumento, non conosco i nomi dei compositori classici e sono poco aggiornata pure sul contemporaneo. Ma l’adoro. Quando mi imbatto in qualcosa che mi cattura sono capace di ascoltarlo mille volte, fino ad odiarlo.

Consumo la musica soprattutto quando sono intenta a fare qualcosa di fisico (cucinare, spolverare, correre) e mai il mio ascolto è un’azione fine a se stessa. Non mi siedo ad ascoltare, non dedico del tempo a sentire.

Nell’ansia di ottimizzare i tempi l’ascolto è relegato sempre ad un accompagnamento di un altro gesto, di un’altra esperienza. In questo modo il mio orecchio non viene attraversato dalle vibrazioni che rimangono al lobo e, impegnata a fare altro, dopo poco la musica addirittura scompare e non la sento più.

Ma ieri sono stata scossa dal mio torpore di ascoltatrice distratta e superficiale e la musica si è fatta ascoltare, sul serio.

Sono stata alla Royal Festival Hall ad assistere a un concerto della London Philharmonic Orchestra diretta da Jurowski su Brahms e Beethoven.  L’auditorium si riempie in un nonnulla. I musicisti fanno il loro ingresso, rivolgono uno sguardo alla sala gremita e nei loro occhi e sulle loro labbra balena un “wao!” incontenibile, si aggrappano al proprio strumento di salvataggio e prendono posto.  Da quel momento in poi i loro corpi, i loro capelli, i loro sguardi non conteranno più, o meglio: saranno messi tutti al servizio dello strumento, il vero protagonista, quello che non può fallire.

Ma io mi concentro proprio su quelli. Le donne hanno tutte i capelli appena lavati ma elettrizzati e senza una piega, vestono in nero ma ognuna a suo modo, alcune eleganti, altre un po’ sciatte. Gli uomini sono in frac ma hanno le scarpe tutte diverse, lucide e raggrinzite. Entra il maestro accompagnato dalla pianista, che si capisce subito essere l’elemento più importante. Si parte.

Mi metto comoda, apro le orecchie.

Il suono è nello spazio in maniera assolutamente concreta e tangibile. È nella nuca, è nelle gambe. Avvolge, sorprende, sospende.

Mi giro a osservare il pubblico. Facce estasiate (anche se qualche giapponese già dorme). Osservandole, una banalità assurda diviene per me una rivelazione folgorante: il fatto che un notevole gruppo di persone di diversa età si sia preso il tempo di andare in un luogo, sedersi e mettersi in ascolto.

Un’esperienza antica quanto la musica eppure così nuova per me. Sono stata a molti concerti di vario genere nella mia vita ma le condizioni fisiche sempre un po’ estreme in cui mi trovavo rendevano quell’evento ricco di altri elementi fuorvianti. Quei dettagli di cui mi sono interessata all’ingresso dei musicisti sono appigli visivi per chi come me non è abituato a far funzionare davvero le orecchie.

Qui l’unico vero protagonista è il suono. Non mi sono persa a immaginare storie struggenti nei passaggi che al mio orecchio pop parevano più amorosi, non ho associato l’incedere delle note a immagini movimentate, mi sono dedicata al suono che da fuori è entrato ed è poi uscito di nuovo, vibrando di virtù propria.

Un’esperienza esaltante di pazienza e apertura. E di pazienza.

Immagine / Chagall, La Primavera

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Si laurea in Storia del Teatro e dello Spettacolo e conduce laboratori teatrali con ragazzi disabili e pazienti psichiatrici. Si specializza in Pedagogia e Didattica del teatro presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico. Fonda un centro di narrazione teatrale. Nel 2011 si trasferisce a Londra dove frequenta un corso per Drama Teaching e fa la steward per lo Shakespeare Globe Theatre.

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