La crisi del terzo anno

di
mourinho terzo anno
@fifa

José Mourinho, un mese fa:

Sindrome da terzo anno? Cliccate Google invece di fare domande stupide.

Fatto.

José Mourinho, al termine della terza stagione sulle panchine di Chelsea e Real Madrid, ha portato a casa una FA Cup ed una Coppa di Lega inglese con i londinesi (2006/2007) ed una Supercoppa spagnola con i blancos (2012/2013).

La domanda non è poi così stupida, se si parla di uno dei tecnici più vincenti della storia del calcio. La domanda non è poi così fuori luogo, se si considera lo stato attuale del Chelsea, sedicesimo in Premier dopo otto giornate, a -10 dal City capolista.

Mourinho terzo anno: la rivoluzione necessaria

Non è una questione di titoli, ma strutturale. Escludendo la stagione 2007/2008, culminata con il primo addio al Chelsea, dal 2002 in poi Mourinho non ha mai chiuso un’annata con “zero tituli”. Eppure qualcosa, al terzo anno, si rompe sempre. Il portoghese riempie la bacheca con nuovi trofei, lasciandosi però alla spalle un cumulo di macerie da ultima battaglia. Le guerre, quelle vere, le vince nel primo e nel secondo anno. Poi lo spogliatoio implode, accartocciandosi su se stesso. Il condottiero lusitano perde la via maestra ed il controllo dei suoi uomini, appagati e svuotati. La strategia mourinhana, la ricerca del nemico da combattere ad ogni costo, paga per i primi due anni, poi l’idillio finisce. Si supera un limite dopo un percorso sfiancante, senza trovare un nuovo orizzonte. Ad un ciclo di successi, normalmente, segue una rivoluzione, un nuovo corso, ma non nel caso del portoghese. L’ennesima sfida, nel suo caso, si trova altrove. Non ci si può accontentare di una FA Cup qualunque o di un’inconsistente Supercoppa spagnola, d’altronde. Non se ci si chiama José Mourinho.

Che succede al Chelsea?

Tutti i problemi del Chelsea di oggi sono una naturale conseguenza. Mourinho, presuntuoso e sfrontato, snobba la campagna acquisti estiva, poco “cheap” e molto infruttuosa, si affida ai soliti uomini e perde come non aveva mai fatto in carriera. Falcao, a Londra per caso, è sbarcato (di nuovo) nella terra d’Albione per volontà del suo agente, Jorge Mendes (lo stesso di Mourinho), più che della società. Al giovane Baba, pagato 20 milioni di euro, viene preferito il vecchio Ivanovic, ormai incapace di sostenere con efficacia la doppia fase. Riportare Azpilicueta nel ruolo naturale da terzino destro e lanciare il ghanese ex Augusta sulla fascia sinistra sarebbe un’idea potenzialmente vincente, ma Mourinho è testardo. Baba, protagonista di un’ottima prestazione in Champions League contro il Maccabi Tel-Aviv, non è mai sceso in campo in Premier. Pedro, fiore all’occhiello dell’ultima campagna acquisti, stenta ad adattarsi al registro tattico del tecnico, diametralmente opposto a quello del Barcellona e della nazionale spagnola. Willian, mai tanto decisivo quanto in questo inizio di stagione, lo oscura. Cuadrado, scaricato frettolosamente da Mourinho, interpreta come pochi la doppia fase (nasce terzino, cresce da esterno offensivo) e rischia di diventare un doloroso rimpianto.


Un po’ di ironia sul rigore sbagliato da Hazard nel match di Champions contro il Maccabi.

I londinesi, in questo momento, non sono in grado di sostenere il 4-2-3-1. Un modulo relativamente difensivo, più vicino ad un 4-5-1 se applicato alla lettera dagli interpreti, sterilmente offensivo se la banda di guerrieri vista nella scorsa stagione si trasforma in un drappello di primedonne anarchiche. Hazard sembra un calciatore involuto e l’assenza prolungata di Oscar, trequartista atipico per la sua capacità di ripiegare in mediana senza perdere lucidità in zona gol, pesa come un macigno. Lo stato di forma poco brillante di Fabregas contribuisce ad aumentare la distanza tra centrocampo e attacco, costringendo Matic ad un dannoso lavoro supplementare in copertura ed i centrali difensivi ad alzare il baricentro alla ricerca del lancio lungo. Terry e Cahill, presentabili in una linea bassa, non lo sono se sono costretti ad attaccare la profondità in velocità. Un centrale rapido come Stones, richiesto a più riprese da Mourinho, sarebbe stato molto utile. I 21 gol subiti dal Chelsea in 12 partite confermano la tesi.

E poi c’è Diego Costa, fin qui autore di 2 reti in 8 presenze. Troppo poco per uno come lui, capace di mettere a segno 20 gol in 37 partite nella scorsa stagione. L’attaccante spagnolo, in un’intervista di qualche giorno fa, ha parlato della sua crisi motivandola con un presunto aumento di peso, assolvendo Mourinho da ogni colpa, ma la sensazione che dietro le sue parole ci sia la longa manus del portoghese è più che fondata.

Le soluzioni

Il Chelsea, ormai tagliato fuori dalla corsa per il titolo e discontinuo in Champions League, deve svoltare al più presto. Improbabile l’esonero di Mourinho (troppo oneroso l’ingaggio del portoghese, legato al club di Stamford Bridge da un contratto da 10 milioni di sterline a stagione fino al 2019), ancora più improbabili le dimissioni del portoghese. Abramovich continuerà con lui, nel bene e nel male. Il Chelsea pagherà le conseguenze della “crisi del terzo anno”, tutto meno che una favola giornalistica? Mourinho darà vita ad una rivoluzione? Una vera rivoluzione? Al campo l’ardua sentenza. La crisi, di motivazioni ancor più che tecnica, è un rebus di difficile soluzione ma Mourinho è un vincente per natura. Non si arrenderà così facilmente, c’è da starne certi. Cliccate Google per averne conferma.

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Guspinese. Cagliaritano. Sardo. Italiano. Europeo. Cittadino del mondo. Ventisei anni. Figlio. Fratello. Coinquilino. Blogger. Scrittore. Laureando in Lettere. Cinema. Serie Tv. Politica italiana. Politica estera. Calcio. Ciclismo. Barba. Sigarette. Il buon vino. Gianni Brera. La buona birra. Amo le virgole quanto i punti.

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