Cos’è la mitigazione urbana, potente arma nella lotta ai cambiamenti climatici

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Con il 55% di popolazione mondiale che vive in conglomerati urbani e il 70% previsto da qui al 2050, le città ricoprono da anni un ruolo importante quando si parla di cambiamenti climatici. Sono responsabili del 70% delle emissioni inquinanti in atmosfera – principale causa del riscaldamento globale – ma sono anche centri di politiche innovative e di nuovi modelli di sviluppo. Cosa si può fare nelle città per contrastare il riscaldamento globale? La mitigazione urbana è una risposta.

mitigazione urbana
Foto: climatevisuals

Ma cosa significa fare mitigazione ai cambiamenti climatici nelle città? La mitigazione urbana è l’insieme degli interventi di riduzione delle emissioni di gas clima alteranti in atmosfera, sia riducendone le fonti di rilascio, che incrementandone le fonti di assorbimento (UNEP).

La mitigazione urbana è, insieme all’adattamento, una delle due grandi strategie adottate dalle città per essere resilienti rispetto ai cambiamenti climatici; ne abbiamo scritto qui. D’altra parte, viene riconosciuta come strategia di primo piano per il raggiungimento degli obiettivi globali definiti nell’Accordo di Parigi del 2015, firmato da 195 stati con l’impegno di mantenere l’aumento di temperatura ben al di sotto dei 2°C rispetto ai livelli pre-industriali.

Parlare di mitigazione in ambito urbano significa parlare di fonti energetiche, mobilità, patrimonio edilizio e pianificazione urbana, utilizzando tecnologie innovative ma anche tradizionali, talvolta offerte dalla natura stessa.

Vediamo allora a che punto siamo con le politiche climatiche nel contesto europeo, anche alla luce degli effetti della pandemia, e alcune possibili soluzioni di mitigazione urbana in diversi ambiti come l’edilizia, la mobilità e il verde urbano.

Dal Green Deal al coronavirus

Il 2019 era stato un anno caldo per i temi ambientali, sia in termini di temperature – il 2019 è l’anno più caldo registrato nella storia dopo il 2016, il più caldo per l’Europa – sia rispetto agli impegni assunti.

Nel corso del 2019 inoltre diverse istituzioni, università e città hanno dichiarato lo “stato di emergenza climatica” firmando la dichiarazione proposta da attivisti, fondazioni e scienziati e impegnandosi a mettere in campo a breve termine risposte rapide ed efficaci per fare fronte alla crisi climatica ed ambientale.

L’anno si è concluso per l’Europa con l’adozione del Green Deal, una tabella di marcia per rendere sostenibile l’economia europea, il cui orizzonte è rendere il vecchio continente il primo ad impatto climatico zero al 2050. In questo scenario, le città avranno un ruolo determinante nel raggiungere questo obiettivo, guidando sul loro territorio un cambiamento rapido e sistemico.

Per molte di loro non è una novità: sono molte infatti le realtà urbane che all’interno di accordi e di network internazionali si sono negli scorsi anni impegnate a ridurre gradualmente le loro emissioni e a raggiungere la “neutralità carbonica” al 2050.

Il nuovo decennio è però iniziato con uno shock inaspettato. La pandemia di covid-19 ha messo in pausa le città, come il mondo intero. Le misure di protezione attivate hanno messo in luce da un lato la grande capacità di adattamento e sopportazione della comunità, dall’altro l’evidente impatto delle attività antropiche sull’ambiente circostante, da quello extra-urbano sino alle vie più interne delle nostre città.

Molte città hanno dimostrato un’inedita capacità adattiva alle nuove condizioni, lanciando ambiziosi percorsi di rinnovamento della loro struttura logistico-morfologica del post-emergenza, all’insegna della flessibilità, sburocratizzazione e adattabilità. Ne abbiamo parlato qui, ad esempio, per Milano.

Pur nella sua drammaticità, il momento storico che stiamo vivendo ci offre un’imperdibile occasione di fondare la ripresa economica sui pilastri della sostenibilità, nella consapevolezza che protezione ambientale equivale a tutela della salute umana nel lungo periodo. Della relazione tra pandemia e ambiente abbiamo detto e scritto ampiamente qui. Per questo la mitigazione urbana può giocare un ruolo determinante.

Quali interventi di mitigazione urbana?

Le città, abbiamo detto, sono responsabili di oltre tre quarti del consumo di energia globale e dell’emissione diretta e indiretta dei gas a effetto serra.

I fattori che determinano le emissioni sono molteplici: fattori economici e sociodemografici, stili di vita e tecnologie, infrastrutture e morfologia urbana, così come l’interazione di questi fattori tra loro. Ne consegue che le azioni da intraprendere per ridurre le emissioni inquinanti devono essere altrettanto trasversali e diversificate.

Più di diecimila città si sono impegnate dal 2016, attraverso il Global Covenant of Mayors for Climate and Energy – il Patto globale dei sindaci per il clima e l’energia – a ridurre del 40% le emissioni entro il 2030.

Per poter raggiungere gli obiettivi prefissati, le città sono chiamate a mettere in campo un rinnovamento delle logiche che hanno dettato la pianificazione urbanistica recente.

La domanda è, potranno queste soluzioni attuarsi nel corso di una sola generazione, o meglio di un decennio? La risposta è sì, possono. Vediamo come, in tre ambiti: edilizia, mobilità e verde urbano.

Mitigazione urbana in edilizia

mitigazione in edilizia
Foto: Arran Bee

Secondo le stime della International Energy Agency (IEA), il 40% del totale dell’energia consumata dal comparto edilizio proviene dagli ambiti urbani, che sono al tempo stesso responsabili del 40% delle emissioni globali di gas serra. In alcune metropoli come Londra, Los Angeles e Parigi, questo settore rappresenta oltre il 70% delle emissioni complessive delle città.

Scarsa qualità nelle tecnologie costruttive e nella scelta dei materiali, inadeguatezza dei sistemi di isolamento, edifici obsoleti e necessità di edilizia rapida e a basso costo hanno costituito le linee guida della costruzione di massa degli ultimi decenni. Se a questi si aggiunge un tasso del consumo di suolo, complice anche lo sprawl urbano, che nella media mondiale continua a crescere a ritmi impressionanti, ci si rende conto che un settore edilizio così energivoro non possiamo più permettercelo.

Nello scenario attuale, sono molteplici le intenzioni così come le soluzioni messe in campo dalle città di tutto il mondo per accelerare il processo di efficientamento e decarbonizzazione del settore edilizio.

Nel 2018 i sindaci di 19 metropoli, rappresentanti 130 milioni di persone, hanno dichiarato che tutti i nuovi edifici dovranno essere ad emissioni quasi zero – Nearly Zero Energy Building (NZEB) – entro il 2030. In Italia l’obiettivo è stato ancora più ambizioso: recependo nel 2013 la Direttiva Europea di tre anni prima, tutti gli edifici privati dovranno avere un fabbisogno energetico quasi nullo entro il 2021, mentre per gli edifici pubblici la scadenza è stata il 2019.

Sebbene dati relativi all’ultimo anno non siano ancora disponibili, i numeri diffusi dall’Osservatorio NZEB di Enea rilevano che già nel 2018 il numero di edifici ad energia quasi zero in Italia era più che raddoppiato rispetto all’anno precedente, passando da 600 a 1.500, complice la volontà di alcune regioni di anticipare le disposizioni.

Senza dilungarci nei tecnicismi, le tecnologie e le capacità costruttive di cui disponiamo oggi fanno sì che il raggiungimento di questi nuovi standard nel nuovo costruito non costituisca un problema. La vera sfida sta nel riqualificare l’ingente patrimonio edilizio esistente, sia pubblico che privato.

Le emissioni di gas a effetto serra connesse al comparto edilizio esistente possono essere ridotte in due modi: rendere attraverso interventi strutturali gli edifici meno energivori, aumentandone quindi le prestazioni energetiche e termiche; decarbonizzare il loro approvvigionamento energetico, scegliendo – o installando – fonti energetiche pulite e rinnovabili (sole, vento, suolo, acqua).

In questa sfida le municipalità dovranno farsi carico di piani di riqualificazione del proprio patrimonio pubblico, ma anche offrire al soggetto privato incentivi e contributi che incoraggino i loro interventi.

In questo senso, le recenti detrazioni fiscali fino al 110% introdotte dal Decreto Rilancio del Governo incentivando i privati alla riqualificazione energetico-strutturale dei propri immobili delineano una chiara presa di posizione che potrebbe gettare le basi per una nuova stagione edilizia.

Anche il concetto di “comunità energetica”, già realtà in molti stati e introdotto in Italia con il Decreto Milleproroghe, costituisce una boccata d’ossigeno per i contesti urbanizzati, nei quali un gruppo di edifici – pubblici e privati – potranno generare autonomamente la propria energia da fonti rinnovabili, scambiarla tra loro in base alle necessità e venderne o accumularne l’eccedenza.

Per i condomìni nelle città, che fino ad oggi possono utilizzare l’energia prodotta sul loro tetto per i soli spazi comuni, si tratta di una novità assoluta che potrebbe, grazie ai vantaggi economici che crea per gli abitanti, rilanciare forme di autoconsumo collettivo sostenibili. Una volta rese attuative, le comunità energetiche rappresenteranno un importante elemento per lo sviluppo di città a basse emissioni.

La mobilità

In Italia, si sa, la dipendenza dalla mobilità privata ci differenzia da molti cugini europei. Le città italiane vivono la congestione con rassegnata abitudine, mentre pedoni e ciclisti litigano per pochi centimetri di marciapiede. Complice la morfologia urbana, le abitudini e la mancata attuazione di strumenti di governo adeguati, solo in tre delle quattordici città più popolose italiane i trasporti avvengono per più del 40% a zero emissioni, ovvero tramite mezzi elettrici o spostamenti attivi. Il settore dei trasporti è responsabile al 2016 del 24% del totale delle emissioni di CO2, e di questi circa il 40% è dovuto alla mobilità urbana.

Le città devono puntare su una mobilità sostenibile, lenta e attiva. Un sistema ideale dei trasporti e delle infrastrutture e della distribuzione dei servizi che permettano di ridurre l’impatto sull’ambiente, rendendo al contempo gli spostamenti più efficienti.

Molte città stanno scegliendo una mobilità sempre più elettrica attraverso il rinnovo del patrimonio del trasporto pubblico e l’installazione di colonnine per la ricarica per le auto private, così come rappresentano una realtà ormai consolidata le iniziative di sharing – dalle auto, agli scooter, alle bici, ai monopattini – volte a ridurre il tasso di motorizzazione privata delle città.

Una mobilità sostenibile è altrettanto legata alla disciplina della pianificazione urbana. Il disegno degli spazi e delle funzioni delle infrastrutture della mobilità deve essere ripensato per dare più spazio ad una mobilità che sia attiva e collettiva.

A Parigi, da alcuni anni un modello per il modo in cui la mobilità lenta ha radicalmente orientato l’agenda politica della città, si è iniziato a costruire una ciclabile in ogni strada dell’area urbana. Una “Parigi 100% ciclabile al 2024” è una città di prossimità, a misura di persona, in cui pedoni e ciclisti potranno muoversi ovunque in sicurezza, e vuole esserlo eliminando lo spazio destinato a parcheggi. A questo si aggiunge il più recente obiettivo della “città in 15 minuti”, dove per tutti gli abitanti sia possibile raggiungere i principali servizi di base in meno di 15 minuti, a piedi o in bicicletta.

A Barcellona, invece, l’obiettivo è restituire spazio alla mobilità, alla sosta e al gioco dei residenti pedonalizzando piccole porzioni diffuse della città. L’idea, sulla scia delle sperimentazioni avviate già negli anni ottanta, è quella di sfruttare la caratteristica trama urbana della capitale catalana per formare delle Superillas, ovvero un insieme di nove isolati – un quadrato di 400×400 metri – le cui strade interne vengono chiuse al traffico, se non per i residenti ad una velocità di 10km orari. L’obiettivo è molteplice: aumentare le aree verdi della città, favorire l’attività motoria, ridurre l’inquinamento e riscoprire il rapporto e i servizi di prossimità. Ad oggi ne sono stati completati meno di una decina, ma l’obiettivo è realizzarne molti di più.

mobilità urbana
Foto: climatevisuals

Ridurre lo spazio al trasporto privato e ridurre la necessità di spostamenti sono oggi i riferimenti per ripensare la mobilità delle città del futuro. Laddove questa volontà non proviene dall’alto, ovvero dalle istituzioni, avviene dal basso, ovvero dalla comunità locale. È così che nasce l’urbanistica tattica, una modalità rapida, flessibile, leggera e partecipata di riappropriarsi dello spazio destinato a parcheggi o a strada per restituirlo ai pedoni, alla loro sosta e al loro svago, di cui fanno utilizzo anche le sperimentazioni dei super-blocchi di Barcellona prima citati.

Nato a New York nel 2010 e formalizzato nel 2015 con il libro Tactical Urbanism Short-term Action for Long-term Change, questo movimento ha reso possibile interventi sulla mobilità urbana in molte città nord e sudamericane ma anche europee, senza fare ricorso alle modalità tradizionali più strutturate, dunque più lunghe e costose.

Le modalità attuative degli interventi tattici, da qualche anno già conosciute anche a Milano con il suo programma di Piazze Aperte, stanno divenendo lo strumento privilegiato da molte amministrazioni per rilanciare in maniera rapida e capillare la mobilità urbana post-emergenza: a Lima sono 300 i chilometri previsti, 130 a Città del Messico, 35 a Bogotá e Milano, 21 a Barcellona.

Verde urbano, un bene comune

Nel significato di mitigazione climatica rientra anche l’idea di aumentare le fonti di assorbimento degli inquinanti per compensarne la loro emissione. Il verde urbano entra quindi nelle politiche di mitigazione urbana.

In qualità della sua capacità di assorbire gli inquinanti, esso può costituire un importante soluzione per i decenni a venire quando, anche a valle di un auspicato processo di decarbonizzazione, gli inquinanti rimarranno per loro natura stabili in atmosfera nel medio periodo.

Se posizionati correttamente, con le loro chiome e il loro ombreggiamento, gli alberi costituiscono anche la più efficace arma a disposizione delle città per favorire il raffrescamento diffuso ed evitare l’assorbimento del calore durante il giorno e il suo rilascio in atmosfera durante la notte. In questo modo, parchi, giardini, filari ma anche alberi in vaso agiscono contro le principali cause dei cambiamenti climatici, generando al tempo stesso qualità e vivibilità degli spazi pubblici delle città.

In questa direzione gli esempi da citare sono molteplici: dal progetto ForestaMi di Milano, che mira a piantumare tre milioni di alberi nella città metropolitana al 2030, alla Strategia di Forestazione di Melbourne e a Manchester City of Trees, così come molte altre più o meno grandi realtà. La forestazione urbana è oggi in cima alle agende delle amministrazioni di tutto il pianeta.

Mitigazione urbana: un’opportunità da non perdere

La dinamicità con cui molte città hanno accettato la sfida del Climate Change è particolarmente emblematica del cambiamento di paradigma in atto, nell’orientamento stesso dei sistemi urbani, di chi li vive e chi li governa. Dimostra la presa di coscienza della necessità di agire ad una scala locale per dare risposta a questioni di scala globale, nella prospettiva di una responsabilità e azione condivisa.

Alcune città sono divenute modelli da seguire per la loro capacità di mettere in atto strategie sistemiche e trasversali. Stando ai dati condivisi relativi all’anno 2018, Copenaghen ha visto una riduzione delle emissioni del 61%. La capitale danese si è posta l’ambizioso obiettivo di diventare carbon neutral entro il 2025 attraverso una ben definita road map delineata già nel 2009, fondata sui tre settori chiave: trasporti, energia ed edilizia.

Vento, biomassa, geotermia e teleriscaldamento serviranno l’energia e il riscaldamento; biciclette e trasporto pubblico copriranno il 75% del totale dei tragitti; un grande piano per il retrofitting degli edifici esistenti permetterà di ridurre la domanda di energia.

Un modello a cui ispirarsi, in cui il coinvolgimento di industria, utilities energetiche, amministrazione pubblica, cittadinanza ha garantito il buon esito nell’attuazione delle politiche adottate.

Le realtà urbane rappresentano quindi l’opportunità più tangibile di rivalsa del nostro pianeta, i più grandi e potenzialmente efficaci campi di sperimentazione. È questa la difficile sfida che le città mondiali sono chiamate a raccogliere per dimostrare che un’accurata pianificazione resiliente è e sarà in grado di ristabilire l’equilibrio uomo-artificio-natura da tempo dimenticato, e che l’emergenza epidemiologica ci ha così brutalmente ricordato.

Salute del pianeta e salute umana si ritrovano, come le molte altre volte della storia, indissolubilmente legate. Sta a noi decidere per il loro destino.

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Emiliana d’origine, torinese per studio e milanese per scelta, ama conoscere storie e mondi. Laureata in Architettura Sostenibile parla e ascolta di resilienza, e ama scoprire cosa rende vivibili le città. Nella sua vita la sostenibilità è un’ossessione, i tortelli un’istituzione.

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