Cosa posso dire, io, di Michele Scarponi

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michele scarponiL’ho saputo tardi di Michele Scarponi. Quando gli articoli di ricordo e di reazioni prendevano il posto della breaking news nel processo di metabolizzazione di una notizia sconvolgente. Sempre che si possa metabolizzare una notizia simile. È stata una delle prime cose che ho pensato: “Tutti lo sanno da ore e io lo sto scoprendo adesso”, mi dicevo, come se potesse essere una colpa, come se avesse potuto cambiare qualcosa saperlo prima.

Ieri, sabato 22 aprile, avevo un corso di formazione a Rovigo. Le distanze tra due luoghi le rapporto spesso alle lunghezze delle tappe di un grande giro e i 40 km tra Padova e Rovigo mi facevano pensare a una cronometro di un Tour. Cancellara avrebbe fatto prima di me anche senza andare in autostrada, probabilmente. Io sono uno di quelli che paga 2 euro e 20 centesimi di pedaggio con la carta, se serve a evitare un ritardo.

Rovigo è una città brutta con un centro storico che la eleva un po’ dalla monotonia di palazzine tutte uguali. Non c’è un’anima in giro, almeno nelle ore di pranzo. Se non avete mai avuto un corso di formazione o se non ci siete nati, è molto probabile che non ci siate mai stati. L’impressione è di trovarsi in una città in cui anche i ristoranti chiudono all’ora di pranzo.

Erano circa le due quando ho saputo di Michele Scarponi. Ero in una trattoria del centro città, uno di quei posti in cui tutto sembra essersi fermato al 1975: lo stesso arredamento, lo stesso bagno di allora, probabilmente la stessa camicia dell’oste, la pasta fresca di giornata. Sulle pareti le stampe del Rugby Rovigo che ha vinto gli scudetti e una foto della squadra di calcio locale assieme al Milan di Rivera: Rovigo-Milan 1-7, amichevole del 1971.

Ho aperto Twitter, come faccio spesso quando prendo in mano il mio smartphone. Ho letto un tweet che diceva esattamente così: “Mi chiedo come si faccia a vedere l’ultimo tweet di Scarponi e non bestemmiare”. Ho cercato Michele Scarponi, l’ho trovato tra i trend, ho capito.

L’ultimo tweet di Michele Scarponi è una foto meravigliosa con i suoi due figli in groppa, scattata la sera prima di venir tragicamente investito da un furgone durante un allenamento sulle strade intorno a casa: Filottrano, provincia marchigiana. Citando Guccini sì, vien voglia di bestemmiare, eppure tolto il magone quella resta una foto meravigliosa anche oggi, anche domani, anche sempre.

Quando muore una persona famosa ci sembra sempre un po’ di conoscerla anche se non sappiamo davvero nulla di com’era davvero. Io mi stupisco tuttora delle reazioni di mia madre, che conosco da quasi 30 anni, figuratevi se posso dire di sapere che persona era Michele Scarponi. Eppure, eppure.

Eppure Scarponi mi era simpatico. Perché era un burlone, perché sorrideva, soprattutto perché sapeva sdrammatizzare, che è una delle qualità che più apprezzo in una persona, in qualsiasi contesto. In ogni intervista, pre e post gara, Michele Scarponi dava sempre l’impressione di essere un simpatico coglione. Ed è per questo che gli volevo bene. Quel particolarissimo tipo di bene che si può volere a una persona mai conosciuta eppure ammirata, il bene che un tifoso vuole a uno sportivo.

Io non posso dire tanto di Michele Scarponi, in questi giorni avete letto e leggerete di meglio da chi lo conosceva davvero e l’ha seguito fin dall’inizio della sua lunga carriera. È stato una promessa, è stato un capitano, è stato un gregario, un grandissimo gregario. Giovane e ingenuo è anche inciampato nella trappola del doping, diventando uno degli esempi migliori di come ci si possa ricostruire una credibilità, nello sport e nella vita, anche dopo aver sbagliato.

Ho sempre visto con fastidio gli albi d’oro rivisti in seguito alle squalifiche, tanto più considerando che la sanzione che tolse il Giro del 2011 a Contador è una delle più discutibili del ciclismo recente. Sarà un po’ paraculo, ma oggi è molto bello che ci sia il nome di Michele Scarponi impresso su quel Giro. Non fosse altro perché potrà aiutare la memoria, che ha sempre la necessità di trovare un appiglio facile.

Come gli scudetti del Delta Rovigo in una trattoria del centro, come la foto di quella volta che c’era Rivera al Gabrielli, anche questo articolo è un appiglio. E come tale servirà molto più a me che a voi, che probabilmente vi state ancora chiedendo che cazzo c’entra Rovigo con Scarponi. Niente. E tutto, nella mia memoria.

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Statistico atipico, è amministratore e moderatore dei profili social di Le Nius, e formatore di scrittura per il web e comunicazione social. Scrive e parla di sport, ha fondato e conduce il podcast sul calcio Vox2Box. Una volta ha intervistato Ruud Gullit, ma forse lui non si ricorda. [email protected]

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