È un mondo pieno di Messi

di
messi nel mondo
@MarcelRoz

Qui una volta erano tutti Maradona. Bastava avere un buon piede su due, una catena montuosa o una penisola di riferimento e si poteva diventare il Maradona del Golfo, del Bosforo, di Calabria, di Ostrava. Il dibattito sul miglior giocatore della storia è destinato ovviamente a non chiudersi mai, ma Lionel Messi ha già messo a segno una vittoria temporanea sul Pibe de Oro e sui colleghi di tutto il mondo diventando una pietra di paragone, un nome comune, un’unità di misura.

Il pianeta pullula di Messi di tutte le provenienze, le forme e i colori. Persino Abu Bakr al-Baghdadi, anni prima di proclamare la nascita del califfato davanti a un ventilatore, è stato Messi, almeno secondo Abu Ali, vecchio compagno di calcio e di preghiere:

Era il Messi della nostra squadra, il nostro miglior giocatore.

Ogni continente ha il suo Messi

Se esiste un Messi sudamericano, devono aver pensato molte persone dotate di una tastiera e di alcune dita, allora devono esserci dei suoi corrispettivi anche in altri continenti. Ad aggiudicarsi il titolo di Messi asiatico è, per la stampa mondiale, il sudcoreano classe ’98 Lee Seung-woo, uno dei minorenni per acquistare i quali il Barcellona è finito nei guai con la FIFA. In fondo, chi non venderebbe la propria madre per il Messi di tutte le Asie?
Il ragazzino non dovrebbe temere la concorrenza di Ali Ashfaq, trentenne delle Maldive cui qualche giornale italiano ha regalato la nomea di Messi asiatico per i cinque gol messi a segno con la maglia del New Radiant in una gara contro il Persibo Bojonegoro. Un po’ poco.

Perché Ali Ashfaq è un candidato al titolo di Messi dell’Asia

Per il trono di Messi africano il più qualificato sembra essere Christian Atsu, di proprietà del Chelsea, attualmente in prestito al Bournemouth, ma in passato sono stati omaggiati della definizione anche il camerunese Armand Ken Ella, passato per le giovanili del Barcellona e oggi nella palude della seconda serie polacca con la maglia del Sandecja Nowy Sącz, il nigeriano Rabiu Ibrahim, che tuttora veste la maglia numero 10 anche se con i modesti slovacchi del Trencin, e il tunisino Youssef Msakni, attualmente in Qatar con la maglia del Lekhwiya, accostato all’Inter soltanto l’estate scorsa (Inter, idea Msakni).

Il Messi europeo è uno a scelta tra Eden Hazard, Xherdan Shaqiri, il norvegese del Real Madrid Martin Ødegaard e il croato del Barcellona, ora in prestito allo Sporting Gijon, Alen Halilovic. Restano sprovviste di Messi solo terre di recente scoperta come l’Oceania o lande inospitali come l’Antartide, ma apposite spedizioni potrebbero regalare inattese scoperte.

La lunga stirpe dei nuovi Messi nel mondo

messi nel mondo
@johnfil_jp

Forse la mossa più sensata sarebbe cercare là dove è nato l’originale. A fregiarsi del titolo di “nuovo Messi” sono, limitandosi all’Argentina, gli juventini Guido Vadalà e Paulo Dybala, il quindicenne dell’Independiente Lucas Patanelli, Juan Manuel Iturbe, il classe ’99 Maxi Romero, Erik Lamela e il Messi delle nevi o Messi mapuche Claudio Nancufil, bambino di nove anni proveniente da Bariloche, località sciistica argentina, già passato dal Real Madrid per un provino.

Essere argentini è insomma un buon punto di partenza per essere Messi: se poi si è nati a Rosario e si è andati a giocare in Spagna già in giovane età, come Nahuel Leiva del Villarreal, le probabilità aumentano. Resta difficile, comunque, battere in quanto a pedigree il classe 2004 Luka Romero, figlio di un calciatore argentino, già avvicinato dal procuratore che ha portato Messi al Barcellona, cresciuto nel settore giovanile del Mallorca, ma molto apprezzato dai blaugrana e in particolare da Dani Alves, che ha giocato con lui in spiaggia a Formentera nel 2012 e ha dichiarato ai paparazzi presenti:

Fotografate lui, è Leo Messi.

Per chi non ha un passaporto argentino c’è sempre la possibilità di passare un po’ di tempo con la maglia del Barcellona: Gai Assulin è diventato il Messi israeliano nei suoi anni nel settore giovanile bluagrana, quando aveva una clausola rescissoria di venti milioni di euro, piaceva a Guardiola (ma non a Luis Enrique) e si permetteva di rifiutare un contratto con il club catalano perché non gli avrebbe garantito spazio in prima squadra (oggi è svincolato dopo aver rifiutato di prolungare il periodo di prova con i Rangers).
Allo stesso modo Takefusa Kubo e Matias Lacava si sono guadagnati la fama di Messi giapponese e Messi venezuelano ancora in tenera età: una qualifica che al momento resta, nonostante l’intervento della FIFA abbia costretto il Barcellona a salutare sia il nipponico, accasatosi al Tokyo FC, sia il figlio del sindaco di Puerto Cabello.

Il Messi israeliano Gai Assulin agli esordi col Barça

Indossare la maglia del Barça, anche senza lasciare molte tracce, ha fatto di uno scolaretto di Northampton, Kai Fifield, notato mentre giocava per strada a Barcellona mentre era in vacanza con il padre e immediatamente invitato dal club per un provino, un possibile Messi inglese (“Ha calcolato che quando Messi si ritirerà sarà grande abbastanza per prendere il suo posto”) e di Erbol Atabaev, oggi nell’Infantil C dell’Escuela de fútbol Gavà, il Messi del Kirghistizan: una distinzione che, considerata la concorrenza, potrebbe tenere per diverso tempo.

Ha undici anni, gioca nel Barcellona e rilascia autografi firmandosi Antoniu un altro nuovo Messi, Antonio Roca Vives, spagnolo alle prese con gli stessi problemi di ipopituarismo e con le stesse cure cui si era sottoposto il più volte Pallone d’Oro. Problemi di crescita, dovuti non a problemi ormonali ma a carenze nell’alimentazione, anche per Nelson Bustamante, che appena un lustro fa era il Messi cileno, scoperto mentre palleggiava a un semaforo e sbarcato nel 2007 al Brescia, per passare poi al Bologna, al Lecce e infine al Matera: rimasto senza squadra alla fine della scorsa stagione, pochi giorni fa, a soli 22 anni, ha salutato sul suo profilo Facebook l’Italia, annunciando il suo ritorno in patria. Il Messi cileno, oggi, è apparentemente Alexis Sanchez, un altro che ha giocato nel Barça con il capostipite della famiglia.

I Messi che non sono più Messi e i Messi nel nome

Perché il titolo di Messi si può guadagnare facilmente, ma altrettanto facilmente perdere: lo sanno bene Hatem Ben Arfa, che ha ceduto lo scettro di Messi francese a Nabil Fekir, e Sotiris Ninis, Messi greco ai tempi del Parma, spodestato dall’ex Genoa, oggi all’Al-Ahli, Giannis Fetfatzidis, riconosciuto dalla comunità mondiale come autentico Messi ellenico.
Più triste la storia di Luis Comayagua Lopez, attaccante che sette anni fa, quando prendeva parte alle Olimpiadi di Pechino 2008, grazie alla somiglianza fisica aveva raggiunto il rango di Messi honduregno, che ora, raggiunti i 95 chilogrammi e la seconda divisione per colpa di infortuni e problemi personali, ha dovuto passare a un connazionale di sette anni con argomenti importanti: si chiama Lionel Messi Pérez Rodríguez, nome che lo rende particolarmente orgoglioso e gli ha guadagnato una visita in classe da parte dei giornalisti di Diez. “Grazie per essere venuti”, ha dichiarato, mentre i compagni in coro gridavano “Messi, Messi”.

Non conosciamo le qualità calcistiche del piccolo Messi, nemmeno di quelle del quasi omonimo peruviano Leonel Messi Condori Flores, decenne che si emoziona ogni volta che sente alla televisione il nome del suo idolo e sottolinea di non gradire affatto Cristiano Ronaldo, mentre sappiamo qualcosa in più del camerunese Lionel Messi Nyamsi, nato nel 1993 e, quindi, con lo stesso nome dell’attaccante argentino per una semplice coincidenza: quando nel 2012 ha superato un provino con i francesi dell’Angers, il telefono nella sede del club non smetteva di suonare. Pur essendo un centrocampista difensivo alto 188 centimetri, il Messi camerunese non può che essere lui:

Non giudicatemi per il mio nome, ma per quello che sarò in grado di fare sul campo.

Date un Messi ad ogni nazione 

messi nel mondo
@saibalkghosh

Come si sarà ormai capito, la massima aspirazione di uno stato nazionale è oggi avere un proprio Messi: sui circa 209 membri della FIFA, circa 125, quindi più della metà, ne vantano uno o più.

In Italia abbiamo conosciuto il Messi georgiano, Giorgi Chanturia, passato dal Verona nell’indifferenza generale, il Messi romeno o Messi dei Carpazi Gabriel Torje, tuttora di proprietà dell’Udinese e in prestito al Konyaspor, il Messi colombiano Juan Fernando Quintero, con il Pescara in Serie A, il Messi marocchino Hachim Mastour, che qualcuno avrebbe visto bene anche come Messi italiano, persino il Messi tedesco Marko Marin, che ha approfittato dell’esplicita rinuncia al ruolo da parte di Gotze, più a suo agio nei panni di Ronaldo teutonico; possiamo ancora ammirare le gesta del Messi montenegrino Stefan Jovetic, del Messi sloveno Ilicic (“caratteristiche diverse, ma calciatore in prospettiva di pari livello” disse Zahovic nel 2010), del Messi cipriota Grigoris Kastanos, protagonista con la Primavera della Juventus, e del Messi uruguaiano Kevin Mendez, ora alla Roma insieme al Messi egiziano Salah, al Messi ivoriano Gervinho e al Messi paraguaiano Iturbe. Il quale, però, ha vestito la maglia dell’Argentina under 20: nulla per scandalizzarsi, perché il Messi giamaicano Sterling difende i colori dell’Inghilterra e il Messi etiope Yussuf Saleh è nato e cresciuto in Svezia.

Qualunque nazione, per quanto poco estesa, priva di grandi tradizione calcistiche o con un presente particolarmente tormentato, può sognare un Messi tutto per sé: Andy Selva è l’indiscusso Messi di San Marino, anche se guardando le date di nascita sarebbe più giusto pensare a Messi come al Selva argentino, mentre le Maldive dispongono di almeno tre Messi; Ashraf Nu’man, il Messi palestinese nativo di Betlemme, ha già un potenziale erede nel diciassettenne Bashar Abu Qeriya, che per ora deve accontentarsi dell’appellativo di Messi di Gaza; del Messi nepalese, Jagjeet Shrestha, classe ’93 che vanta un anno di allenamenti con lo Stoccarda e ha iniziato la carriera nello Yeti Himalayan Sherpa Club, conosciamo i lati negativi grazie a Wikipedia (“In allenamento è pigro, ma gioca bene in partita”).

Spesso essere il miglior giocatore o quasi basta a procurarsi la fama di Messi nazionale: per questo Bryan Ruiz è il Messi del Costa Rica, Eden Hazard è il Messi del Belgio, Chanathip “Messi Jay” Songkrasin quello della Thailandia e Baichung Bhutia, attaccante trentottenne con un passato nel Bury detto il Cecchino del Sikkim, il Messi indiano; Robben e Neymar, che pure non ne avrebbero bisogno, sono i Messi d’Olanda e Brasile, mentre Kaleemullah Khan può far valere il suo contratto con gli statunitensi del Sacramento Republic per giustificare il titolo di Messi pachistano.

Altre volte basta un misto di esotismo, gioventù e, se possibile, statura non troppo elevata: il classe ’95 Ryan Guald, dal basso dei 168 centimetri e con la sua maglia dello Sporting di Lisbona, è il Messi scozzese, mentre il Messi khmer è Art Ountoch, brevilineo centrocampista della nazionale cambogiana under 16 con migliaia di insospettabili fan su Facebook. Il Messi bosniaco era il giovanissimo Miralem Ramic, ma ultimamente è spuntato un concorrente ancora più imberbe, tale Jovan Lazarevic, dodicenne serbo-ortodosso militante nel settore giovanile del FK Guber di Srebrenica, dove giocano in armonia ragazzi di tutte le etnie (e tutti, ben inteso, lo chiamano Messi). Il più dotato, dentro e fuori dal campo, resta il Messi iraniano Sardar Azmoun: oltre a giocare a calcio nel Rostov, in prestito dal Rubin Kazan, il ventenne di origine turkmena, recentemente seguito da Milan e Arsenal, ama andare a cavallo e ha fatto parte della nazionale iraniana under 15 di pallavolo.

Showtime del Messi cambogiano

Per quanto riguarda la corona di Messi italiano, i pretendenti non mancano. Per Andrea D’Amico, nel 2011, il suo assistito Giovinco, “con la classe che ha”, sarebbe potuto diventare “il Messi italiano”; Goran Pandev ha invece deciso di attribuire lo stesso titolo a Insigne, che già si porta dietro la nomea di “Messi dell’Adriatico” e “Messi napoletano”. A mettere d’accordo tutti potrebbe essere Pietro Tomaselli, undicenne italosvizzero famosissimo sul web, passato dall’Anderlecht alla Roma dove tutti, a sentire il padre Pino, sostengono possa diventare “meglio di Maradona”.

Le nazioni divise, ovviamente, si dividono anche i Messi: se la Corea del Sud ha Lee Seung-woo, il Messi nordcoreano è Jong Il-Gwan, attaccante del Rimyongsu in passato accostato al Newcastle; se la Cina popolare ha scoperto il proprio Messi nel quindicenne Li Ming, protagonista in un qualche torneo scolastico con il numero 10 sulle spalle, la Repubblica di Cina risponde con il Messi taiwanese Chen Hao-wei, fantasista del modesto Beijing Enterprises Group Football Club, e Hong Kong mantiene una sua autonomia con il suo Messi, Lo Kwan Yee, magari meno talentoso della Pulga ma forse più romantico: nel 2012, dopo aver battuto 4-1 i Biuchun Rangers, conquistando il campionato con il suo Kitchee, ha chiesto alla sua ragazza di sposarlo con 99 rose.
Occorre poi ricordare che non tutti sono fortunati come Lionel: il Messi malese, Azeem Suhaimi, ha trovato la morte in un incidente stradale a soli diciassette anni, mentre il Messi yemenita, per qualcuno anche Messi del mondo arabo, Malek Al-Shuaibi, ha dovuto fare i conti con le conseguenze della rivoluzione, rinunciando all’idea, coltivata anche a livello governativo, di un trasferimento al Barcellona (poi è stato ammesso all’Aspire Academy in Qatar).

Gli altri Messi nel mondo

Non è necessario essere uomini: Fran Kirby, attaccante del Chelsea, è tra le tante candidate al ruolo di Messi delle donne, insieme alla brasiliana Marta, miglior giocatrice del mondo per cinque anni di fila, all’argentina Estefania Banini, vincitrice della Libertadores 2012 con il Colo Colo e oggi in forza al Washington Spirits, e a Ewa Pajor, la Messi polacca.

Non è nemmeno obbligatorio essere calciatori professionisti: Pierre Nkurunziza, eletto presidente del Burundi per la terza volta con una mossa che ha scatenato rivolte e un tentativo di colpo di stato, è il Messi dei Grandi Laghi in quanto goleador, a più di cinquant’anni, dell’Hallelujah FC, squadra da lui fondata insieme a vecchi compagni d’università (nel 2013 avrebbe segnato 39 reti in 28 partite).

Esistono Messi che praticano altri sport, dal Messi dello skate Wes Kremer (“Mi onora, ma Leo è a un altro livello”) al Messi dello squash, il kuwaitiano Abdullah al Mezayen, omaggiato di tale soprannome dalla stampa malese per la sua bassa statura e la grande tecnica; ma anche Messi dell’islamismo come il primo ministro marocchino Abdelilá Benkirán, Messi dell’hashish come Abdallah El Haj Sadek Membri, noto spacciatore e tifoso del Barcellona che amava presentarsi con il nome del suo idolo, cosa che non gli ha impedito di ottenere maglie autografate con dedica da Sergio Ramos, persino Messi della cocaina, distinzione che il trafficante albanese Pajana Bledar, attivo anche nel bresciano, si è guadagnato per la somiglianza fisica con l’attaccante blaugrana.

Si potrebbe proseguire a lungo: come direbbe il Messi delle banalità, però, il Messi migliore è quello che ci dobbiamo ancora inventare.

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