Matteo Renzi e il futuro del PD

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Questa non è la fine della sinistra è la fine di un gruppo dirigente della sinistra.

Come era facilmente prevedibile, Matteo Renzi ha vinto le primarie del Partito Democratico ed è quindi il nuovo segretario. Il risultato era scontato anche se pesavano le incognite circa la partecipazione alla consultazione e il distacco con il quale il sindaco di Firenze avrebbe avuto la meglio su Gianni Cuperlo e Pippo Civati.

L’affluenza è stata decisamente numerosa, oltre 2.500.000 persone hanno voluto esprimere la propria preferenza e Renzi ha ottenuto quasi il 70%, secondo Cuperlo e terzo a poca distanza Civati, costretti a dividersi il restante 30%. Il successo del rottamatore è quindi indiscusso e si vedrà se sarà davvero in grado di fare quanto promesso in questi ormai tre anni di campagna elettorale personale. È infatti dal 2010, anno della prima edizione della Leopolda, che il sindaco di Firenze si propone come il rinnovatore della politica italiana e sono ormai almeno due anni che Renzi è onnipresente in televisione impegnato a conquistare consensi, una volta per le primarie di coalizione per la scelta del candidato leader, un’altra per la corsa alla segreteria del partito.

La sfida per Renzi

Ora però, nella nuova veste del vincitore, il compito si presenta davvero arduo. Da oggi, non basteranno più slogan generici, ma occorreranno tutte quelle azioni concrete invocate a gran voce dal nuovo enfant prodige della politica italiana, a partire dal rinnovamento della classe dirigente. Renzi, nel suo discorso di ieri sera, ha voluto precisare che vorrà cancellare la logica delle spartizioni e delle correnti sciogliendo fin da subito anche quella renziana, ammesso che ne fosse esistita una. Solo il tempo dirà se sarà veramente possibile un ricambio, fino ad ora Renzi non aveva disdegnato il sostegno dei vecchi uomini di apparato come Fassino e Franceschini, pronti a salire all’ultimo momento sul carro del vincitore. La cosa era persino valsa al sindaco di Firenze una critica velata da parte di Davide Serra, maître a penser del renzismo col cuore in Italia, il cervello a Londra e il portafogli alle Cayman.

Una investitura popolare di simili dimensioni dà sicuramente al nuovo segretario del Partito Democratico una forza maggiore, ma questo non significa avere carta bianca. I voti, infatti, Renzi li ha ottenuti da coloro i quali si sono recati a votare, iscritti o non iscritti. Altra cosa è avere a che fare con gli uomini di partito, coi deputati e senatori, gli stessi, per intenderci, della carica dei 101 pronti ad ogni tradimento e maestri dell’intrigo.

Un ulteriore ostacolo ai sogni di gloria del nuovo segretario è rappresentato dalla situazione politica generale. Se da un lato Renzi sostiene che la sua vittoria sia una sconfitta per i sostenitori delle larghe intese e dell’inciucio come pratica politica, dall’altro la realtà ci consegna un paese governato da una maggioranza raccogliticcia frutto del tradimento della volontà popolare. Coloro i quali infatti avevano votato Pd alle scorse elezioni, mai e poi mai avrebbero voluto un’alleanza con il centrodestra. Parte dei voti ottenuti dal PD erano anzi espressi in funzione antiberlusconiana e anche se ora Forza Italia è all’opposizione, il governo Letta non è certo il massimo nemmeno per il più fedele dei militanti. La parziale bocciatura del porcellum da parte della Corte Costituzionale consegnerà poi al paese una legge elettorale totalmente proporzionale il che, in assenza di una precisa modifica normativa, rende il ricorso alle urne sempre più improbabile visto che il risultato che ne uscirebbe sarebbe ancora una volta lo stallo istituzionale. Se non si dovesse votare a breve, sostengono molti analisti, ci sarebbe il rischio di un logoramento dell’immagine del nuovo segretario.

Renzi sostiene che il partito debba farsi promotore il prima possibile di una modifica della legge elettorale ma, sedendo in parlamento gli stessi che fino a ieri nulla hanno fatto in questa direzione è difficile pensare che questo possa avvenire tanto facilmente. È ragionevole pensare che dalla sera alla mattina possa finire la battaglia interna al partito tra la minoranza che vorrebbe una modifica e la maggioranza alla quale tutto sommato va bene la situazione attuale? è pensabile che d’improvviso cessi l’ostruzionismo posto in essere dalla Finocchiaro di turno e che Giachetti possa riprendere a mangiare?

La morte dell’ideologia

Resta poi da chiarire quale sarà la caratterizzazione politica del PD. Nato da quella che è stata da subito definita come una fusione a freddo tra DS e Margherita e passando per il benaltrismo di Veltroni, il Partito Democratico si è sempre caratterizzato per essere un’accozzaglia dove poteva tranquillamente coabitare chiunque. C’era dunque spazio per la Binetti e l’Opus Dei, come per i non cattolici, si potevano tranquillamente candidare nelle liste del partito gli imprenditori come Colaninno e Calearo e gli operai della Thyssenkrupp. Questo era forse il frutto della volontà di inseguire una vocazione maggioritaria che rifiutando alleanze all’esterno le costruiva all’interno mescolando realtà diverse senza una linea chiara su niente, ma quale sarà il destino del PD ora? Se da un lato la trasversalità dei consensi di Renzi dimostra la capacità elettorale di quello che non a caso è stato definito il primo leader post-ideologico, dall’altro verrebbe da chiedersi che fine rischia di fare la tutela dei più deboli. Il tema non risulta essere sempre stato a cuore al PD, tuttavia il rischio è che da domani  slogan come “con Marchionne senza se e senza ma“, con tutto il loro carico di violenza, possano diventare la linea ufficiale del partito.

Immagine | Corriere della Sera

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L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio. (Italo Calvino)

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