Storia di un italiano in Texas: Marco Belinelli

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@thjcgerm
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La maggior parte dei giornalisti e degli appassionati di basket a stelle e strisce aveva storto il naso quando aveva visto il bolognese Marco Belinelli approdare nella tanto sognata NBA. Il mai esploso “Mago” Andrea Bargnani e il promettente, spesso convincente, quanto sfortunato Danilo Gallinari avevano fatto riempire pagine di giornali ed il loro arrivo nel campionato americano era stato descritto come un evento da seguire passo dopo passo, soprattutto in un paese che, come l’Italia, da un decennio desidera esplodere con la propria squadra nazionale.

Stava per iniziare la stagione 2007-2008 ed il bolognese Marco, oggi ventisettenne, arrivò con la sua valigia piena di sogni ai Golden State Warriors, dove rimase per due stagioni con risultati altalenanti e non particolarmente positivi. Già qui i ben informati di cui sopra avevano ribadito il proprio concetto: “Marco in Italia ha giocato bene e si è distinto nel campionato nazionale, ma è troppo gracile per il mercato statunitense che predilige la forza fisica e lo spettacolo nelle giocate rispetto ad una tecnica sopraffina: non sfonderà”.

E così nel 2009 Belinelli si trasferì in Canada, per proseguire il proprio apprendistato nei Toronto Raptors, ma poi venne spedito a New Orleans e dopo qualche mese a Chicago. Il talento è sempre stato cristallino e mai celato, ma gli stessi tecnici erano consapevoli che un giocatore del genere deve incastrarsi in un meccanismo di gioco particolare, tale da far emergere le proprie doti di gestore del campo. Sul ragazzo bisognava porre fiducia e farlo giocare con continuità, proprio come siamo soliti fare nel nostro campionato.

Ad essere onesti, anno dopo anno e partita dopo partita gli occhi del pubblico iniziavano ad apprezzare le educate presenze sul parquet e la pulita armonia mostrata nel gioco del nostro Marco, tanto che gli stessi tifosi dei Bulls (a conclusione della stagione 2012-2013) si mostrarono dispiaciuti per la partenza del bolognese in cerca di squadra.

Il predestinato, il top player, il campione e la sua stoffa, sono tali se al talento si unisce la follia nello scegliere strade inaspettate e la fortuna degli eventi da cogliere al volo: in questo la storia di Marco è un esempio da ricordare nel 2013 come nel 2005. La sua fama in Italia divenne nota nella stagione 2004-05, quando l’allora diciottenne iniziò a giocare con continuità (17 minuti, con 7 punti a partita ed una percentuale realizzativa superiore al 60% nel tiro da due punti) cogliendo al volo l’occasione che la Fortitudo gli offrì dopo l’infortunio del serbo Miloš Vujanić e l’allontanamento dalla squadra di Gianmarco Pozzecco (non uno qualunque). In quell’anno la guardia bolognese diede un importante contributo alla squadra arrivando a giocare e vincere la finale scudetto, che portò la Fortitudo al secondo titolo italiano della sua storia.

Nove anni dopo, memore di come sfruttare le proprie frecce nell’arco, Marco pone il proprio benestare a trasferirsi in Texas, a San Antonio, una delle più importanti franchigie di tutta la NBA. Gli Spurs, quindi. Non una squadra come le altre. L’anno scorso sono arrivati alle finali sconfitti solo in gara 7 dai Miami Heat di Lebron James, nel suo quintetto base ci sono campioni affermati come Tim Duncan, Manu Ginobili, Tony Parker e coach Popovich ha dichiarato di puntare al titolo di campioni. Per molti una scelta strana e portatrice di pochi minuti sul parquet, per altri un modo per fareun mucchio di soldi e nulla più prima di tornare in Italia: insomma, sportivamente parlando, un suicidio.

Marco non si è lasciato influenzare da critica e pronostici di bookmakers e ha cominciato a cavalcare l’onda dell’impegno e della costanza, a tal punto che dopo quasi 40 partite Belinelli è in cima alla classifica dei tiri da tre punti, con una percentuale realizzativa che sfiora il 50%, e soprattutto davanti a Kyle Korver, uno dei simboli della NBA in materia. Nessuno si aspettava un’esplosione tale e quindi ora il web è scoppiato di elogi per il giovane di San Giovanni in Persiceto. Marco comunque non si scompone e, consapevole di non voler essere una semplice meteora, continua a sfornare prestazioni da urlo.

Una data da ricordare per i suoi tifosi: lo scorso 2 gennaio ha affrontato i New York Knicks del suo amico e connazionale Andrea Bargnani e nonostante la partita sia stata vinta dai newyorkesi (105-101) Belinelli ha totalizzato 32 punti, suo massimo in carriera nella NBA. Siamo convinti che non sarà la sola in questa stagione, che si annuncia spettacolare: forza Marco!

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Nato a Salerno qualche anno fa ma trapiantato a Milano sin dai primi dentini, cresco (si fa per dire) col pane e pallone quotidiano, accompagnandoli con una bicicletta, una racchetta da tennis, delle scarpe per correre, un costume per nuotare e tanto televideo da leggere alla pagina 200. Curioso, irrequieto, sperimentatore. Sognatore.

1 Comment

  1. Io voglio bene al Beli eh. E mi dispiace che ogni volta che gioca in Nazionale io sia costretto a prenderlo a insulti. Però manca totalmente di leadership. E con l’Italia lui dovrebbe essere il go-to-guy.
    Agli Spurs, invece, da sesto uomo sta facendo il massimo. Veramente bravo! Visti i miei Lakers disastrati, gli auguro di vincere l’anello.

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